sabato 30 agosto 2008

Denotativi inutili :)




 


 


 


 


…E questa sarà l’ultima notte di assoluta, magnifica indolenza.


Da lunedì, mi rivestirò da prof.


Però, con una tunica indiana e i capelli rossi rossi.


Aggiungiamoci il resto e, di sicuro,  passerò completamente inosservata.


L’invisibilità, ora come allora, l’unico, possibile progresso.


J


 



Amy Winehouse, You know I'm no good

giovedì 28 agosto 2008

Così si sente, così si dice.


(senza artifici difficili o retorici)



foto Sophie Calle



La vita mi cammina a fianco, sempre.


Anche quando sono arrabbiata, lei mi impone di pazientare.


Se mi rifiuto di guardare il cielo,


lei mi alza con forza la testa verso l’alto,


e la sua mano ha una determinazione brutale.


Se mi rintano in un  realismo pungente,


lei mi urla che sono molto meglio le illusioni,


così mi capita di sentire spesso


il petto allargarsi senza nessuna pena,


e languori che non hanno testa,


solo volti, volti dignitosi di esseri quasi-erba  che,


talora ,


sono ridicoli,


perché si lasciano incantare anche  dalla gramigna.


Ma non si lasciano fottere,


no,


da quel senso totale  di inadeguatezza.


Dei nostri tempi, vera desertificazione


e


vero male.


 





bellissimo brano che, qualche tempo fa, mi inviò Simona.

martedì 26 agosto 2008

Ma mi faccia il piacere...:)



foto Mondino



Da tanto, ormai, vige la vivisezione,


spudoratamente spacciata per necessità di uno speciale apprendimento.


Esperto, se non sei esperto, non puoi fare niente.


Così fioriscono sempre corsi nuovi,


corsi per parlare con le rughe,


onde convincerle che, nei loro solchi, potrebbero nascere persino pomodori,


corsi per far felice a letto la moglie scoglionata o il marito fedifrago,


corsi di ceramica azteca, da affiancare ai finto-Picasso,


nelle case borghesi  degli eccellenti progressisti,


corsi per imparare la mediazione convincente in lingua araba,


caso mai qualche talebano passasse sotto casa tua e ti rapisse,


corsi, aperti al maschile ed al femminile, per disinibizioni accelerate,


con prove pratiche e corali di dimostrazione schiacciante


che il punto G esiste,


corsi naturalistici su come evitare i massacri estivi della zanzara-tigre,


corsi di concentrazione che prevedono giornate intere a guardare un muro bianco come se fosse il mare ( gratuito, in questo, un sottocorso per  contenere il bisogno di svuotamento vescicale),


corsi per rimbambire a poco a poco tutti i componenti familiari , in modo da ridurli ad un silenzio


silente, perpetuo, accondiscendente, eterno.


Corsi, ricorsi, se non sei soddisfatto sarai rimborsato con un apprendimento ancora più specifico.


Attualmente, in testa ad ogni tipo di classifica, rimane comunque e sempre il corso di Lamento,


che, al contrario di quello che si pensa, richiede accorgimenti sofisticati, particolari. Se, per es., qualcuno ti chiede: “Come stai?”,  


e già è evidente che della tua risposta non gliene frega niente, 


gli esperti suggeriscono di rispondere così: “Bene, benissimo, mai stato/a meglio, la vita è incredibile, meravigliosa, riserva certi colpi di scena assai spettacolari…” A quel punto l’interlocutore si incuriosisce e pensa: “Fosse la volta giusta che mi si annunci la novella buona, vuoi vedere che questo essere dall’aria un po’ meschina ha capito il funzionamento di tutti gli ingranaggi?”, così invita l’altro al bar a bere un caffè. L’altro, che ha fatto il corso, tira per la giacca l’ignaro cristiano verso un tavolo qualunque, poi ordina l’ira di Dio ( tramezzino-toast-cornetto-succo di frutta-amaro ).  In questo modo ha tutto il tempo per vomitargli, tra uno sputazzo e l’altro, che il lavoro è uno schifo, che , in una sola settimana, è stato tradito 5 volte, che il cane è malato, che la gatta è di nuovo incinta e che il pappagallo, per protesta verso la globalizzazione selvaggia, si rifiuta di parlare. E forse potrebbe avere pure il tempo di aggiungere che gli antistaminici, per le 300 allergie multi-stagionali, non funzionano più.                                                  


