martedì 31 marzo 2009

Il ricordo delle parole nelle cose



foto marc riboud





Il comunismo non erano solo le bandiere rosse, le teorie pulite, lavate, ben sistemate.


Il comunismo era mio padre, la sua piccola ditta di costruzioni edili, il suo volersi rifiutare di partecipare a tutte le gare di appalto, per rimanere onesto, il suo andare, venire, correre tra cantieri e figli con i pantaloni sporchi, le sue rabbie sfogate in famiglia, il suo pianto nascosto, le sue notti insonni.


Il comunismo era mia madre, che non si lamentava mai, preparava i suoi pasti con tutto l’amore possibile e non faceva mai pesare al suo uomo le cose mancanti, la casa scomoda, le mura scrostate, l’assenza di lusso, le incertezze, i conti lunghi dal panettiere, i disastri dei figli.


E quando i debitori non pagavano, qualche volta li si sentiva persino ridere mentre lui le diceva: “Io E Berlinguer siamo i più onesti del partito, non sei contenta tu? “


Mia madre rispondeva: “Sì, sono contenta” e intanto pensava al Natale, a quando le cose si sarebbero complicate, perché il marito doveva pagare le tredicesime a tutti i suoi operai, comprare loro i panettoni, la bottiglia di spumante, le noccioline e le cioccolate per i loro bambini. “Prima loro!”, diceva, prima loro, poi noi. Noi non capivamo, ma eravamo sempre d’accordo, sempre . Guardavamo le costruzioni degli altri imprenditori, palazzi enormi, che spuntavano, spuntavano, i loro traslochi continui, di meglio in meglio, i gioielli delle mogli, il sorriso dei figli, e si provava un po’ d’invidia, ma solo un po’. “Chi fa molti soldi non può mai essere onesto, non può”.


Il comunismo erano anche le bandiere rosse, che riempivano la piazza durante i comizi elettorali, che spuntavano dalla sua 600 azzurra in movimento, mentre io, stipata là dentro, cantavo a squarciagola l’Internazionale.


Quella  sua 600 azzurra messa eternamente a disposizione del partito, che era proprio divertente andarci a prendere le vecchine per portarle a votare e sentirgli ripetere cento volte: “La croce dovete metterla su “falce e martello”, cercate di non sbagliare”.


Il comunismo era quell’aria lì, un sentimento delle cose, la certezza che non saremmo mai potuti diventare disonesti, rubare, imbrogliare, dilaniarci per una macchina, per una promozione, per un mattone.


Il comunismo era il nostro futuro fallimento come soggetti investiti dal successo, ma non ci interessava, non ci interessava.


Una volta, solo una volta, d’estate, davanti ad una tavola imbandita sotto il pergolato dei nonni, gli chiesi: “Papà, ma il comunismo deriva da comune?” Lui mi rispose soltanto: “Guardati intorno”.


C’erano Totonno, Francesco, Fiorenzo, Luigi, tutti gli altri operai, le loro mogli, i figli e un’anguria rossa rossa che spuntava al centro, l’odore di basilico nella pasta, il nostro dialetto latino, latino anche nelle risate.


Revisionismi dopo revisionismi, adultità dopo adultità, il comunismo, nel mio cuore, è ancora così.


           


 




Ryuichi Sakamoto - High Heels

lunedì 30 marzo 2009

Sintetica


Il congresso del Pdl.


Il voltastomaco.


L’Italia dei delegati.


Una potente diarrea.


Tutti quei ragazzi giovani, pronti  a proclamare in maniera indecente le sillabe della parola li-ber-tà.


L’entusiasmo dei portatori di morte.


Nei prossimi decenni quelle facce là.


La mia incertezza, già strutturale, si fa furente.


Imperativo categorico: non smettere, non smettere mai di discutere con le nuove generazioni.


Zabriskie Point, scena finale. Ne parlavamo ieri, per telefono, con la mia amica Maria Antonella.


Sequenza indelebile, geniale: le cose del potere che esplodono, esplodono, esplodono. Sotto tutte le angolazioni.


La medesima speranza: qualche volta, nella storia, le nuove idee hanno avuto  la forza di questa esplosione.


 


domenica 22 marzo 2009

Nemesi: vendetta o giustizia? Meglio una giustizia in atto, va...



foto Henri Cartier Bresson


Nemesi. Abbiamo spesso questa parola in bocca. E forse non ricordiamo che, secondo la mitologia greca, essa è figlia della Notte e di Erebo, due fratelli incentuosi. Una tale Rebecka, in un blog, dice che: " Non esiste un percorso della conoscenza senza il suo sussurro nelle orecchie. Il cuore sussulta al pensiero di Nemesi, e quel sussulto va ascoltato, identificato ed espresso come meglio ci è consentito. "



"O Nemesi, ti celebro, dea, somma regina,


tutto vedi, osservando la vita dei mortali dalle molti stirpi;


eterna, augusta, che sola ti rallegri di ciò che è giusto,


che muti il discorso molto vario, sempre incerto,


che temono tutti i mortali che mettono il giogo al collo:


perché a te sempre sta a cuore il pensiero di tutti, né ti sfugge


l'anima che si inorgogliosisce con impulso indiscriminato di parole.


