venerdì 31 ottobre 2008

L'urgenza di "passarvi" un semplicissimo concetto



C’era la pioggia, oggi, nella città vecchia, le nuvole camminavano tranquillamente, gli umani calpestavano i suoli diversamente, perché ogni passo si porta dietro l’emozione che si ha dentro. Non si accelera solo perché si ha una cattiva fretta, ma anche , per es., se  nel bar di qualche vicolo vi è seduto qualcuno che ci aspetta, con un libro in mano per placare l’ansia, e gli occhi fissi su una minuscola smagliatura della calza, cifra fragile dell’essere imperfetti. Io non cammino più, io sono solo sguardo. Mi duole, ogni volta, questa cosa mi duole tremendamente.


Camminare è un miracolo.


Andare dal panettiere è un viaggio verso i profumi del pane, inciampare è una piccola ferita sulla nostra distrazione, sbagliare strada è una benedizione dell’imprevisto capriccioso. Guardo tutti gli umani inconsapevoli della propria fortuna, torturati  magari dalla noia, dall’ansia di salire sempre più in alto, sempre più in alto. Immagino le loro storie danzare tra le pietre, il catrame, i sassi. Perché le Storie si incrociano caotiche, giocano ad inseguirsi, perdendosi su strade, enormi, larghe,  piccolissime, persino su quelle  sporche, dimenticate, rarefatte.


La enuncio spesso questa cosa, io, che agogno, come il sogno più libidinoso, la posizione verticale, la enuncio spesso agli altri, ma mi si crede poco: i piedi, certe volte, sono più saggi della testa. Allora, mes amis, affidatevi ad essi, sono un tesoro immenso: uscite, perdetevi, ritrovatevi, misurando le distanze, cancellando le distanze, andando, così, per il gusto di  andare.  E ve lo dico subito, fin da ora, io, nella prossima vita, farò il maratoneta.


Così sarà.


Stasera ne sono convinta, non ho voglia di realismi o di disincanto.


:)




martedì 28 ottobre 2008

Domani



Domani nasco.


Domani lotto per non morire.


Così racconti tu, madre.


Dici che sono cianotica, l’ostetrica si affanna per non perdermi.


Poi, urlo, urlo, dico di sì al mondo con una rabbia profonda, continuerò ad urlare per giorni e giorni, ridendo anche, ridendo tanto.


Una neonata complessa, contraddittoria.


Dimmi, madre, sarà la cifra della mia vita


questa?


 


 



ivano fossati, l'amore trasparente

lunedì 27 ottobre 2008

La Comune.


Correva l'anno 1986...


(ho riletto questo vecchio post del 2007, mi piaceva molto, mi piace ancora, lo rimetto qua, rimaneggiato, ma solo un po').



Ma si può lasciare una di notte, sulla terrazza di una periferia romana,


con tutte le antenne che si vedono e gli uccelli impazziti per l’arrivo prossimo dell’alba,


ma dico io, in una notte così bella di inizio giugno, si può?


Sì, si può, Umberto se ne è appena andato, dicendomi che lui vuole una


persona affidabile, una futura moglie, e non una pazza scriteriata come me.


E’ inutile che lo rincorra, Umberto è uno tutto d’un pezzo, un aspirante filosofo razionale,


è inutile che lo rincorra, tempo sprecato è.


“Renata, no, noi non ci muoviamo, non ci guardare con quegli occhi,


l’ultima volta ce la siamo vista brutta, l’autostop adesso non è proprio cosa, ci sono due esami a breve, e poi, scusa, dove vorresti andare?”


Felice e Tiziana, i padroni della terrazza


che mi ospita, ve li presento adesso, li vedete, sono riluttanti,


ma non è detta ancora l’ultima parola, asp…


“Bologna, guagliù, e voi non potete fare così, che cazzo di amici siete, io sono stata appena abbandonata, soffro, ho bisogno di andare, capito? Fate troppe storie, ci piazziamo sull’autostrada, facile che ci prenda, come l’altra volta, un cocomeraio siciliano, che ci porta dritti dritti a destinazione. Pavidi siete, voglio vedere chi ce li ridà i nostri 20 anni…Oh, chi ce li ridà?”


E non c’hanno nessun entusiasmo, no, no, si trascinano tutti e due sotto il sole, brontolando,


mi guardano assai male, male assai.


