Mattinata
(post lungo lunghissimo è ) :)

foto Mauro Fiorese

Avete presente le scale di : "A piedi nudi nel parco” ?
Tutti quelli che arrivano all’ultimo piano dove abitano i neo-sposini,
nel film di Gene Saks (operai, fattorini, madri), hanno momenti seri
di sbandamento fisico e mentale e si buttano, sfatti, sul primo appoggio che trovano.
La loro espressione è buffa buffa, da sincope imminente.
E tu che li guardi non puoi non ridere grossolanamente.
Per fortuna, sto film lo avevo rivisto due giorni fa…
E, per fortuna, il cinema pure a questo serve, a mitigare la rabbia,
se e quando, nella vita reale, ti si presentano situazioni ancora più paradossali.
Ci arriviamo finalmente all’ufficio invalidi, dove io devo fare una visita per una cosa che non mi piace tanto. Ma ci arriviamo dopo aver girato tutta la città, ed i miei accompagnatori so’ già tutti incazzati, perché io non ho portato uno straccio di indirizzo.
So quello che devo fare, ma non so dove devo andare.
A voglia a dir loro che è colpa del mio inconscio…
Mio fratello lascia me e mia madre all’ingresso,
ma mica vedo ascensori io in questo ingresso,
in uno spazio angusto angusto mi si presentano davanti solo scale.
Madre sale e mi dice di aspettare su una panchina, che se la vedrà lei, e guarda che razza di situazioni,
ecc. ecc. Ma dopo 15 minuti lei non ancora tornata e pazienza non è mai stato mio forte…
Prendo il mio bastone, decido e vado.
“Terzo piano, signorina, l’ufficio dove deve andare lei al terzo piano sta.”
La questione drammatica drammatica non è, a fronte di una seina di rampe,
c’è uno strampalato corrimano da palazzo antico.
Sulle scale incontri di tutto: esseri con stampelle, bastoni, madri abili con figli su carrozzine,
compatitori ufficiali ( so’ quelli che corrono, a malapena ti scansano e poi ti guardano e ti dicono che la vita è una brutta bestia, sì, e c’amma fa’.)
Nel pianerottolo del primo piano c’è un rendez-vous di invalidi, scosto il bastone e mi siedo pure io,
così, per riprendere fiato e per fare due chiacchiere cameratesche…
Penso che, a questo punto, non ci starebbe male un bel caffè.
E poi si riprende la salita della montagna-scale, ed io ce la faccio,
so’ caparbia io, sì che ce la faccio, ma la prima persona in camice bianco che incontrerò al terzo
deve stare attenta, perché ho il bastone già pronto in posizione di offesa.
Arrivo, mi do un’aria quanto più dignitosa e chiedo e non avevo alcun dubbio
che l’ufficio in questione si trovi alla fine di un corridoio labirintico di un chilometro scarso.
Più o meno.
Recupero mia madre nel corridoio, che mi guarda con aria orgogliosa e smarrita:
“ E a te chi ti ha portato qua?”
“Madre, mie gambe, deboli, ma ci sono.”
Busso alla porta del medico, esce infermiera,
dice aspettare all’ingresso principale ( un chilometro precedente)
mio turno.
Sorrido: “No signora, mi dia una sedia, mi metto qua, dietro vostra porta e aspetto. Io non mi muovo più ".
Lo deve aver capito l’infermiera che il mio sorriso è, in realtà, un ghigno satanico,
che la testa che ha di fronte tranquilla tranquilla non è, che…,
insomma
mi fa entrare subito.
Sulla scrivania antidiluviana della dottoressa c’è un caffè fumante.
Io non lo so chi me la dà, in certi momenti, la mia faccia da c…
Dico solo: “Posso?”.
E, senza aspettare nessuna risposta, lo butto giù.
Mi pare il minimo, no?
J

