Tutto vedi e tutto ascolti, tutto decidi;


in te sono i giudizi dei mortali, demone supremo.


Vieni, beata, santa, agli iniziati sempre soccorritrice:


concedi di avere una buona capacità di riflettere, ponendo fine


agli odiosi pensieri empi, arroganti, incostanti"


"Inni orfici"


 



Richard Wagner, TANNHÄUSER

giovedì 19 marzo 2009



Una definizione non banale


(vecchissimo post)


Arcobaleno di sogni Stampa artistica di Harvey Edwards


foto, Harvey Edwards


- Alejandro, cos'è la poesia?-


- Mi sono sempre vergognato di fronte alla bellezza. (...) Quando scrivevo poesie mi sentivo come un rospo che guarda una lucciola. Il rospo è scuro, umido, nero. La lucciola è brillante, luminosa. Se il rospo ingoia la lucciola, allora si illumina la pancia. Ma se il rospo digerisce la lucciola, non diventa di nuovo tutto oscuro? No, perché gli escrementi del rospo saranno luminosi. Questo è la poesia. La poesia è l’escremento luminoso di un nero rospo che ha ingoiato una lucciola. -


Alejandro Jodorowsky







carlo fava, Cofani e portiere

venerdì 13 marzo 2009

Senza contesto



Se vuoi cambiare la tua vita


non puoi non credere negli invisibilia, là dove le nuove linee sono tenute insieme da sputi di piccione, da cartoni bagnati in giorni e giorni di pioggia, dal vomito degli ubriachi di passaggio.


Non puoi non credere.


E ostinarti.


Con la forza delle cose deboli che rinneghino a tutti i costi la dea Separazione.


La determinazione è sempre lì: buttare nell’immaginazione di nuovi scenari tutta la speranza possibile, buttarla tutta e tenerti il sangue che cola, che cola e vorrebbe gridare, gridare che le cose giuste stanno da un’altra parte, e vorrebbe uccidere, a sua volta.


C’è un’arte nel mondo fin  troppo sottovalutata, sì, “L’ARTE DELL’INGOIO”; no,  non si tratta del solito film hard, la vera pornografia si attua  altrove.


Ed io ingoio, ingoio tutto. Mi stupisco e ingoio, mi stupisco e non vomito rabbia, cerco di decifrare e, senza conoscere il mio tempo, provo a ragionare sulla lunga distanza.


Non so davvero se ci sia un oltre a tutto questo schifo, non so davvero.


Butto speranza tra i cartoni bagnati, negli sputi di piccione, raccolgo il vomito degli ubriachi,


cercando di non smarrire la mia ghianda.


A che serve reclamare a viva voce un valore?


Se c’è, sta lì, nella tua ghianda che si perde e non diventa quercia, che si perde e non si vede quercia, nell’altrui sguardo.


Nell’altrui sguardo.


Nel mio no, oh no, io vedo un querceto bellissimo che ha solo bisogno di uno spazio.


Intanto, butto speranza, bevo latte amaro, rido, coltivo l’invisibile.


Non ricorrerò alle solite parole per spiegare il tempo che non c’è, quello che non ci sarà ancora.


Mi muovo, aspetto, ingoio, ingoio, ingoio, ogni tanto, parole nuove.


 



 



Morrisey, Skin Storm

mercoledì 11 marzo 2009

Breve



Siediti.


Il pleut.


Mi sento meglio, il pleut sulla giornata sensuale.


Parlami di te.


Una sola accortezza, ti prego: le disgrazie lasciamole per ultime.


Scava, scava negli ultimi dieci giorni.


Raccontami la cosa più bella che ti sia successa.


Quelle cose che ti conducono “oltre il ponte”.


Là dove gli uomini camminano, camminano


e, nello stesso tempo, si accorgono


che sanno ancora respirare.


 



Moni Ovadia, Modena City Ramblers, Oltre il ponte

venerdì 6 marzo 2009

Singolare femminile



foto Serge Guerand


Questa voglia di vita  che non vuole andare via,


che non ritorna sui rifiuti cocenti,


che se ne frega degli specchi,


delle allodole lucenti.


Dimmi, tu che sai tutto, dimmi,


questa parabola d’amore che cos’è?


Io non mi guardo più,


non fremo più,


leggo le storie,


le storie di esistenze non finite,


lotta infinita sui destini del carro.


