domenica 30 settembre 2007

Persona



Persona, film inquietantissimo e straordinario di Ingmar Bergman, 1966



Il termine Persona deriva dal greco


πρόσωπον, che significa Maschera.


Qualche tempo fa (anni), mi è capitato di riflettere assai su


questa strana filiazione.


E quando dicevo a qualcuno : “ Sei una bella persona”,


mi arrivava come una piccola vertigine d’inquietudine,


perché, in realtà, a quel qualcuno, stavo dicendo: “ Sei una bella maschera”.


Insomma, per farla breve, sono approdata a questa privatissima e scontata conclusione:


per quanta veridicità si può richiedere a se stessi e agli altri,


poiché c’è sempre una parte sconosciuta ed in ombra, sempre ci sarà la necessità


di sopperire agli stranieri che noi siamo,


con “ruoli” studiati o improvvisati alla meno peggio.


Non solo.


Più chiaro divenne lo smarrimento patologico che devasta i cristiani già insicuri


quando si dice loro: “Sii te stesso”. Che è come dire: Spogliati nudo nudo e datti in pasto


a tutte le iene che, lo diceva Flaiano,


affollano, travestite da umani, certe categorie del vivere sociale.


Ma non è mica certo che una iena non possa rivelarsi


il vicino tuo di casa o il prezioso amore con il quale sei andato/a a letto.


Quindi?


Se proprio non sappiamo che di’, in certe situazioni,


stiamoci zitti.


Che è sempre meglio evità i luoghi comuni.


Fila il discorso, fila?


Mi pare di sì.



J






























F. De André, Al ballo mascherato

sabato 29 settembre 2007

Parlami...



Raccontami una storia,


una storia jazz, o blues, rinchiusa in un interno,


libera di scorrazzare su un’aia,


elegante, apatica e indolente,


fragile e con finale aperto,


o lineare come una passeggiata su una spiaggia,


in una limpida giornata di novembre.


Ti prego, raccontami una storia il cui montaggio sia importante,


senza un grande Caso dietro le quinte,


o Infiniti falsi e devastanti.


Una storia in cui ci sia tu,


e il tuo modo bizzarro di sentire la vita,


vera,


così da farmi emozionare, indignare, ridere o calare in un pacato tedio.


No, ora io non voglio parlare di me,


vorrei ascoltare le tue parole


e la


tua


storia...





Keith Jarrett, Somewhere Over the raimbow

mercoledì 26 settembre 2007

Où es tu?



Eravamo piccoli, piccoli,


con le nostre periferie disegnate su fogli stracciati


e lì c’era sempre il Sole,


senza tutti i pensieri pallidi


e il freddo


e le conseguenze disastrose


delle parole inutili e perfette.


“Dammi la mano, non lasciarla,


stai con me…”


E tu mi rigiravi i capelli,


e a nessuno sembrava strano


né oltraggioso vedere le nostre vite


intrecciate


come piccoli specchi


di un’unica identità dilatata.


E dove sei ora,


che cacchio hai fatto in tutti questi anni.


C’è gente ovunque, pittori assetati di una realtà precisa,


e la dipingono e me la regalano,


ed io non la voglio,


certe volte mi assento tra le parole di noia,


ricerco la nostra piccola periferia.


Ti “vedo”.


E rivorrei le tue mani.


 





F. De Gregori, Due zingari

Vita da Prof




-Guagliù, che ne direste se facessimo


un atto poetico, alla Jodorowsky?-


-         Ehhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh.


Prof, cacchio dobbiamo fa’, non abbiamo capito


una mazza…-


-         Semplice, cartoncini colorati, frasi scritte da voi, citazioni poetiche,


bellezza condensata in parole, costruzione piccoli pacchi-regalo.


Da lasciare un po’ dappertutto, nei vostri quartieri, macellaio, barista, fruttivendolo,


farmacista, studio medico, ecc. ecc.


Ce l’avete la faccia di regalare solo parole? -


-         Prof, sììììììììììììììììììììììììììììììììììì-


Ed io mi godo sempre


la genesi


di


un entusiasmo.



J






The Cure, Boys don't cry

lunedì 24 settembre 2007

E siccome siamo uomini, sfruculiamo un po’ nel negativo.


( Se siete troppo buoni, immacolati, se siete i migliori, i perfetti, non leggete questo post.)


 


 




 


 





Esistono.


In qualche punto imprecisato del corpo.


Al di là di ogni oggettività scientifica e medica.


Non cercateli con le lastre.


Non si vedono.


Affidatevi al vostro istinto, all’intelligenza “buona” di uomini.


E, quando li trovate, non vi spaventate, non vi agitate.


Piuttosto, lavorateci un po’ sopra, accoglieteli.