Io invece zompetto, però ogni tanto faccio vedere che sono davvero triste, specie quando Felice, che si è portato pure la chitarra, fa cenni che vuole tornare indietro, ma indietro non ci torna, no …


L’autista che ci scarrozza solo con me parla, che sto seduta dietro, loro davanti sembrano due morti,


pallidi,


perché quello gira la testa continuamente e il camion sbanda, ma poco poco, il problema è


solo che non sono tanto duttili, non sanno adattarsi, ecco…


E’ una villa comunale, vicino Piazza Maggiore, stiamo belli belli sdraiati, ho fatto i conti


e ci siamo concessi una bottiglia di vino, di quello scarso, sì, perché domani voglio mangiare i tortellini, e quando loro mi chiedono dove cazzo dormiremo stanotte, io cambio subito


discorso; se insistono, dico che qualche soluzione si troverà, che non si può ospitare sempre “la grande anima borghese”, che i nostri 20 anni e la nostra vita On the road non ce la ridarà nessuno a noi, no…


Raffaele è carino, lineamenti delicati, incominciare a parlare con lui è naturale, naturale,


le parole vanno e poi ritornano, cariche d’aria, d’acqua, di terra, di fuoco, del sorriso dei bambini sul prato.


Le parole sciolgono i problemi ed eccoci qua, io contenta, i miei amici con il muso, a seguirlo


perché stanotte dormiremo in quella che, dalle sue descrizioni, ha tutta l’aria di essere una Comune nel centro di Bologna.


Pablo, il poeta spagnolo, non ci accoglie affatto bene e ci dice subito che, se vogliamo rimanere, dobbiamo contribuire alle spese, a me mi guarda proprio male, ché gli sto proprio antipatica e si vede.


“Soldi ne avete?”, “Pochi”, rispondo io, perché gli altri si sono mummificati e si guardano intorno


smarriti, ché il tasso di lerciume nella casa è a dosaggi altissimi, e ci sono pure due o tre cani che girano, girano, girano. Felice e Tiziana li vedo quasi svenire quando, contemporaneamente, si liberano gli intestini


davanti a noi, ma nessuno si preoccupa di raccogliere le cacchette loro, no, no.


Guardando bene, facendo duo o tre semplici collegamenti, finalmente capisco che cosa siano quelle patacchette solide giallastre sparse un po’


dappertutto…


Da quel momento in poi, i miei amici cerco di evitarli, perché davvero non saprei  che cazzo rispondere


agli sguardi loro minacciosi, traducibili più o meno così: “Renà, questa ce la paghi, amara amara la paghi, facci uscire vivi di qua, che poi vedrai quanto ce la paghi, oh sì…”


Ci piazzano tutti e tre in una stanza, dove dorme pure Michele, una specie di Mangiafuoco-cantore calabro, tutto entusiasta di vedere suoi corregionali. Ma i miei amici, come al solito, non sono affatto entusiasti, no. Ed io me la svigno, con la scusa che le atmosfere notturne mi sono sempre piaciute, li lascio là, e sembro pure io un cane sciolto per le strade di Bologna. Ogni tanto, ma solo ogni tanto,


mi viene quella strana vertigine, che è come una domanda sul Senso, il senso oscuro delle sciocchezze che faccio, che ho fatto, e che, sono sicura,  farò ancora, perché sono così io, un pifferaio avido di vita, che si trascina dietro tutti  quelli che incontra, senza mai una cazzo di direzione, no.


Poi gli inquieti pensieri svaniscono, cazzo, sono a Bologna e chiedo a qualcuno dov’è l’osteria in cui canta Guccini, si crea un gruppo di sbandati come me, si va.


Sono le 10 di mattina, ora, Michele e Felice suonano le chitarre sotto i portici, io e Tizi cantiamo, il piattino è là davanti e speriamo che non mi riconosca nessuno, ché in questa cacchio di città ho un sacco di parenti meridionali, oh…mio padre accetta tutto, ma la poesia dell’accattonaggio libero non sono ancora riuscita a spiegargliela, no.