Dimmi cos’è quest’anelito piccolo


che non vuole morire


e questa voce,


questa voce possente


che mi ripete: “Sei qui, sei ancora qui,


le ombre qualche volta si addormentano


sui tuoi seni grandi,


le ombre che dormono


non hanno colore,


non fanno rumore,


se tu sei qui,


non distrarti con la morte,


tu sei qui,


sei ancora qui…”


 



pino daniele, questa primavera

martedì 3 marzo 2009

"...E quindi uscimmo a riveder le stelle"



Eppure i gradini dell’inferno non sono affatto come ce li descrivono i poeti, con tutti quei mostri, con tutto quel nero. Credetemi, io, nell’inferno, ci vivo. Non c’è nulla di eterno, qui. I coinquilini ci stanno abbastanza bene, tanto che non vogliono più uscire, si divertono a scendere e a risalire, hanno una scusa buona per evitare i matrimoni, il battesimo del figlio del Signor Mingozzi e i funerali. Ascoltano la nona di Beethoven,  cazzeggiano, fanno l’amore per come possono, in una zona dove fiorisce, imperterrita, la solita rosa, e coltivano gli orticelli, guardando tramonti, come i più esperti contadini.


Qui siamo quasi umani, con una cosa in più: non abbiamo un accidenti da perdere e diciamo le cose con quel dire tagliente che annulla gli inutili, queruli cerimoniali.


Non ce ne frega un cazzo di acquisire consensi e di recitare al centro di una scena, però, in fondo, ci vogliamo bene, ché quando uno di noi rimane incagliato nella merda, ci muoviamo tutti, e parliamo, parliamo, come nelle migliori terapie di gruppo. E non abbiamo paura del dolore e lo sappiamo contenere, anche quando diventa isteria irrazionale.


C’è che la morte la conosciamo bene e qualcuno lo sa che, in questo inferno, per poter sopravvivere, bisogna imparare sempre di più a morire, mentre, tutt’intorno, si espande la più bella delle musiche, fiorisce e rifiorisce la solita rosa, ci si innamora, ancora, ancora, ancora, in mezzo a dei ricordi che sanno di futuro, di cioccolata al rhum, di fresie, di parole opportune.


Morire così, senza paura, mentre tutt’intorno, nei vestiti, negli occhi, negli orecchini tintinnanti, si sente già la Primavera.


Nessuno qui, giuro, nessuno, vuole morire (vivere) nelle solite litanìe, nei soliti lamenti, negli ordinari e diffusissimi rancori.


J


 



francesco de gregori, cardiologia

domenica 1 marzo 2009

Ballade. La parole à Monsieur George Brassens :)


 



George Brassens, La ballade des gens qui sont nés quelque part [La ballata


della gente che è di qualche parte]



Traduction, mais oui, avec plaisir :) :


"Come son graziosi tutti questi posti,


i paesi che con le loro arcate,


le loro stradine, le loro roccaforti


hanno un solo guaio d'essere abitate,


d'essere abitate da gente che guarda


il resto come non fosse sulle carte,


la razza dei cretini, che portan la coccarda


gli imbecilli allegri che son di qualche parte


gli imbecilli che son di qualche città!



 





Siano maledetti i figli della patria


per sempre impalati al loro campanile,


quelli che vi mostrano la casa,


la campagna dove sono nati e dove andranno a morire.



Che vengano da Roma, da Parigi


dalla Babilonia o se arrivan da Marte


o da MonteCuletto se ne vantano i fessi,


gli imbecilli allegri che son di qualche parte


gli imbecilli che son di qualche città!





La terra nella quale infilano la testa


come degli struzzi è la più confortante


e anche per gonfiare i palloncini a festa


la loro aria è il soffio d'un Dio o di un Gigante.


Ed ecco che si montano la testa a tutto tondo,


fino a pensare che sia una forma d'arte


il loro sterco che fa ingelosire il mondo,


gli imbecilli allegri che son di qualche parte


gli imbecilli che son di qualche città!


 




Non è un luogo comune dove sono nati,


pianga pure in croce tutta l'altra gente


che per una sfortuna ha avuto altri natali,


non ha avuto senno e non può farci niente.


Se suonan le fanfare della loro terra,


contro gli stranieri imbraccian le armi


ed escono dal buco per morire alla guerra


gli imbecilli allegri che sono di qualche parte


gli imbecilli che son di qualche città!


 



Mio Dio come staremmo bene sulla terra,


se non s'incontrasse questa gente oscena,


sempre inopportuna e del tutto idegna,


quelli di quel posto, di quella certa schiera,


mio Dio sarebbe bello in ogni circostanza


se non avessi fatto la razza irritante


che è la prova, infine, della tua inesistenza,


gli imbecilli allegri che son di qualche parte


gli imbecilli che son di qualche città! "