Vi appartengono, ci appartengono.


Il più brutto è il contenitore con l’acido muriatico.


Lì vanno a finire, quasi subito, i volti delle persone che si sono allontanate.


Compresa l’icona classica del marito che è uscito per comprare le sigarette e non è più


ritornato.


Nell’immersione, essi si lacerano quasi subito,


fornendo un sollievo tanto immediato, quanto fallace.


Vicino, ce ne è un altro altrettanto terribile, rumoroso, mobile…


Abitato da un branco di cani rabbiosi che,


quei volti, quei corpi, vorrebbero ridurre a brandelli,


trascinare nella polvere,


vituperare,


annullando, in loro, ogni traccia di umanità.


Un po’ dimesso, nascosto dai primi due,


c’è l’altro.


Il mio preferito.


E’ un contenitore di malinconia.


Gli alchimisti bravi concordano nel dire che


vi avvengono particolari trasformazioni,


per cui tu immergi quei volti ed essi


ne fuoriescono migliorati,


offrendoti ancora degli elementi buoni che,


in te, verranno salvati.


Alimenteranno la fiducia nell’altro, in un altro qualsiasi.


E questo è troppo importante.


Per rimanere uomini.


Perché un uomo totalmente scettico, ferito,


murato, ha scelto già la peggiore delle morti:


quella che “si sconta vivendo”.


Così, perlomeno, diceva il Poeta…


 




domenica 23 settembre 2007

Ai Nordici


(uè, mica a tutti, a quei nordici...)



Lasciate sta’ per un momento l’organizzazione dello sciopero fiscale,


la crisi per i mutui elevati,


le risate con la bocca chiusa,


l’italiano “difficile”.


Fate un corso accelerato di napoletano,


di turpiloquio,


di sentimento sulle fronde di un albero,


di poesia improvvisata


senza appartenenza, né rime.


Sporcatevi con la terra delle parole incompiute,


dei luoghi comuni che voi stessi avete creato


e


studiateli quei dieci secoli di storia,


che mancano nella vostra testa,


e si sente, Dio, se si sente…


Sedetevi sull’amaca insieme alle vostre signore


E fate loro sentire questa canzone.


Gratis.




 




Enzo Gragnaniello, Passione

venerdì 21 settembre 2007

Les mots



E’che certe volte la lingua, la tua lingua non ti sembra efficace.


E la vorresti strattonare,


umiliare,


violare,


persino nei legami più semplici,


solo per cogliere un semplice momento.


Da rileggere, poi.


Se sei vulnerabile, da variare.


O cancellare.


Io sono spesso in lotta.


Con le parole.


Che, non crediate, non sono così malleabili.


Si difendono, attaccano,


aderiscono alla comune ansia da protagonismo.


Si travestono se già scartate, e ti si ripropongono.


Ti lusingano.


Alcune sono fortemente erotiche, di quell’erotismo sottile,


che si intravede, implicito,


che lascia immaginare aperture insondabili.


Senza pudore.


In lotta, spesso, con le parole.


E con le sillabe,


e con tutti i segni d’interpunzione.


Però, finisce sempre bene.


Loro si adagiano ai miei piedi.


E, a guardarle, così,


smarrite,


impaurite,


terrorizzate,


mi danno l’idea di aver trascorso un brutto periodo


tra le controindicazioni, nel bugiardino


di un farmaco.


Me le raccolgo tutte,


soffio sulle loro ferite,


le coccolo.


Sì.


 

























Samuele Bersani, Le mie parole

giovedì 20 settembre 2007

Voyage



Ero sul treno,


quando successe.


Tu mi tenevi la mano,


incurante degli attacchi logorroici del passeggero di fronte.


L’altro leggeva l’Idiota di Dostoevskij,


ma l’edizione non era buona.


Avrei voluto dirglielo, invece tirai fuori dallo zaino


I sotterranei del Vaticano, di Gide.


In lingua originale.


Tu mi stringevi la mano, più forte,


come se avessi percepito, prima di tutti,


la dinamica futura, minuziosamente precisa degli eventi.


Mi chiedesti ancora una volta se le parole dette


fossero vere, se le mie parole avessero il peso delle cose,


se ad ognuna di esse potesse essere associato


un sentimento quasi pensante,


se le tue mani suscitassero in me


ancora calore.


Risposi di sì, abbassando la  testa, in uno dei miei soliti attacchi di pudore.


E in quel momento valutai se tutto quel fumo che proveniva dal basso


fosse storia di ordinaria amministrazione.


“Scappiamo”.


Poi non capii più nulla, a parte la stretta dolorosa del tuo braccio,


che mi trascinava nel corridoio, tra la folla sbandata, ubriacata dal fumo,


uomini e donne di soli piedi,


e la voce di un bimbo.