All'ora di pranzo ci si conosce tutti, Pablo non abbassa la guardia, mi chiede con astio se abbiamo portato da mangiare ed io con astio rispondo: “ Sì, tortellini e Lambrusco”, che, diciamocelo pure, ho un caratteraccio e non faccio mai un cazzo per risultare simpatica a chi mi guarda storto, mi pare solo energia sprecata questa cosa qui, due o si prendono o non si prendono, roba da leccaculo sprecare energia per accattivarsi gli altri, oh…


Poi, la vedo: Yuma sembra uscita da un quadro fiammingo, con il vestito a fiorellini lungo lungo, ferma, bloccata su una sedia a dondolo vicino alla finestra, i cani ai suoi piedi. Io cerco i suoi occhi, ma non li trovo perché sono perduti in un vuoto.


“E’ così da quando è arrivata qua, due anni fa, è olandese, l’abbiamo raccolta per strada, lei e i suoi cani, e nessuno mai è riuscito a farle dire una parola. Sta, come una cosa, sta…


Adesso, renata, andiamo a mangiare, sono arrivati pure Marco e Riccardo, gli amici nostri madonnari, sono simpatici, vieni, dai, te li presento…”


Lo seguo Raffaele, che tutti chiamano “capo”, ma si capisce che i veri capi sono Pablo e i suoi malumori.


Il clima sembra proprio tranquillo, non me ne dice proprio di indagare se i piatti sono  puliti o no, se Felice e Tiziana stanno bene, se Pablo mi guarda storto, se Michele ha un motivo particolare per aggiungere continuamente zucchero nella bottiglia di Lambrusco, se è l’Aids la malattia di cui Pablo e Raffaele parlano, riferendosi ad alcuni loro amici ricoverati con sintomi strani, se i cani cacano continuamente sotto il tavolo, se…


 


We don't need no education.

We don't need no thought control.

No dark sarcasm in the classroom.

Teacher, leave those kids alone.

Hey, Teacher, leave those kids alone!

All in all it's just another brick in the wall.

All in all it's just another brick in the wall.


Riccardo, il madonnaro, ha messo su la canzone dei Pink, e comincia a raccontare di come gli manchi il suo mare di Sardegna, parla di tutti i muri che, ogni giorno, non ce la fa ad abbattere, dice che i muri più grossi sono quelli che si annidano nella testa della gente e che lui prova a stritolarli solo con i suoi pastelli, con la schiena piegata a dipingere volti di madonna che assomigliano sempre a Janis Joplin.


La sento, sento la mia voce impastata, iperalcolizzata dal Lambrusco e dallo zucchero, la sento cercare spazio tra la musica, tra i piatti sporchi, tra i volti che si girano a guardarmi, la sento “calda”, dentro, come quando uno si mette al sicuro sotto una coperta, la vedo arrampicarsi sui Muri, combattere la dialettica delle incrostazioni, farsi aria, melodia, piccone, terra, fango, pillola per il mal di testa, cartone animato, pioggia…


E tutti stanno zitti, persino Pablo, Riccardo mi guarda con occhi riconoscenti, come se quella voce, la mia voce, gli avesse abbattuto tutti i muri di una vita.


Non si capisce mai il come ed il perché i tempi dilatati si contraggano, ad un certo punto si sbaracca, tutto qui, gli esseri umani si alzano e spariscono. Marco e Riccardo devono andare a perdersi per le vie della città ma Riccardo, prima, mi chiede di appartarci un attimo.


“Perché non resti?”


“Tu dici qua, a Bologna?”


“Sì, renata, lo sai anche tu che, oggi, io e te ci siamo toccati l’anima, lo sai, sì?”


“Sì, lo so, ma non credo di poter restare…”


“Qua cerchiamo di essere liberi, ripensaci, non è facile toccarsi l’anima, no…Mi dai un bacio, prima che vada via?”


Ed io glielo do questo bacio, ché non si può negare un bacio a chi ti ha aperto l’anima… Poi, rientro e vedo quei poveri disgraziati dei miei amici buttati persi, con il loro smarrimento intatto… Dico loro di alzarsi che ce ne andiamo subito, e faccio fatica a contenere la spinta di Pablo che mi urla come un ossesso: “Sei una vigliacca, perché non resti?”


“Pablo, io non ti devo dare spiegazioni. Però credo che le tue poesie siano belle, almeno quanto la tua rabbia.”


Pure le strade sembrano deserte se, ad un certo punto, una città diventa straniera.