Se la cosa non dovesse andare proprio così, gli esperti consigliano di frequentare anche un corso per refrattari gravi. Ad ogni forma di azione pratica, incisiva, concreta.


 



Stancami, stancami musica


( un vecchio pezzo, di quando ero adolescente)

sabato 23 agosto 2008

"In direzione ostinata e contraria"



Lei era una donna decisamente fortunata:


erano soprattutto i pazzi a volerle un infinito bene.


Di questa cosa era così tanto lusingata


che ringraziava


a lungo


quel dio che non esiste,


recitando in playback,


sui grani di corona,


rosari strampalati,


troppo diretti,


assai confidenziali.


E se qualcuno, ogni tanto, le diceva:


“Che fai, bestemmi il Cristo?”


lei rispondeva, placida:


“Stai zitto tu,


che parli, parli, parli


e forse non lo sai


che quello 


è amico mio”





fabrizio, smisurata preghiera

(una delle sue più belle, secondo me)

mercoledì 20 agosto 2008

L'absurd



foto bassman


Dell’ultimo uomo che aveva avuto le era rimasta impressa la pena degli occhi, ché lei non riusciva ad alzarsi da un materasso steso a terra, e urlava contro il cielo, lui, giustamente,  non sapeva che fare e  non faceva nulla, mentre gli occhi gli si riempivano di pena liquida liquida  e il caffè aspettava, l’amore incerto aspettava, i rumori molesti non aspettavano e si regolavano per conto loro, le direzioni non erano ancora state tracciate dagli operai dell’anas, i tuberi di tulipano, in olanda, non erano ancora fioriti, e imperava il ricatto del probabile, irrimediabile errore.


Quella pena dentro agli occhi non era cosa sua, non le apparteneva, eppure girava sempre là, riemergendo in infiniti altri occhi, e davvero non si sopportava tutto quel liquido negli occhi della gente, che se fosse diventato pianto, lei almeno avrebbe potuto porgere dei fazzoletti immaginari, che aveva imparato a fare per sbaglio, cercando di costruire animaletti di carta-origami. L’unica via d’uscita per liberare gli altri dalla loro pena era l’assurdo, che stritolava, acido potente, annullando tutte le coordinate delle cose che devono essere così come devono essere. L’assurdo non è figlio di Aristotele, lui che sa  creare tabulae rasae meravigliose, senza storia, dove è gusto imparare a parlare, alzarsi da terra, ridere sguaiatamente, guardare le logiche di lingue sberciate, senza intuirne il senso,  ché i sensi dormono tranquillamente se non sono cercati.


Tabulae rasae.


Senza storia.


Perché, in fondo, gli “altri”,  i fantasmi degli altri, le cose degli altri non chiedono altro che dimenticare.


Qualche volta, ma solo qualche volta, chiedono anche di essere dimenticati.


Per poco però, si sa com’è: i piedistalli  si sentirebbero troppo vuoti senza il respiro vivo di sentimenti-statua.


 mais oui, e forse pure oh yeah.








ivano fossati, denny

domenica 17 agosto 2008

Lenny


(una storia piccolissima)



mio paint


 


Lenny e il suo cagnolino dalla coda ferita, lenny che corre, corre con la sua rabbia,


lenny non si piega sui cespugli delle rose, a lenny, delle rose, non importa proprio niente,


e neanche degli aquiloni dei cieli, solo del suo cagnolino e della sua coda ferita.


