giovedì 28 giugno 2007

Quell'oscuro oggetto del desiderio



-         Suor Concè, vi devo fare una domanda-


-         Renatì, ti prego, non cominciare a dire cose che mettono in dubbio l’onnipotenza di Dio, oggi ho un mal di testa feroce -


-         E no, suor Concè: ma perché le campane le deve suonà sempre Maria?-


-         Perché nel convento tu hai un altro compito, renatì, tu insegni le vocali ai bambini più piccoli, è importante no?-


-         E lo so suor Concè, ma almeno una volta ‘ste cacchio di campane le vorrei suonare io-


-         E vediamo se, caso mai, Maria un giorno non viene…e, per l’anima dei morti, non dire sempre parolacce, che sei nella casa di Dio…-


E ho 6 anni e faccio l’ultimo anno d’asilo nel convento gestito dalle suore e la nostra vita è tutta in questo giardino interno,  così bello in primavera con gli alberi di pesco e con le zagare,


e nel refettorio, ed io la pasta e fagioli no, non la  mangio, che mi fa schifo assai,


e il momento più intenso è quando saliamo sopra il campanile, verso le due del pomeriggio, perché le campane devono richiamare i genitori nostri, e il suono deve echeggiare lontano lontano


perché qualcuno è nelle campagne a dar da mangiare ai porci, o alle galline, o alle stagioni gonfie di castagne.


E Maria è sempre qua, con il suo gonnellino corto, e quella faccia nera e dispettosa, e mi guarda con aria di sfida quando sale sul tavolo e comincia a tirare le corde e mai una volta che la campana le cada sulla testa, mai una volta che esca fuori un suono stonato, la musica è sempre precisa e nitida,


ed io rosico, rosico tanto, sì.


E accussì, dopo aver sperato invano in un suo malanno passeggero, invece, mi ammalo io.


E mi devono portare pure in ospedale ed i medici non capiscono un cazzo e dicono


che i sintomi sono strani assai, quasi da intossicazione alimentare,


ed io dico che, probabilmente, è la pasta e fagioli delle monache,


e madre mia ribatte che devo stare zitta,


che sono troppo piccola io.


Ma io lo so cos’è,


quel suono netto e limpido che mi fa sognare e che almeno una volta,


una volta sola, vorrei produrre io, con le mie mani scarne, con le mie mani piccole.


Però quando ritorno sono già un po’ rassegnata,


e suor Matilde dice che, solo per me, ha preparato la sua pasta al forno,


e suor Concetta dice che le sono mancate pure le  parolacce mie, che so’ sempre meglio delle mie domande inopportune, e tutto è come sempre, fino alle 2.


Maria, sul campanile, mi sorride, e mi spiega la complessa dinamica delle corde ed io penso che è pure intelligente, mica stupida, come credevo io.


Mi dice:-Sali tu, oggi -


E sto sul tavolo, io, con le mani sudate e gli occhi intorno che ridono e


che incoraggiano.


Poi, tiro le corde, e, nel suono di quelle campane,


 l’universo, sì, l’universo grande,


l’universo misterioso e immaginato,


l'universo


mi investe.


 




Effetti sonori, campane a festa








Giorgio Gaber, Chiedo scusa se parlo di Maria

martedì 26 giugno 2007

Un Monologo con Lei



-         E ti potresti dare pure un contegno, su.


Almeno questo, chi sfaccimm…


Ti consegnano tanto tempo utile, gli uomini,


e ti  rappresentano visivamente,


ti citano nelle poesie, nelle canzoni…


e brancolano nel mistero tuo.


Bergman ti ha dedicato un capolavoro "E quando l'agnello aprì il settimo sigillo, si fece nel cielo un silenzio di circa mezz'ora. E vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio, e furon loro date sette trombe…”


Max Von Sydow, che ti interpreta, è bello assà, importante,


nel suo mantello, davanti alla scacchiera…


Agli storici francesi delle Mentalità


hai risucchiato migliaia di pagine, più o meno dense,


più o meno acute.