Però Tiziana e Felice cominciano a sorridere, l’autostrada è vicina,


il loro sollievo mi conforta, appendo le domande sulle cose giuste ad un ipotetico gancio,


incomincio a correre,


i ritorni sono belli,


vedo già le parole che racconterò,


le vedo scritte sui muri,


cantando.


 


“All in all it's just another brick in the wall.

All in all it's just another brick in the wall.”


 


 


 



 


venerdì 24 ottobre 2008

Al mondo (2)



Disabituami


al freddo


di questo


lungo


inverno


che verrà.


Lo sai, tu lo sai,


la disabitudine


non è


altro


che un accenno,


un accenno


di perversa tenerezza.


:)


 



mercedes sosa, solo le pido a dios

giovedì 23 ottobre 2008

Maronna mia do Carmine!:)


E' saputo e risaputo, ti verrebbe pure da ridere, se non fosse che siamo noi, NOI, ostaggi, nelle mani, prigionieri di questi BARBARI qui:


( e non me ne voglia la buonanima di Re Alarico I°, sepolto lui, con tutto il suo tesoro, nel Busento, uno dei due fiumi cosentini)


 




"è il principio che conta..."

martedì 21 ottobre 2008

Domande (forse) retoriche



tableau Dubuffet



E sempre ci vorrebbero quelle belle parole che diano calore,


vincenti sulla cronaca, sui denotativi stanchi, sui progetti accantonati in un dimenticatoio qualunque. Perché siamo così aridi?


E spesso ci vorrebbero quelle parole dure che arrivino come una lama ,


lì dove devono arrivare, per farci rialzare da quell’assurdo ondeggiare verso una vita finta.  Perché siamo così sciocchi?


E qualche volta ci vorrebbero quelle parole che lasciamo ogni giorno come graffiti sui muri, ma non le vede nessuno, non le vede nessuno, nascoste dietro le immagini di un’evidenza agghiacciante. Perché siamo così ciechi?


Mi sono affacciata sul crinale del vecchio secolo, ho raccolto i segni, le emozioni di uomini troppo dimenticati,  mi sono sentita viva. Un po’.


Di più.


 


 



Joe Strummer and The Mescaleros - Redemption Song

sabato 18 ottobre 2008

Visioni



foto bruno espadana


Quando sei arrivato alla mia porta, io ti ho aperto in silenzio.


Eri coperto di fango, la tua solita prova etica finita male,


la prova di un’umanità silente, che accelera il passo nel vedere un uomo che cade,


cade


nella pioggia, sopra la terra.


Un uomo che chiede aiuto, una, due, più volte, infinitamente,


inascoltato, una, due, più volte, infinitamente.


Ho preso, in silenzio, ho preso la bacinella, con lo straccio di lino ti ho lavato il viso, le mani,


mi sono accovacciata per toglierti le scarpe e pulirti i piedi. Con devozione.


Poi, ti ho spogliato e ti ho messo a letto. Ho accarezzato i tuoi capelli grigi,


sperando che il sonno ti accogliesse come il più giusto dei bambini.


Fuori faceva molto freddo, le foglie d'acero tremavano come vergini innocenti,


in balìa di un vento rumoroso.


Io mi sono accorta che era primavera perché pioveva.


 




non c'azzecca nulla con lo scritto, ma, da ragazza, era uno


dei pezzi che amavo di più. :)

mercoledì 15 ottobre 2008

Pensieri-cortile versus pensieri-giardino versus pensieri-di-sabbia




 


Ringrazio il coraggio di chi ha lasciato parole nel post precedente.


Chi fa una vita come la mia, se decide di vivere,


decide anche, a priori, di “essere forte”.


Ma le cose fragili ritornano,


tutte insieme,


violentemente,


creando cadute radicali di senso,


e poi frammenti di senso,


da inseguire,


nelle voci casuali di un cortile,


casomai diventino piccoli,


ciarlieri, pensieri


o profumo di fiori, più in là,


in un casuale giardino,


e riflessioni di mare eterno e sabbia,


tra pezzi di vetro colorati,


riflessioni levigate,


sull’amore, sui limiti,


nelle mani inesperte di bambini


che vorrebbero,


e non sanno ancora,


costruire


il proprio


mosaico.


 


 


 


 


 


domenica 12 ottobre 2008

E, come una bambina...


