La Comune.
Correva l'anno 1986...
(ho riletto questo vecchio post del 2007, mi piaceva molto, mi piace ancora, lo rimetto qua, rimaneggiato, ma solo un po').

Ma si può lasciare una di notte, sulla terrazza di una periferia romana,
con tutte le antenne che si vedono e gli uccelli impazziti per l’arrivo prossimo dell’alba,
ma dico io, in una notte così bella di inizio giugno, si può?
Sì, si può, Umberto se ne è appena andato, dicendomi che lui vuole una
persona affidabile, una futura moglie, e non una pazza scriteriata come me.
E’ inutile che lo rincorra, Umberto è uno tutto d’un pezzo, un aspirante filosofo razionale,
è inutile che lo rincorra, tempo sprecato è.
“Renata, no, noi non ci muoviamo, non ci guardare con quegli occhi,
l’ultima volta ce la siamo vista brutta, l’autostop adesso non è proprio cosa, ci sono due esami a breve, e poi, scusa, dove vorresti andare?”
Felice e Tiziana, i padroni della terrazza
che mi ospita, ve li presento adesso, li vedete, sono riluttanti,
ma non è detta ancora l’ultima parola, asp…
“Bologna, guagliù, e voi non potete fare così, che cazzo di amici siete, io sono stata appena abbandonata, soffro, ho bisogno di andare, capito? Fate troppe storie, ci piazziamo sull’autostrada, facile che ci prenda, come l’altra volta, un cocomeraio siciliano, che ci porta dritti dritti a destinazione. Pavidi siete, voglio vedere chi ce li ridà i nostri 20 anni…Oh, chi ce li ridà?”
E non c’hanno nessun entusiasmo, no, no, si trascinano tutti e due sotto il sole, brontolando,
mi guardano assai male, male assai.
Io invece zompetto, però ogni tanto faccio vedere che sono davvero triste, specie quando Felice, che si è portato pure la chitarra, fa cenni che vuole tornare indietro, ma indietro non ci torna, no …
L’autista che ci scarrozza solo con me parla, che sto seduta dietro, loro davanti sembrano due morti,
pallidi,
perché quello gira la testa continuamente e il camion sbanda, ma poco poco, il problema è
solo che non sono tanto duttili, non sanno adattarsi, ecco…
E’ una villa comunale, vicino Piazza Maggiore, stiamo belli belli sdraiati, ho fatto i conti
e ci siamo concessi una bottiglia di vino, di quello scarso, sì, perché domani voglio mangiare i tortellini, e quando loro mi chiedono dove cazzo dormiremo stanotte, io cambio subito
discorso; se insistono, dico che qualche soluzione si troverà, che non si può ospitare sempre “la grande anima borghese”, che i nostri 20 anni e la nostra vita On the road non ce la ridarà nessuno a noi, no…
Raffaele è carino, lineamenti delicati, incominciare a parlare con lui è naturale, naturale,
le parole vanno e poi ritornano, cariche d’aria, d’acqua, di terra, di fuoco, del sorriso dei bambini sul prato.
Le parole sciolgono i problemi ed eccoci qua, io contenta, i miei amici con il muso, a seguirlo
perché stanotte dormiremo in quella che, dalle sue descrizioni, ha tutta l’aria di essere una Comune nel centro di Bologna.
Pablo, il poeta spagnolo, non ci accoglie affatto bene e ci dice subito che, se vogliamo rimanere, dobbiamo contribuire alle spese, a me mi guarda proprio male, ché gli sto proprio antipatica e si vede.
“Soldi ne avete?”, “Pochi”, rispondo io, perché gli altri si sono mummificati e si guardano intorno
smarriti, ché il tasso di lerciume nella casa è a dosaggi altissimi, e ci sono pure due o tre cani che girano, girano, girano. Felice e Tiziana li vedo quasi svenire quando, contemporaneamente, si liberano gli intestini
davanti a noi, ma nessuno si preoccupa di raccogliere le cacchette loro, no, no.
Guardando bene, facendo duo o tre semplici collegamenti, finalmente capisco che cosa siano quelle patacchette solide giallastre sparse un po’
dappertutto…
Da quel momento in poi, i miei amici cerco di evitarli, perché davvero non saprei che cazzo rispondere
agli sguardi loro minacciosi, traducibili più o meno così: “Renà, questa ce la paghi, amara amara la paghi, facci uscire vivi di qua, che poi vedrai quanto ce la paghi, oh sì…”
Ci piazzano tutti e tre in una stanza, dove dorme pure Michele, una specie di Mangiafuoco-cantore calabro, tutto entusiasta di vedere suoi corregionali. Ma i miei amici, come al solito, non sono affatto entusiasti, no. Ed io me la svigno, con la scusa che le atmosfere notturne mi sono sempre piaciute, li lascio là, e sembro pure io un cane sciolto per le strade di Bologna. Ogni tanto, ma solo ogni tanto,
mi viene quella strana vertigine, che è come una domanda sul Senso, il senso oscuro delle sciocchezze che faccio, che ho fatto, e che, sono sicura, farò ancora, perché sono così io, un pifferaio avido di vita, che si trascina dietro tutti quelli che incontra, senza mai una cazzo di direzione, no.
Poi gli inquieti pensieri svaniscono, cazzo, sono a Bologna e chiedo a qualcuno dov’è l’osteria in cui canta Guccini, si crea un gruppo di sbandati come me, si va.
