giovedì 29 gennaio 2009

Americana


(cercando Steinbeck)



foto robert capa ( i "fotografi dell'erranza" )


E così, camminando nel buio, io ed altri pochi  marginali ci ritrovammo seduti sotto la luce fioca di un’insegna al neon. Qualcuno disse che, di lì a poco, sarebbe passato uno sgangherato autobus che ci avrebbe condotti altrove. Ma nessuno si interrogò sulla meta.


Ai piedi di quella luce, ci guardavamo soltanto, senza eccessiva curiosità l’uno dell’altro.


Stavamo in attesa di ogni eventuale rumore di motore da dietro la curva, mentre la notte semiestiva ostentava la sua sfacciata bellezza, ignorata da tutti, eppure palpitante come  quelle cose che, per essere, non hanno bisogno di uno sguardo. Il silenzio ostinato venne interrotto solo da una vecchia lacera che cominciò a infilare parole e pianto, pianto e parole. Nessuno si alzò, nessuno cercò di capire, uno solo disse: “Basta, questo non è un luogo di narrazioni, di racconti, qua aspettiamo soltanto, basta”.


Malgrado fossi d’accordo con quella voce, malgrado sapessi quanto potesse essere faticosa una sommatoria di dolori, sentii crescere in me il desiderio di vedere che cosa spingesse ognuno di noi a quella strana fuga, quali crimini e speranze, quali oppressioni. Presi la mia chitarra e cominciai a cantare un vecchio blues che parlava di cose perdute e di un pittore abile, talmente abile da riuscire a dipingere, sulla base di parole, i ritratti di volti e di vite per gli altri importanti.


Qualcuno protestò, qualcun altro mi intimò di smetterla però, nei loro occhi, già si  vedeva una luce non artificiale, che allontanava il peso dell’ attesa inerte.


“Facciamolo anche noi”, dissi, “creiamo con le parole i ritratti delle persone che stiamo abbandonando”.


Cominciò il più giovane, poco più di 30 anni, e gli altri si accodarono, ad uno, ad uno. Volti normali, volti qualunque, a volte determinanti, emergevano dalle loro parole, quadri colorati, ossessivi e precisissimi che si sarebbero potuti immaginare come foglie diseguali di un albero. In tutti, spiccava un’espressione di sorpresa e di domanda.


Quando toccò a me, io non dissi nulla. Per quanto mi sforzassi, uno solo era il ritratto che emergeva  dal mio cuore, quello di mia madre. Gli altri erano tutti franati, sberciati, dimenticati.


Così, continuai a cantare, mentre l’albero si riempiva di volti nuovi e la luce dell’insegna al neon, sul finire della notte, diventava, via via, sempre più fioca.


 




Billie Holiday - No regrets

giovedì 22 gennaio 2009

Conoscitiva


(verso tutti)



foto shannon plomb


Dunque, nei rapporti umani, io sarei una persona alquanto maldestra.


E tu?


:)




ub40, Can't help falling in love

domenica 18 gennaio 2009

Altri "luoghi"



foto henry cartier bresson


Li tratto come mendicanti, i miei desideri.


Underground.


Li lascio circolare nelle fogne, come voci che turbano


innanzitutto me.


Poi saltano fuori come topi


dall’incedere idealista.


E parlano e hanno la mia voce


e arrancano, impazziti, nella luce,


e allarmano, devastano i giardini dei vicini.


Qualcuno chiama la polizia.


Qualcun altro i vigili del fuoco.


Il signore elegante serra semplicemente


l’ uscio e continua a guardare la tv.


Mi fanno tanto ridere, quando fanno così,


i miei desideri,


un po’ di tenerezza quando ritornano, ognuno con un fiore,


a chiedermi perdono per la loro leggerezza.


Li guardo e  mi dico sempre che dovrei curarli di più,


vestirli meglio,


legittimarli,


poi apro la porta dei sotterranei,


e loro, come cenciosi ragazzacci,


in un insolito silenzio,


se ne ritornano giù.


 



lou reed, perfect day

giovedì 15 gennaio 2009

Ci daranno la patente della più efferata idiozia, tranquilli, ce la daranno.


Sono almeno 20 anni che mi sento una perfetta estranea in


questo "mio" paese.


Se il permesso di soggiorno dovranno pagarlo loro:






voglio pagarlo anch'io.


 


venerdì 9 gennaio 2009


Mah...


 


Viaggio dei sensi, viaggio


di Orecchie


di Naso


di Tatto


negli Occhi.


Cubismi,


non astrazione di pure parole.


E, dimmi,


come ti chiami tu?


Dove andrai tu?


Non lo so, cercherò un autogrill


per fare la pipì


e scordare il mio nome.


Essere un po’ sai come?


Il biglietto di un autobus,


senza obliterazione.


           




talking heads, flowers

lunedì 5 gennaio 2009

Prassi e teorie di varia umanità



foto M. Horowitz


Ci ho sempre creduto, fin da bambina, che due periferie umane possano incontrarsi,


per creare un piccolo centro, il centro di due periferie, di più periferie, di tutte le periferie di un mondo. In questo spazio, si raddoppia il gusto, si  diventa atto poetico, si forza la realtà verso l’altra direzione, si vive l’inadeguatezza come opportunità, come opportunità, malgrado la disperazione. Un po’ come succede nel film di Leo Carax, Les amants du Pont-Neuf: due clochards si fanno, l’uno per l’altro, veicolo di vita, perché dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.


Non ho mai creduto, fin da bambina, nel riscatto sociale. Ma nel riscatto umano sì, mediante l’incontro che rimescola tutto e riporta in movimento quello che si è già stati e quello che non si è ancora.


Da bambina, pensavo, coltivavo già l’idea di una salvezza in questo mondo, lontano dalle chiese, dal soprannaturale, dalle grazie che cadono in testa agli uomini chissà da dove, chissà perché.



E costruivo teorie.


Ma  quella delle periferie risultava sempre la più bella. Ne cercavo intorno applicazioni, realizzazioni concrete. Qualcuna mi sembrava di vederla, allora gioivo, allora si sgretolava l’idea dell’inferno, delle solitudini nella marginalità. Come quando Franco, lo stupido, e Maria, la puttana, si sposarono, a dispetto di tutti, e misero al mondo tanti figli bellissimi e svegli, fregando pure la genetica. Camminano ancora a testa alta, abbracciati, forti di un mondo tutto loro che nessuno, ormai, indaga più.


Qualche esperimento l’ho provato anch’io con la vita mia, qualcuno lo provo ancora. Ho capito, mi sembra, una cosa assai importante: il rischio dell’incontro “periferico” sta soprattutto nella possibilità che emerga un’egotica smania di essere centro-centro: in altre parole, una periferia si mangia l’altra ( “i miei problemi sono più importanti dei tuoi, la mia vita serve di più, ecc. ecc.”),


la poesia emersa scompare, il senso del possibile pure, si ricomincia a girare perì (intorno), si allarga l’orizzontalità, la leggerezza dell’approfondimento verticale, ad un certo punto, non esiste più.


Ciò nonostante, appartengo alla famiglia dei testardi,  vulnerabili pseudo-poeti, che testardi non sono per niente, se non nell’attaccamento a piccole, immaginifiche teorie dai reali quasi sempre poi smentite.


I sogni si sognano, altre volte si guardano con i piedi che ciondolano, talora si costruiscono con materiali grezzi, oppure evanescenti.


Ci sarà un modo per non sottrarsi definitivamente ad essi, ci sarà,  sì, forse c’è.


 



su questo tema, il classico dei classici