E, come una bambina, ho paura di dormire, e di svegliarmi ogni ora sul solito pensiero fisso,


ho paura di alzarmi al mattino con un altro pezzo in meno, ho paura del respiro pesante sulle scale, ho paura di inciampare e di cadere, vedendo in anticipo come cadrò, ho paura di non riuscire ad andare in bagno, di fare tardi senza poter correre, ho paura di incontrare la preside davanti la scuola che diventa una coltellata proprio al  centro della testa, ho paura di non riuscire a reggere le classi, di dire troppo, di dire troppo poco, ho paura che, mentre li mando a quel paese, i più tignosi registrino tutto con il telefonino, ho paura di essere patetica quando chiedo loro di aiutarmi ad attraversare la giornata,


ho paura di domani, lunedì, perché nel pomeriggio si farà teatro con un consiglio straordinario di classe, ho  paura di martedì, perché rimango in classe fino alle 16, pur non sapendo pù chi sono, come mi chiamo, da dove vengo, ho paura di dire agli altri la mia stanchezza, ho paura degli occhi persi di mia madre, di quando dice, perché mi sento così depressa, ed io non riesco a rispondere, ma lo so, lo so bene che la causa di quegli occhi così persi sta in me, in me, in me, ho paura di fare progetti, quelli che scivolano oltre la durata di un giorno, ho paura di avere la voce falsa quando sto al telefono con le persone che amo, ma anche di incontrarle sul crinale dei miei limiti, ho paura di mia cognata che abita al mio fianco, ché grida sempre e bestemmia pure, e ha gli occhi da pazza quando la incontro davanti alla mia porta, mai una parola dolce, mai una parola dolce, ho paura di chi dice mai più, chi se ne frega, ho paura di chi fa cose che non capisco, non capisco, non capisco…


eppure mi alzo tutte le mattine,


eppure vado a lavorare (quasi) tutte le mattine,


eppure accetto ogni giorno ogni casuale abbraccio vagante,


eppure cerco di dirigere il traffico degli infiniti ingarbugliamenti,


suvvia, dai, può essere pure che io non sia poi completamente disperata…


:)

sabato 11 ottobre 2008

Io aspetto, come una bambina.



Quando la bellezza transita, qualcuno incomincia, lentamente, a balbettare,


qualcun altro la raccoglie dentro ad un secchio per versarla sulla sua pianta preferita.


Qualcuno piange, e non si sa il perché.


C’è anche chi, inquieto, si avvicina sulla soglia ad ascoltare.


Le parole che placano,


allora,


sono quelle che rendono familiare l’impossibile.


L’attesa dell’angelo non è mera illusione,


se l’attesa è sapiente,


se la voce aderisce senza colpa


alla naturale distorsione dei crepuscoli,


nell’identità fugace del qui e dell’altrove,


nell’identità fugace,


fermo restando che il mondo, non per questo,


cesserà di contare,


gloriandosene,


i suoi cumuli informali


di spazzatura.


 


 


[…] Avvengono miracoli,


se siamo disposti a chiamare miracoli


quegli spasmodici trucchi di radianza. L’attesa è ricominciata,


la lunga attesa dell’angelo,


di quella sua rara, rarefatta discesa.


S. Plath


 


 


giovedì 9 ottobre 2008

Sillabario breve.



 


E tu lo sai.


Faccio il punto di 43 anni di vita, estraggo un sacco di cose, tante altre ce ne sarebbero, tante,


che pure quando pensavo di essere immobile, in realtà vivevo, di quel vivere non vano.


E ho camminato girando tutti gli angoli non previsti, per vedere la faccia storta del Grande Caso,


mentre gli scombinavo tutti i piani. Lui mi diceva che era sensatamente illogico che camminassi dall’altra parte, io rispondevo, ridendo, dai, fammi continuare su questa strada, voglio vedere che succede, cosa dirà quel barbone in fondo al vicolo, la faccia di colui che sto cercando, sì, c’è uno che deve portarmi  ad Istanbul, a toccare finte radici che non esistono, fammi andare, non bloccarmi, dai, in cambio ti regalerò il mio linguaggio inverso, ché solo  così dovrebbe parlare il Grande Caso…


Eppure, a parte questo, ho vissuto senza osare eccessivamente.


Ancora oggi mi domando, oggi che sono solo un punto fisso in un punto, da dove provengano tutte quelle storie che vorrei, se ci fosse la forza, la leggerezza amica del coraggio, io vorrei , con passione,   raccontare.