E a me come cazzo ti presenti?


Come una stupida mosca,


sì,


zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz


zzzzzzzzzzzz.


Eddai, ma per favore, che sei ridicola.


TU DEVI FARE PAURA,


lo capisci o no che è nella tua natura?


Così, invece, quasi quasi mi tieni compagnia,


ti posi sulle mie gambe di notte,


mi guardi,


stai lì,


non dici nulla,


non mi dai soddisfazioneeeeeeeeeeee…


Annullata ogni fiera iconografia


della mitica Lotta.


E zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz, e questo solo sai rispondere,


e ssi nu poco ottusa e


parlare con te è proprio inutile.


Fammi dormì un po’, va,


spostati  su quel girasole di plastica,


e statte zitta


e goditi il tuo spazio mo.


Perché può essere che, tra due o tre giorni,


io ti sbatto fuori, pure che a te so’ proprio affezionata.


E mia cara Morte, e c’ amma fa’,


e chesta è ‘a Vita… -


 


 





Mozart, Turkish March

lunedì 25 giugno 2007

Cosmopolitismi



foto Sue Anna Joe


" Lu suonnu de chist' uocchi


te pigliasti,


ti lu portasti a dormere


ccu ttie..."


Free traslation:


Il sonno di questi occhi tu hai preso


e l'hai portato a dormire insieme a  te.


Ciardullo, poeta calabrese.


 




Kaballà, Paruli d'amuri

sabato 23 giugno 2007

Confronti semantici



 


-         Ma tu sai davvero cosa significhi prendersi cura di un altro?-


-         Forse, ma non ne sono sicura-


-         Proprio tu, non lasciarti ingannare dagli stereotipi e dai luoghi comuni…-


-         So di certo che “andare verso” è prendersi cura. Ed io non posso più farlo –


-         E il mondo nuovo che mi trasmetti,


la grinta che mi dai per affrontare il giorno,


l’albero di ulivo che non è più solo albero,


ma qualcosa di più, di più, di più…


questo che cos’è, non è “cura”?-


-         Forse, ma non ne sona sicura-


-         Te la ricordi la canzone di Battiato?-


-         Credo di essere stata una delle prime a “riconoscere” quelle parole.


Mo è assai sputtanata, come una donna bella, “frequentata” troppo. –


-         Confessa, ti emoziona ancora, dai…-


-         Sì, sono terribilmente Snob, ma lo confesso. –


-         Ti prego, fammi essere quell’uomo…-


 




Franco Battiato, La cura

venerdì 22 giugno 2007

Amica mia




 


Sai, amica mia?


Ale, una volta, mi raccontava della sua bruttissima laringite:


le parole non ne volevano proprio sapere di uscire,


e lei provava a spingerle, a spingerle, a spingerle…


Si sentiva, così diceva, come il pesciolino Jonny


fuori dal suo Acquario.


Poi, ha detto così, come in un tempio buddista prima della recitazione del Mantra,


ha incominciato ad organizzare il Grande Silenzio.


E quelle poche parole che potevano varcarlo


dovevano essere


pensate


studiate


ponderate,


come si dice oggi?


Altamente significanti.


Talmente incisive,


che il Mondo non avrebbe potuto fare a meno di ascoltarle.


E di rispondere, sì.


Amica mia carissima,


lo sai che penso io?


Che non c’è bisogno di strozzature alla gola


per tacere, ogni tanto,


e cercare quelle parole…


 


 





Mercedes Sosa, Cancion de las simples cosas

giovedì 21 giugno 2007

" La montagna incantata"




Studia la roccia, studiala.  


Per l’arrampicata, sembra apparentemente liscia.


Sembra.


Cerca le scalanature invisibili, cercale.


Ci saranno, ci “devono” essere.