Corre, lenny, e , quando cercano di fermarla, dice le parolacce, e, se qualcuno osa chiederle:”Lenny, non vuoi che provi io a curare il tuo cagnolino?” lei risponde - tu non sei in grado di curare nemmeno la tua verruca sul naso, figurati la coda del mio cagnolino, e sei noioso, noioso, noioso, quando non ti vede nessuno, io lo so cosa fai, lo so cosa fai…-


Corre, lenny, corre, con il cagnolino in braccio, e non guarda mai il mare, non gliene importa nulla delle onde, delle barche, dei bagnanti e dei bambini che, con i piedi all’interno, frignano sulla sabbia.


E quando qualcuno cerca di fermarla, lei fa finta di placarsi, si siede su una panchina,  mette la testa tra le ginocchia per riparare il suo cagnolino, non dice nulla, non parla, poi approfitta del sole più forte che acceca gli occhi del signore  e continua a fuggire…lenny, non vuoi che provi io…lei non risponde nemmeno e fende l'aria,  fende,  leggera, incisiva  leggera.


Tutti pensano che lenny sia distratta,


io credo solo  lei sappia


con precisione


dove sia


il luogo


per lenire


 le ferite


alla coda


del suo cagnolino.


 




yuppi flu, elemental

venerdì 15 agosto 2008

In fondo.



 



 


In fondo, la vita e la morte


le vedo entrambe appallottolate


in un puntino, piccolo e inesploso.


Con qualcosa di elastico al suo interno.


E con lui si gioca a tirare prima da una parte


-veloce, oh sì veloce, lento..-


 poi dall’altra


-veloce, oh sì veloce, lento…-


Chissà se è arte, abilità, fortuna


non ritrovarsi soli in questo gioco,


gustare quella sottile ansia di cambiare,


 - il posto mio, rivoglio quello tuo -


e quel piacere, più sottile ancora,


di far finta che sia l’ altro,


proprio quell’altro,


a vincere.


Con te,


senza di te,


per conto tuo.


 


 


 




Lalli & Pietro Salizzoni, Un segno rosso sul cuore

mercoledì 13 agosto 2008

Breve.


(intorno non a quello che manca, ma a quello che c'è)



foto todd borris



È vero,


mancano gli eventi,


ma le immagini giungono comunque.


E i  guizzi di parole anche,


anche loro,


anche loro,


chissà da dove, chissà da dove…


Nel cabaret reale, immaginario,


so ridere con, so  ridere da sola.


Conosco forse l’arte


di miscelare i sentimenti,


ritorno indietro, li afferro, li  estraneo,


ci gioco, li mozzico,


li poggio adagio,


adagio


sulle papille gustative, per sentire


 un gusto  nuovo.


Così,


io sono viva.


 



 







modern love

martedì 12 agosto 2008

"The dreamers"


(sciocchezzuole)



Perlomeno,


il sentimento di non avere nulla da perdere,


tipico dei disperati, di quelli già perduti, dei santi, degli incoscienti


untori di passi "finto-liberi",


ti consente di sverminarti tutta,


fregandotene di aspettare


le voci di conferma


che ti dicano: baby, sei sulla strada giusta


per la frammentazione generale.


O per la pazzia, per la pazzia  non troppo rumorosa.


Attenzione però,


una cosa sola ti può fregare:


l’attesa strisciante, resistente che i


non so che” ti spingano vertiginosamente da est verso ovest, da nord verso sud,


dal basso verso l’alto, da qui a lì.


Eoli capricciosi.


Le nuove geografie te le puoi solo immaginare.


Poi, se non succede niente, prendila con una sorta di allegria-puttana.


Ricorda per es., quella volta, in quell’estate che avevi solo 15 anni,


ma sì, te la ricordi, quando rubasti la motocicletta del tuo migliore amico,


per sfrecciare davanti agli occhi di quell’altro, che smaniava solo per una ragazzina pulita, bella e bionda, (sempre così),


e tu glielo volevi proprio fare vedere quanto fossi del genere coglione pseudo-gagliardo,


passavi, acceleravi, la macchina poi non l’hai vista e ti ha sbattuto contro il muro.