Un bimbo che piangeva.


Nel preciso momento in cui mi chiedevo come si potesse tradurre


in latino “furore panico”,


tu mi buttasti fuori dal treno,


che aveva bloccato la sua corsa.


Io fissavo il cartello con la scritta: “Lodi”,


ipnotizzata, stregata.


Tu mi spiegasti che il vagon lit aveva preso fuoco.


Poi mi baciasti.


E quel tuo bacio sapeva di fumo.


Ma anche un po’ di mare.


 





Paolo Conte, Nord

Water



Spingono.


I desideri spingono.


Se si desse loro una voce,


sarebbero pioggia,


tra i destini incrociati.


Water.


Padre,


dammi la mia dose di realtà quotidiana.


E, poi, sul ciglio delle cose,


fammi ballare.



Che il sangue, quello vero,


non si trasformi in


acqua.


 




Roberto Goyeneche & Adriana Varela, Garganta con Arena


mercoledì 19 settembre 2007

Dell'anima, un enigma



foto e. weston



Siamo rientrati da poco.


Ti chiedo se fuori abbiamo lasciato qualcosa.


Tu rispondi che alla nostra porta c’è il mondo,


che urla come un cane.


Io dico che qua c’è troppo silenzio.


Insieme,


concordiamo


che è meglio


lasciarla socchiusa,


quella porta…





J






JazzSuite2, Waltz2, Dmotri Shostakovich


(amicomì, il brano è troppo bello e te l'ho fregato, sì)

martedì 18 settembre 2007

A Mimmo



Sarai dolce, indolente, distratto,


quando nel sogno ti chiederò ancora una volta


di forzare il senso primo delle cose,


di andare oltre,


magari dietro l’angolo,


dove batte un altro sole,


dove nascono parole nuove,


solide come il tuo albero,


plastiche come l’argilla appena bagnata,


difficili, come il dolore,


stupide, come la vita.


Tu non lo sai, sono anni che il quotidiano rumore delle cose non è più condiviso.


Ma l’inconscio, più saggio, ti riprende, ti riporta,


con i tuoi occhi strabici,


il cappello sempre troppo piccolo per la tua testa,


la finta non-appartenenza al ritmo


di un destino semplice.


Ed io, in fondo, lo so perché succede:


sei il mio ricordo-dannazione-salvezza,


la grandezza che mi ha accompagnato,


e che, oggi, come ieri,


rende tutto più piccolo.


Altre menti, altri stili,


altre pseudo-umanità


che basta un vento lieve


per trasformare in grettezza.



 


 




























 


 


 Antony & The Johnsons, Stand Above me

Sembra uno scherzo, ma faccio sul serio.:*



Cercasi:


lavoro supplementare per integrare magre finanze.


Offresi:


parole.


Chiedesi:


‘na cosettina che non sia una gran rottura di bà.


Offresi ancora:


cattiveria al punto giusto, romanticismo di prima qualità, gusto.


Da escludere, per mia totale inefficienza:


lavori manuali, hot – line,


analisi socio-economico-politiche.


Per offerte, rivolgersi alla signorina Diciche.


Astenersi datori di lavoro


perdigiorno, perditempo, perdipalle.


 






Rino Gaetano, Ad esempio a me piace il Sud

lunedì 17 settembre 2007

Ehi tu, fermati n'attimo...



Sono un po’ stanca.


Visitatore di passaggio,


forse sei un vero re taumaturgo.


Mi potresti abbracciare?


Non occorrono i rituali per l’unzione.


Potresti infilare le mani tra i capelli rosso-tinti,


fino a che non incontri una scatola cranica dura dura?


E’ la mia, la conosco, se vuoi ti indico i punti dove


maggiormente si accumulano tensioni.


Là, nascoste in un piccolo tatami, ci sono


due paroline magre e un po’ febbricitanti,


che avrebbero bisogno di qualche etto di calore.


La signora “Pazienza” e il Signor “PomeriggioHoIlRientroAScuola”.


I piedi, dici?


Ma lasciamoli sta’.


Ecco, merci.


A buon rendere, visitatò.



J





Miles Davis, Round About Midnight

sabato 15 settembre 2007

Esterni - Sud



Mi sarei buttata dalla sedia,


mi sarei messa a ballare.


Disordinata, scomposta,


come una tarantolata.


I tamburi di maestro Rodolfo si ficcano nel cervello


nel ritmo che si alza,


si incrocia, si perde,


e poi, sapientemente, rallenta, fino al silenzio quasi totale.


E quando chiedo alle sentinelle-uomini-verticali di farsi un po’ da parte,


per vedere meglio,


Maestro Rodolfo mi fa l’occhiolino,


si avvicina con la bacchettona e li sposta tutti lui.