Sono le 10 di mattina, ora, Michele e Felice suonano le chitarre sotto i portici, io e Tizi cantiamo, il piattino è là davanti e speriamo che non mi riconosca nessuno, ché in questa cacchio di città ho un sacco di parenti meridionali, oh…mio padre accetta tutto, ma la poesia dell’accattonaggio libero non sono ancora riuscita a spiegargliela, no.
All'ora di pranzo ci si conosce tutti, Pablo non abbassa la guardia, mi chiede con astio se abbiamo portato da mangiare ed io con astio rispondo: “ Sì, tortellini e Lambrusco”, che, diciamocelo pure, ho un caratteraccio e non faccio mai un cazzo per risultare simpatica a chi mi guarda storto, mi pare solo energia sprecata questa cosa qui, due o si prendono o non si prendono, roba da leccaculo sprecare energia per accattivarsi gli altri, oh…
Poi, la vedo: Yuma sembra uscita da un quadro fiammingo, con il vestito a fiorellini lungo lungo, ferma, bloccata su una sedia a dondolo vicino alla finestra, i cani ai suoi piedi. Io cerco i suoi occhi, ma non li trovo perché sono perduti in un vuoto.
“E’ così da quando è arrivata qua, due anni fa, è olandese, l’abbiamo raccolta per strada, lei e i suoi cani, e nessuno mai è riuscito a farle dire una parola. Sta, come una cosa, sta…
Adesso, renata, andiamo a mangiare, sono arrivati pure Marco e Riccardo, gli amici nostri madonnari, sono simpatici, vieni, dai, te li presento…”
Lo seguo Raffaele, che tutti chiamano “capo”, ma si capisce che i veri capi sono Pablo e i suoi malumori.
Il clima sembra proprio tranquillo, non me ne dice proprio di indagare se i piatti sono puliti o no, se Felice e Tiziana stanno bene, se Pablo mi guarda storto, se Michele ha un motivo particolare per aggiungere continuamente zucchero nella bottiglia di Lambrusco, se è l’Aids la malattia di cui Pablo e Raffaele parlano, riferendosi ad alcuni loro amici ricoverati con sintomi strani, se i cani cacano continuamente sotto il tavolo, se…
We don't need no education.
We don't need no thought control.
No dark sarcasm in the classroom.
Teacher, leave those kids alone.
Hey, Teacher, leave those kids alone!
All in all it's just another brick in the wall.
All in all it's just another brick in the wall.
Riccardo, il madonnaro, ha messo su la canzone dei Pink, e comincia a raccontare di come gli manchi il suo mare di Sardegna, parla di tutti i muri che, ogni giorno, non ce la fa ad abbattere, dice che i muri più grossi sono quelli che si annidano nella testa della gente e che lui prova a stritolarli solo con i suoi pastelli, con la schiena piegata a dipingere volti di madonna che assomigliano sempre a Janis Joplin.
La sento, sento la mia voce impastata, iperalcolizzata dal Lambrusco e dallo zucchero, la sento cercare spazio tra la musica, tra i piatti sporchi, tra i volti che si girano a guardarmi, la sento “calda”, dentro, come quando uno si mette al sicuro sotto una coperta, la vedo arrampicarsi sui Muri, combattere la dialettica delle incrostazioni, farsi aria, melodia, piccone, terra, fango, pillola per il mal di testa, cartone animato, pioggia…
E tutti stanno zitti, persino Pablo, Riccardo mi guarda con occhi riconoscenti, come se quella voce, la mia voce, gli avesse abbattuto tutti i muri di una vita.
Non si capisce mai il come ed il perché i tempi dilatati si contraggano, ad un certo punto si sbaracca, tutto qui, gli esseri umani si alzano e spariscono. Marco e Riccardo devono andare a perdersi per le vie della città ma Riccardo, prima, mi chiede di appartarci un attimo.
“Perché non resti?”
“Tu dici qua, a Bologna?”
“Sì, renata, lo sai anche tu che, oggi, io e te ci siamo toccati l’anima, lo sai, sì?”
“Sì, lo so, ma non credo di poter restare…”
“Qua cerchiamo di essere liberi, ripensaci, non è facile toccarsi l’anima, no…Mi dai un bacio, prima che vada via?”
Ed io glielo do questo bacio, ché non si può negare un bacio a chi ti ha aperto l’anima… Poi, rientro e vedo quei poveri disgraziati dei miei amici buttati persi, con il loro smarrimento intatto… Dico loro di alzarsi che ce ne andiamo subito, e faccio fatica a contenere la spinta di Pablo che mi urla come un ossesso: “Sei una vigliacca, perché non resti?”
“Pablo, io non ti devo dare spiegazioni. Però credo che le tue poesie siano belle, almeno quanto la tua rabbia.”
Pure le strade sembrano deserte se, ad un certo punto, una città diventa straniera.
Però Tiziana e Felice cominciano a sorridere, l’autostrada è vicina,
il loro sollievo mi conforta, appendo le domande sulle cose giuste ad un ipotetico gancio,
incomincio a correre,
i ritorni sono belli,
vedo già le parole che racconterò,
le vedo scritte sui muri,
cantando.
“All in all it's just another brick in the wall.
All in all it's just another brick in the wall.”