venerdì 29 gennaio 2010

 Accogliendo l'accorato invito di Nikka.

Lui le ripeteva continuamente di spostarsi dalla zona di penombra.

Lei non voleva, lei non poteva.

Lui le faceva lunghissime tirate sulla bellezza della vita.

Lei avrebbe voluto tirare, davanti alla sua bocca, una cerniera morbida, di stoffa.

E ne  rideva.

Lui le elencava tutte le componenti della Luce.

Lei, in quello spiritual, si annoiava.

Lui le dipingeva immagini prive di chiaroscuro e la invitava a guardare le nuove alchimie,

già frutto del basso e dell’alto, della chiarezza e delle ombre.

Lei, come al solito, a queste parole, curiosa, si destava.

Andavano avanti così, fino a tarda notte.

Si addormentavano sempre qualche minuto prima, prima  che arrivasse l’aurora.

Colei che racconta, colei che li ha osservati è lontanissima, ormai, dalle visioni romantiche; le parole “alba” e “tramonto” le fanno prudere i piedi, lì dove non può nemmeno arrivare a scorticarsi.

Si sentiva e si sente equidistante dalle loro posizioni, ma deve, in qualche modo deve, aggiungere che avrebbero fatto meglio a dormire, a esplorarsi selvaggiamente o a tirare la notte molto più in là, tirarla, tirarla, tirarla, perché quel sorgere che è quasi un calare, quel calare che è quasi un sorgere, quella lotta che sembra non avere vincitori, quell’andare e venire di ciò che rimane, di ciò che appare, di ciò che si perde, quella carne mutila di un cielo che vuole parlare sulle luci che si spengono, quelle mani che sembrano draghi e seppie e unicorni colei che racconta, colei che li osserva, li nutre con lo sguardo ogni giorno, ogni santissimo giorno di tutti i calendari, di tutte le ere, di tutte le mattine del mondo.

Non piange, non ride. Sta lì, come una cosa che non sa l’indifferente.