La tua montagna è a punta, come le altre.


Braccia stanche, gambe molli,


caldo opprimente.


Fermati.


Ora studia la roccia, studiala.


E’ nemica solo per difesa.


Ricomincia.


Sali.






Eric Burdon & The Animals, San Francisco Nights

mercoledì 20 giugno 2007

Padre



Dentro le cose, fuori le cose.


Tu sei mio padre.


L’ospedale.


Una macchia incerta, da qualche parte.


Io qua, dentro, fuori.


Disabitudine al sollievo.


Sei la mia anima surreale, padre.


L’altra tua figlia dice che bisogna essere pratici,


una cosa alla volta e lo dice gridando.


Padre, tu sei un bambino,


dispettoso e vulnerabile.


E ora so che hai paura.


Dentro le cose, fuori le cose.


Confini, vita-morte, confini.


Cazzo.


Vorrei prenderti per mano e riportarti nel tuo egocentrico Centro.


Così esagerato, così grasso, così rumoroso.


E in quel Centro, padre, vorrei giocare con te.


Uno sberleffo al Cielo, in cui non credi…


Ma non ci hai mai creduto, tu.


 






Carlos Gardel, Volver

martedì 19 giugno 2007

 Renaissance



foto Claude Jetter



Rinascere


nelle linee d’ombra,


nella melma,


nel peccato,


nel dubbio-acido muriatico,


nella testa-vipera,


dentro il caso-con il caso,


rinascere così.


Come un fiore di loto.







Acustimantico, Fiori di loto

Oggi non ho parole, lascio parlare lei...



foto B. B.


REGOLE DEL GIOCO PER GLI UOMINI

CHE VOGLIANO AMARE DONNE DONNE



I

L'uomo che mi ami

dovrà saper aprire il velo della pelle,

scoprire la profondità dei miei occhi

e conoscere quello che si annida in me,

la rondine trasparente della tenerezza.


II

L'uomo che mi ami

non vorrà possedermi come una mercanzia,

né esibirmi come un trofeo di caccia,

saprà stare al mio fianco

con lo stesso amore

con il quale io starò al suo.


III

L'amore dell'uomo che mi ami

sarà forte come gli alberi di ceibo,

protettivo e sicuro come quelli,

limpido come una mattina di dicembre.


IV

L'uomo che mi ami

non dubiterà del mio sorriso

né temerà l'abbondanza dei miei capelli,

rispetterà la tristezza, il silenzio

e con carezze toccherà il mio ventre come chitarra

perché sgorghi musica ed allegria

dal profondo del mio corpo.


V

L'uomo che mi ami

potrà trovare in me

l'amaca dove riposare

il pesante fardello delle sue preoccupazioni,

l'amica con cui dividere i suoi segreti più intimi,

il lago dove nuotare

senza paura a che l'ancora del compromesso

gli impedisca di volare quando gli succeda d'essere uccello.


VI

L'uomo che mi ami

farà poesia con la sua vita,

costruendo ogni giorno

con lo sguardo posto al futuro.


VII

Però, sopra ogni cosa,

l'uomo che mi ami

dovrà amare il popolo

non come una parola astratta

estratta dalla manica,

ma come qualcosa di reale, concreto,

al quale rendere omaggio con azioni

e dare la vita se è necessario.


VIII

L'uomo che mi ami

riconoscerà il mio viso nella trincea

ginocchio in terra mi amerà

mentre spariamo insieme

contro il nemico.


IX

L'amore del mio uomo

non conoscerà la paura del darsi,

né temerà scoprirsi alla magia dell'innamoramento

in una piazza piena di gente.

Potrà gridare -ti amo-

o mettere striscioni dall'alto delle case

proclamando il suo diritto a sentire

il più bello e umano dei sentimenti.


X

L'amore del mio uomo

non fuggirà dalle cucine,

né dai panni del figlio,

sarà come un vento fresco

portando via tra le nubi del sogno e del passato,

le debolezze che, per secoli, ci hanno tenuti separati

come esseri di distinta statura.