Non mi avvilisce essere la privilegiata di questo spettacolo,


in questa festa patronale,


nella piazza del mio paese.


Oggi, non mi avvilisce proprio niente: c’è il manto stradale ricoperto


di bucce di noccioline


e i piedi degli umani fanno cric croc,


e davanti allo stand dei panzerotti,


quella puzza terribile di fritto e rifritto…


Mi fermo, annuso a lungo,


mi sballerei di ripieno di pomodoro e mozzarella,


di ripieno che ti scola dappertutto,


per creare patacche.


Degnissime patacche di vissuto da ostentare  con orgoglio.


C’è chi offre del vino,


chiedo alla mia nipotina un pistacchio già sbucciato,


mi faccio portare via.


Cazzo, se so’ rigida nel rispettare le astinenze…


Un mio vecchio amico, residuato Woodstock,


vende gli orecchini e qui faccio il pieno.


Un pieno pienissimo.


Da dietro, i suonatori di tamburo riprendono a suonare, camminando.


Maestro Rodolfo ci sorpassa, si gira,


mi guarda e mi fa di nuovo l’occhiolino.


Con i suoi grandi baffi.


 





Dedalus - Non mi ricordo il titolo del brano :*


abbondiamo, ce ne metto un altro, va...




Vinicio Capossela, Il ballo di San Vito

giovedì 13 settembre 2007

C'est simple



foto sune johnsson


… E, come direbbe Roland Barthes,


c’è un grado zero della scrittura.


Ma c’è un grado zero in tutto ciò che di


nuovo si intraprende, con i suoi carichi d’ansia,


gli entusiasmi, le fatiche, la tentazione di mollare tutto


e di rinchiudersi in una comoda dimora intrauterina.


Io, mai come in questi giorni,


dico che


c’è un grado zero dell’esistenza in cui sembra


un miracolo strabiliante il semplice fatto di respirare.


Una scoperta straordinaria che ti fa sentire un po’ stupida,


tu stesa sul letto ad osservare il respiro che entra e che esce,


con una leggera forzatura verso il diaframma.


Nessun evento clamoroso,


nessuna parziale illuminazione della mente.


Sei un uomo, dunque respiri.


E se respiri,


puoi ancora giocare con il tempo,


e assaporare piccole, leggere,


sbadate


alchimie


di un


giorno


nuovo.


 






David Byrne, Marisa Monte - Waters of March

mercoledì 12 settembre 2007

Ogni tanto lo rivedo. E mi commuove, e mi fa ridere sempre.




Hoffman, o ti spogli o ti denuncio, film di Alvin Rakoff, 1970


Il signor Hoffman è il dirigente di una ditta di trasporti.


Il signor Hoffman è un uomo un po’ finito che, forse per la prima volta,


decide di approfittare del suo potere per prendersi qualcosa dalla vita.


In maniera coatta, cioè nel modo che, al signor Hoffman, proprio non si addice.


Lei è bella, giovanissima, insieme alle altre segretarie,


lo ha sempre un po’ schernito il viso da uomo finito del


signor Hoffman.


Lei è la fidanzata di Tom. E Tom, operaio nella medesima ditta,


ha compiuto un furto.


Che il signor Hoffman scopre.


Da qui il ricatto.


Il dirigente manterrà il silenzio, solo a patto che lei si trasferisca a casa sua,


offrendo il suo corpo, la sua giovinezza, i capelli biondo-cenere, e la pelle setata.


Per una settimana.


Lei accetta, ma è terrorizzata. Meglio, schifata, al solo pensare che quel viso cadente di uomo


finito possa anche solo sfiorarla.


Il signor Hoffman compra una maschera del più perfido cinismo


e la indossa.


Però…


Questa la premessa di uno dei film più intensi che io abbia mai visto.


La storia di come un uomo più volte ferito,


se riesce ancora a guardare il cielo, se riesce ancora a percepire la magia della musica,


se, ad un’etica non banale, aggiunge la generosità innata per regalare


 un sogno concreto,


possa ancora essere amato.


Limpidamente.


Nonostante quel viso corroso e perdente


di uomo finito.


 




Caetano Veloso, Fine Estampa

lunedì 10 settembre 2007

Okè.



E così, io,


totalmente decentrata e rimbambita,


domani mattina devo andare a scuola.


A fare che?


Attività di Accoglienza per le prime classi


dell’Istituto Superiore ecceteraeccè.


Senza essere troppo insensati,


per favore,


me lo dite voi


che cavolo avreste voluto fa’ i primi giorni in una nuova scuola?


E, soprattutto, come avreste voluto essere accolti?


Iamme, su, belli belli, ià…



J



 





Corrado Guzzanti, Lorenzo legge il tema