Una mezza tragedia. O una tragedia mezza. Se non sei morta, è già così.


Ma la cosa, se si vuole, mica si ferma sempre lì, nella tragedia, intendo.


Ricordi anche chi fu il primo che venne a  prenderti, con i denti scalcagnati sul davanti  e i rivoletti di sangue che ti scendevano giù dalla testa, te lo ricordi, sì?


Don Gaetano Pellicori, l’uomo più ingiustamente vituperato di tutto il cosentino,


in vacanza pure lui in quella zona viva di mare. “Il  signor quadro nero, scuro, con piccole sfumature verde- pallido”.


Sempre a ridere, con gli altri, a fare le corna, quando lo si vedeva al bar solo come uno solo,


che quando uno è sempre solo finisce per fare sempre le stesse cose, tipo lisciarsi i baffi e mangiare almeno tre granite di limone.


Seduto allo stesso tavolo, come ogni ogni sera, sì.


Perché ce l’aveva scritta in fronte  l’insegna del suo negozio cittadino: “Pompe funebri Pellicori, dal 1960, comprovata esperienza, prezzi modici, ma casse belle e solide, per il tuo passaggio dignitoso e onesto. Economicamente, anche per questo,  non contare sui parenti, gestisciti da te.”


Così tu, credendolo il più comico, paradossale emissario del divino, lo guardasti in faccia e gli dicesti:


“Signore, che mi aspetta? Non ho vissuto, non ho peccato. Signore, mi dica che sognare non è un reato capitale, me lo dica ora, qui.”


 


 


 







Neil Young, Heart of gould

domenica 10 agosto 2008

Cronache dal paese dei Lazzari



foto sarah april



 




Non esistono cronache possibili per la felicità. Nella felicità io non ci credo, non ci ho creduto mai. Ma nel sollievo, sì, quando qualcosa si apre per afferrare leggere, piccole  fessure, fessure di luce, fessure di voce, fessure di pelle, fessure di caramelle e di topolini, fessure di pianto buono, fessure di te, di te che non esisti, eppure a te io riservo sempre le battute migliori.


E se ti metti a dormire all’una e trenta, se ti svegli alle 5, non credi all’inizio che il giorno potrà mai essere una fragola o una ciliegia, una marmellata fatta in casa o un retrogusto dal sapore di fiore.


Invece no, ti alzi da sola, la morsa che da mesi attanagliava tutta la parte sinistra del tuo corpo, dalla testa al braccio, dalla mano al piede, quella morsa fastidiosa e pungente ora non c’è più. La mente è limpida e tranquilla, le scale abbordabili, la gamba destra si solleva un po’ di più e Sali con meno fatica, senza volare, Sali. I tuoi ancora dormono, ti avvicini al lavello, lavi la macchinetta del caffè, te ne prepari uno dei tuoi, forti forti, sono almeno 6 mesi che non facevi questa cosa qui, almeno 6 mesi. Poi ti siedi, mangi la pizza della sera prima, perché stamattina te la meriti proprio una grande trasgressione, sì.


Vai in bagno, solo con il bastone, gli altri si alzano, ti guardano stupiti e tu sorridi, vorresti fare da sola, ma ti lasci aiutare, docile docile come non sei stata mai, mai. Spalanchi la finestra, l’aria è tersa, le montagne parlano, e si allungano verso il sole che non si vede ancora., Ti trucchi, ti pettini, ti metti degli orecchini lilla, tiri fuori da una busta decine di rossetti, scegli quello più luminoso, la mano è più forte, il colore non sbava neanche un po’. A guardarti nello specchio, non sei mica male male, no no, con questo corpo ritrovato, solo un po’ più fluido, solo un po’. Scendi, scendi nella tua casa piccola, scendi da sola. E aspetti con fiducia l’infermiere che ti infilerà per il terzo giorno consecutivo quel veleno forte forte e necessario nelle vene,  ora ti è assai chiaro, assai, come anche il veleno possa farti ritrovare parti di te che credevi perdute, difficili da far rivivere anche nel ricordo.