 



Paolo Conte, (Psiche) Così o non così

lunedì 6 ottobre 2008

...più.


( Un racconto? Paraletteratura, solo paraletteratura)



Sei uno dei pochi uomini con i quali ho avuto rapporti sessuali soddisfacenti.


Perché non hai osato?


Hai aspettato tutta un’estate per farlo. In pieno novembre, ho raccolto le mie cose nella valigia e ti ho detto: io vado. Solo allora mi hai preso, tutta la notte, io non sono andata più.


Per due anni, vite condivise.


Poi, sono andata via davvero, ti lascio, ho trovato una casa nuova, tu eri infuriato, incazzato, piangevi, mi hai preso, tutta la notte. E quella notte fu la più bella.


Anzi, di più.


La mattina, nel rumore dei tram, per te ho adagiato il caffè sul tavolo della cucina, e mi sono avviata verso la zona nord della città, una zona che avevo sempre odiato, scelta per caso, così come, talvolta, si sceglie qualcosa in cui non credi più.


Ma sono tornata, sì, sono tornata, dopo anni di vuoti, di finti artisti, di notti, notti frequenti, in letti diversi. Uomini strani, estranei al mio corpo, umani di una sola notte il cui linguaggio, poi, non capivo più.


Tu mi hai aperto la porta, mi hai detto: sono un ospite qui, un ospite della mia stessa vita, non hai parlato più. Mi hai presa con forza, sul lenzuolo tracce di sangue, il mio, il tuo, difficile ricordarsi come vanno le cose, difficile, ora non ricordo, ricordo solo il languore di quella notte intensa, nulla più.


Senza casa, mi hai trascinato ovunque, persino in quell’hotel malandato vicino la stazione, parlavo con elisa, la signora delle pulizie, per non uscire fuori dalla stanza, tu lavoravi, la sera tornavi, muti, in silenzio, i nostri corpi si cercavano, con forza, senza destino, senza voce.


Un giorno, ti ho urlato che non ce la facevo, smaniavo, soffrivo, ogni notte urla di pushers,di puttane, di polizia, in quell’albergo vicino alla stazione, invece avevo trovato una nuova strada in periferia, con il nome di un fiore , nella zona sud-est, quella che amavo di più.


Hai raccolto tutte le mie cose nei borsoni, mi hai trascinata in macchina, mi hai chiesto l’indirizzo preciso della mia nuova casa. Là davanti mi hai lasciato, io le cose, io le cose, davanti ad un’apparenza di giardino. Mi hai presa l’ultima volta, baciandomi soltanto, a lungo, strenuamente, mi hai detto piangendo: stronza, ti amo, ti amo come la ferita che sei,  che sarai, in questo tempo che sarà,  lungo, fottuto, interminabile, che non sarà più.


Da allora, davvero, tu non mi hai visto più.


Io sì.


Dopo anni, in un mercato cittadino, camminavi abbracciato ad una donna piccola di statura: lei sorrideva, tu sorridevi, nella mano, la mano piccola di una bambina.


Ho guardato un’ultima volta la vita che volevi, poi ho comprato un chilo di cipolle, ché a casa, dentro al cesto, non ce ne erano  più.


 




Lou Reed, The passenger

giovedì 2 ottobre 2008

In piena recessione economica e sentimentale, scrivo queste sciocchezze qui.



Alle persone che amo dico sempre l’essenziale come se fosse superfluo .


ogni tanto dimentico il volto delle persone che amo.


non saprei descriverlo.


metto la riga a sinistra di una sulla testa dell’altra.


mi confondo.


al punto che non ricordo se poi ho detto a tutte le persone che amo che io le amo.


ma  forse l’ho detto troppo, al punto che si sono messe i tappi nelle orecchie,


per non sentirlo più.


e dunque alle persone che amo veramente io ora dirò così:


sei tu.


tolta ogni voce ridondante,


ogni notte,


ogni ferita volontaria,


sei tu,


nessun altro che tu.


io non voglio mangiarti,


né divorarti,


voglio solo guardarti,


vedere da che parte porti la riga nei capelli,


per poi descriverti,


così,


più o meno,


più o meno,


come sei tu.


 


 



vabbuò, questo pezzo non ha mica bisogno del titolo...