Il ricordo delle parole nelle cose

foto marc riboud
Il comunismo non erano solo le bandiere rosse, le teorie pulite, lavate, ben sistemate.
Il comunismo era mio padre, la sua piccola ditta di costruzioni edili, il suo volersi rifiutare di partecipare a tutte le gare di appalto, per rimanere onesto, il suo andare, venire, correre tra cantieri e figli con i pantaloni sporchi, le sue rabbie sfogate in famiglia, il suo pianto nascosto, le sue notti insonni.
Il comunismo era mia madre, che non si lamentava mai, preparava i suoi pasti con tutto l’amore possibile e non faceva mai pesare al suo uomo le cose mancanti, la casa scomoda, le mura scrostate, l’assenza di lusso, le incertezze, i conti lunghi dal panettiere, i disastri dei figli.
E quando i debitori non pagavano, qualche volta li si sentiva persino ridere mentre lui le diceva: “Io E Berlinguer siamo i più onesti del partito, non sei contenta tu? “
Mia madre rispondeva: “Sì, sono contenta” e intanto pensava al Natale, a quando le cose si sarebbero complicate, perché il marito doveva pagare le tredicesime a tutti i suoi operai, comprare loro i panettoni, la bottiglia di spumante, le noccioline e le cioccolate per i loro bambini. “Prima loro!”, diceva, prima loro, poi noi. Noi non capivamo, ma eravamo sempre d’accordo, sempre . Guardavamo le costruzioni degli altri imprenditori, palazzi enormi, che spuntavano, spuntavano, i loro traslochi continui, di meglio in meglio, i gioielli delle mogli, il sorriso dei figli, e si provava un po’ d’invidia, ma solo un po’. “Chi fa molti soldi non può mai essere onesto, non può”.
Il comunismo erano anche le bandiere rosse, che riempivano la piazza durante i comizi elettorali, che spuntavano dalla sua 600 azzurra in movimento, mentre io, stipata là dentro, cantavo a squarciagola l’Internazionale.
Quella sua 600 azzurra messa eternamente a disposizione del partito, che era proprio divertente andarci a prendere le vecchine per portarle a votare e sentirgli ripetere cento volte: “La croce dovete metterla su “falce e martello”, cercate di non sbagliare”.
Il comunismo era quell’aria lì, un sentimento delle cose, la certezza che non saremmo mai potuti diventare disonesti, rubare, imbrogliare, dilaniarci per una macchina, per una promozione, per un mattone.
Il comunismo era il nostro futuro fallimento come soggetti investiti dal successo, ma non ci interessava, non ci interessava.
Una volta, solo una volta, d’estate, davanti ad una tavola imbandita sotto il pergolato dei nonni, gli chiesi: “Papà, ma il comunismo deriva da comune?” Lui mi rispose soltanto: “Guardati intorno”.
C’erano Totonno, Francesco, Fiorenzo, Luigi, tutti gli altri operai, le loro mogli, i figli e un’anguria rossa rossa che spuntava al centro, l’odore di basilico nella pasta, il nostro dialetto latino, latino anche nelle risate.
Revisionismi dopo revisionismi, adultità dopo adultità, il comunismo, nel mio cuore, è ancora così.
Ryuichi Sakamoto - High Heels