Non credi nella felicità, non ci hai creduto mai, sfilano sempre i soliti nani a ricordarti quello che non hai avuto, quello che non avrai. Ma il sole è alto, le tue mani leggere giocano con la tastiera. Non è mica finito tutto. Chissà, forse un giorno, per una volta ancora, tu canterai.


 




 






Rino Gaetano, Cerco

giovedì 7 agosto 2008

Una cosa semplice, così.



foto sarah april



Io sono la mia terra,


proprio  lei, in affanno,


con il suo destino di bellezza oltraggiata,


di paura,


di ritardo storico incolmabile,


selvaggia lei,


incapace di adattarsi al vivere civile,


troppo debole, troppo forte,


fiera del suo linguaggio latino,


e a parlare sono le cose,


che fanno tanto ridere,


piangere qualche volta,


ma è come se piangesse la montagna più alta,


o il bambino più moccioloso che incontri per la strada.


Io sono la mia terra, con le sue stelle eccessive,


e l’ansia di mostrare anche ad occhi distratti


che, a saper guardare, in quell’orgoglio che si difende,


c’è qualcosa di vero,


come il pane, come i lupi mannari, come il grido delle ginestre.


Io sono la mia terra,


amara, gravida,


consumata, intatta.


Sullo sfondo,


ogni tanto,


se ascolti bene,


puoi sentire il canto delle sirene.


E quello dei fucili.




 


 




daniele sepe, tarantella calabrese

Fancù





Alla risonanza magnetica, una lesione attiva : fanculo.


Neurologo mio dice: occorrono flebo di cortisone, io penso una cosa profondissima: fanculo.


Chiedo per quanto tempo, lui risponde: almeno una settimana, fanculo.


Lui raccomanda pure i farmaci gastroprotettivi, Mepral, da 20, fanculiissimo si può di’?


E quando,


e perché,


e suvvia,


almeno i mostri sono concreti,


e non c’è spazio per i sofismi.


Un po’ noiosa, ma la poussè (en francais, oui, per dire “crisi della malattia”) non è gravissima, neanche grave, solo così così.


Però un bel vaffanculo ci sta bene lo stesso.


Senza destinatario.


Anzi no.


Fanculo alla buona educazione, ai linguaggi forbiti, a chi se la tira, ai cretini smaniosi di potere, e anche a me, e al momento in cui ho smesso di essere buddista. Ché un po’ di pace, almeno, questa cosa me la dava.


Vabbè.


Adesso un ultimo vaffanculo, poi basta.


Cià.


J





Peppe Barra, Canto dei Sanfedisti


mercoledì 6 agosto 2008

(Preso dal blog di Ramificazioni.)


DAL BLOG http://prodigit.splinder.com/







lavoro(17) cosa facciamo ?





Stiamo alla finestra ?





proviamo tanti sassolini insieme a smuovere la montagna ?





NOI scriviamo al Ministro Sacconi la nostra indignazione.





E tu ?  5 minuti del nostro tempo  Per non spegnere la luce...





Se condividi  posta sul tuo blog l'iniziativa , scrivi ai tuoi amici e PASSAPAROLA !





Riempiamo la "buca"  del Ministro  .





Hanno aderito : http://degiorgioblog.splinder.com/ 





http://lucycy.splinder.com/





http://cdv.splinder.com/







E tu stai alla finestra ?

martedì 5 agosto 2008

Non lo so nemmeno io che voglio dire, non lo so. Ma lo dico lo stesso.





 


La noia non è nella finitudine


di sentirsi finiti,


ogni tanto, no.