XI

L'amore del mio uomo

non vorrà definirmi o etichettarmi,

mi darà aria, spazio,

alimento per crescere ed essere migliore,

come una Rivoluzione

che faccia di ogni giorno

l'inizio di una nuova vittoria.



Gioconda Belli,  poetessa nicaragüense

Ps: mia aggiunta: L'uomo che mi ami deve potermelo dire se,


come, quando, perchè sono un'emerita


Stronzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa...



J





Bonnie "Prince" Billy, I see a Darkness


lunedì 18 giugno 2007

De Ira




foto D. Jourget, Sophie Touvenin


-         Zia, aiutami, la tesina.-


E so’ già così vecchia che nipote mio, pallina grassa fino all’altro giorno, farà esami di maturità.


- Vabbuò, dì a zia, c’amma fa’? Di che dobbiamo parlà?-


-Seneca, il De Ira. –


- Azz, interessante assà-


Leggo due stronzate, adhunc scrivo ( quando un nipote ti chiede aiuto, tradotto, significa che devi fare tutto tu.)


Risultati (stralci):


Seneca e la follia dell’ira.


 L’ira ha dei luoghi simbolici e reali. L’ira si avvita nell’animo, ma non ha il tempo di mettere radici, perché ha bisogno di oggetti e soggetti da divorare, da distruggere, ha bisogno di nutrimento immediato, l’ira.


L’ira è “un morbo incurabile” che si annida nelle taverne, nelle osterie, dove il vino scorre annebbiando la testa e il raziocinio, diffondendo, in maniera circolare, il male.


L’ira è il volto illustre di  Caligola, in una silenziosa notte d'estate, mentre passeggia sulla sua terrazza,  amante sazio di corpi di pretori e cavalieri sacrificati in maniera oscura in quella stessa notte.


L’ira è la più universale delle passioni, nel senso che la sua fenomenologia riguarda tutti gli uomini. Ma anche la più visibile, la più eclatante, la più perfida rappresentante dell’Oscuro.


Il filosofo è contrario alla posizione peripatetica che ritiene che l’ira debba avere un suo spazio, un suo dominio, un luogo in cui placarsi e poi, naturalmente, allontanarsi.


L’ira si combatte prima che lei disegni, nel nostro “Teatro interno”, attraverso i potenti mezzi del Sapiente stoico: una ragione che sappia ridimensionare le sue cause e contrastarne, attraverso un metodico ed incessante lavorìo interiore, lo spazio.


 L’ira deve rimanere nuda, e affamata. E spegnersi così, come una donna bella, ma rifiutata.


Oh Seneca, ed io ti dico che, con le tue idee, non sono assai d’accordo.


Anzi, meglio, non riesco mai ad applicarle. Ne vuoi una dimostrazione?


Mentre scrivo ‘ste due sciocchezze su di te, a turno, entrano e mi dicono che,


per l’ennesima volta, mi hanno perduto le chiavi della macchina.


Io cerco di stare calma, stoica e ferma.


Poi mi alzo dalla sedia e, all’improvviso, mi metto a gridare


come una pazzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…


J





 


 





The Clash, London Calling

domenica 17 giugno 2007

Le Marionnettiste juste



foto Pascal Tarraire



-         Ehi, dimmi, mio amore-


-         Ti farò diventare povero, se continuiamo così-


-         Il rischio c’è, ma non me ne frega un cazzo -


-         Sai che penso? Che, per una volta,


ci hanno affidato al Burattinaio giusto,


uno di quelli che muove i fili con realismo e passione.-


-         Sì, credo anch’io …-


-         Non riesco a staccarmi da te, ora…Amore…


E accidenti a me che l'ho detto… -


-         Finalmente, non è stato poi così


terribile


dirlo,


  no? Dimmelo ancora, ancora, ancora... -


J




 

























Massimo Urbani, Aeutopia, Tender Song


 




























Beth Gibbons & Rustin Man, Romance


sabato 16 giugno 2007

Rincoglionimenti di senso :*


(e c'amma fa', sopportatemi)





Foto Michal Rovner



Lei voleva solo lasciarsi andare.