E’ che non si è Munch, o Dostoievski, o Albinoni,


 prendi questo “sentimento” e  sbattilo su una tela,


prendi queste parole e scrivici "L' idiota",


presto, presto,


prendi tutte le note e tiraci su un adagio,


fai in modo che gli altri si riconoscano,


riabilita il negativo,


che non si provi solo una schifosa pena passeggera,


per quanto, anche là dentro, circoli l’arte,


mischiata alle cipolle,


all’insalata di riso,


ai motel per amanti fuggiaschi.


Non ha senso, lo sfogo non è un senso,


il tempo non è una stanza ad ore,


che qualcuno leggendo, ascoltando, vedendo,


non si senta “vicino” con quell’assurdo modo subdolo, che insegna la vita,


di tracciare distanze. Che resti lì, un momento, a sentirsi variante possibile


di un uomo terra e cosmo,


perduto, finito,


anche un po’ ridicolo nel suo cercare continuo,


che resti lì, un momento, a immaginarsi catena,


con dentro vento,


e rabbia


e mappa capovolta,


forse suono struggente di carillon antico.


Che resti lì.


Un momento.


Poi torni, torni pure tranquillo,


nelle sue acclarate salvezze,


nella sua "casa". 


 


 



 



 


 




Warren Zevon, Knochin on heavens door

domenica 3 agosto 2008

Amalteo, eccoci qua. :)


(perchè in poche parole, certe volte, puoi leggerci un'intera vita)



"La nostalgia dei corpi


ha mille sfumature.


Il tempo


ci disegna."


(Parole che Amalteo mi ha lasciato in un commento.  Troppo belle per lasciarle scorrere così.)


 




Einsturzende Neubauten - Silence Is Sexy

(un pezzo che al nostro amico gentiluomo piace assai. Ma pure a me.

Wè, Amalteo, facciamola completa, salutami la deliziosa moglie tua Luciana :) )

venerdì 1 agosto 2008

Incontro (scenari possibili)



 


Mi offri un caffè?Passavo per caso, ho visto la porta aperta, fuori faceva troppo freddo o troppo caldo, non ricordo, 32 gradini per venire da te, un giorno intero a convincere tutte quelle voci sommarie, frettolose, la notte insonne, 3 xanax nella mattinata, 82 euro dal parrucchiere e guarda qui come mi ha conciata, 50 periodi ipotetici un po’ claudicanti, incerti tra il possibile e l’impossibilità più nera, “ se lui…se poi, se io…se la fortuna…se i nostri odori…se un terremoto improvviso…”.


Ho visto che hai cambiato il tappetino davanti alla porta, tu pure ti sei trasformato, hai la fronte più alta, le rughe vicino alla bocca si sono diradate, quella lampada arancione nell’angolo emana una luce calda, e quello sul letto è il Modigliani finto che ti ho regalato io, no, dai, non insistere, di finzioni non te ne ho date tante, la danza del ventre, quella volta, mi hai costretta  a farla tu, non c’era più il ridicolo, non c’era e dove vada il ridicolo quando non ha più spazio io non lo so, forse si rintana tra le tasche della gente come pudore, ed esce fuori all’improvviso sotto forma di rossore incontenibile, o di movimento inopportuno, troppo fiacco, esiguo, lento.


Ora ho  freddo, ho caldo, la portinaia grassa mi ha salutata come se mi trascinassi dietro il mio fantasma, io le ho sorriso con fare composto, come sempre. Salendo le scale, mi è arrivata la morsa nostalgica del nostro quotidiano leggero, anche un po’ antico, di quando non bisognava cercare le parole e l’unico peso era quello delle buste della spesa, le scale, sai, sono il luogo dove più si confondono le cose, i tempi, le idee, i principii,  un senso.


Passavo per caso.


E ora sono qui.


Con i piedi gonfi per il troppo pensare.


Mi fai distendere un po’?


J








Sting & Chris Botti, La belle dame sans regrets