E avere subito la certezza che tutto


avrebbe funzionato, con una tolleranza


altissima alle piccole sfasature.


Ed era carne mischiata a nuvole,


in mezzo ad un cielo di parole concrete,


a lungo cercate.


C’è sempre un registro per il desiderio,


di conti disordinati, di immagini forti,


di scene che il futuro riesce a sottrarre un po’ al caso.


Lei lo sfogliava indolente,


a volte lascìva,


mentre le cose, estraneate dall’abitudine,


ridevano dispettosamente,


al posto suo.









Andrea Parodi, Al di Meola, No potho reposare


venerdì 15 giugno 2007

Ho bisogno di dirlo...


( parole in bianco e nero )



 


foto B. B.


C’è sempre un piccolo blocco nella “felicità”,


strozzatura alla testa di bottiglia.


Ringrazio il ragazzo anonimo.


Il mio corpo si accascia sul lato passeggeri,


in una macchina ferma sotto il sole cocente.


Arriva, non chiamato, con la sua acqua minerale.


“Scusami, sai, non riesco più a volare.”.


No, non penso al valzer.


Il vero volo per me ora sarebbe accorciare le distanze


tra me e quella cazzo di sedia ,


e quella cazzo di sedia, sì, a soli 50 mt,


davanti a quel vecchio bar,


nella Città vecchia.










Chichimeca, Valse de Frida

giovedì 14 giugno 2007

Notturni




Mentalmente, già ballo.


Sono abbastanza dark, sì.


I miei amici lo sono di più,


io nel nero mi sento sempre un po’ impacciata.


Il Palaeur straborda.


Oggi è un giorno di dicembre del 1986.


Senza macchina, dalla nostra periferia est,


ci siamo arrancati per arrivare


fino a qua.


Lui mi stringe, pensa ai suoi filosofi e continua a ripetermi


che vedere Edith Piaf sarebbe stato più bello.


Mi insegue, mi segue ai miei concerti,


dice pure che sono belli.


Mi bacia.


“Ti amo”, lo trascino davanti.


Adesso, lui lo sa, sarò sola,


mi libero dal suo abbraccio e mi agito.


Scompostamente, perché non so agitarmi.


Lui mi osserva.


“La la la lalalalà”


 Pensa che stare con una donna assai più giovane


comporta un modesto numero di inconvenienti.


All’uscita, c’è una sorpresa disarmante:


Roma totalmente sommersa dalla neve.


Si toglie il cappotto, nero esistenzialista, e mi ci avvolge:


“ Sei sudata, dice, ed io ti amo troppo”


Sono felice.


Fa freddo.


E il notturno, prima o poi,


dovrà passare…







Simple Minds, Don' t you


( mio modesto resoconto di un loro mitico concerto )


:)


mercoledì 13 giugno 2007

Fides




foto Gaela Blandy, Frosk


Ci devo credere ancora?


Che le albe possono non finire,


che gli occhi possono attraversare,


che le ambivalenze hanno una faccia luminosa,


che le parole hanno acquistato una vecchia Diane del 78


e partono,


che la strada rincorre la pioggia,


che le coincidenze non sono più solitarie,


che qualcuno vuole regalarmi un intero giardino,


che la casa diroccata somiglia ad un paradiso arabo,


che una voce zittisce perché ama la sintesi,


che la spirale ha un nuovo percorso,


che non c’è più bisogno di argini e di paraventi,


che il “limite” è una sorpassata categoria soggettiva…


Ci devo credere?


Sì?


 


J











Paolo Conte, Il Maestro