SadoMaso
foto Marina Edith Calvo
Aiutoooooooooooo.
Non la sopporto più.
Tagliatemi
'sta
testaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
La lingua?
Lasciatela,
che serve
a tante cose...
:)
Voglio
foto PEGGY BLYTHE
Voglio il deserto vecchio
ed un viandante nuovo.
Voglio l’enigma del tempo
che cede allo spazio e muta.
Voglio la consapevolezza dell’aquila
e il candore della vergine.
Voglio il rumore flebile
di una luce non violata.
Voglio la mia argilla
per costruire un dio.
Voglio il battito limpido
di un desiderio non malato.
Voglio la miseria stanca
dell’amico ritrovato.
Ventu

Ore 7,00.
Domenica.
Salgo le scale.
Piano, che fretta c’è?
Dal mio bilocale senza servizi,
vado a fare colazione a casa dei miei.
Sono un po’ sordi, ed io faccio
Casino.
Mi piace che mi sentano arrivare.
Con la voce stonata, canto vecchi motivi napoletani
(potrei risparmiare fiato, ma so’ scema J )
Stamattina è la volta di Passione:
“Te vuogliuuuuuuuuuu,
te siente,
te chiammmmeeeeeeeeeee”
Busso, lo sanno che so’ io.
Poi, comincio a gridare:
“ Caffèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè”.
Padre dice:
“Ecco, sta arrivando Ventu Rupulu”
Sapete che significa?
No?
( Non lo sapevo manco io)
Tornado,
sì,
il vento che distrugge e spazza via tutto,
pure le nuvole.
E quel vento
So'
Iooooooooooooooooooooooooo…
:)
P.S.: Anche quella di rompere le p.... è un'arte.
Giusto per arrotondare...


Merello
Alle persone che non sanno ridere
e si nascondono dietro i mali del mondo
per giustificare
la loro piaggeria:
i miei corsi per sviluppare il senso dell’umorismo sono molto cari.
Ma nei casi drammatici posso fare uno sconto.
Mettiamola così,
offro un modesto contributo alla
“causa sociale”.
La chiamano “ludoterapia”,
ma non fidatevi,
spesso è una banale definizione
per spacciare
normalizzazioni
con latente ed incontrollato
crollo
verso la depressione.
Offro servizi anche a domicilio,
esclusi massaggi.
Per ulteriori informazioni,
rivolgetevi
alla signorina Diciche.
Non c’è rimborso, prendere o lasciare.
Distinti saluti.
Ce virimme.
Vita
Andavo, andavo con i miei jeans strappati
e le vecchie Superga.
No, non c’era dolore in quella primavera.
perché Roma era bella e un nuovo
impulso alla vita proveniva ogni volta da quella voce.
Al primo incontro lui mi aveva detto:
“ Signorina vede quelle lastre? Sì, dicono che il suo cervello è
malato, ma lei non lo è, no, lei è viva, curiosa,
non se lo scordi, quelle sono le sue lastre e questi occhi acuti sono la sua vita…”
Andavo, andavo, orgogliosa dei miei jeans strappati, delle mie Superga
e del mio seno florido, tra i profumi di quella primavera,
attaccata al poggiamano del trenino che, dalla Casilina,
mi catapultava alla Stazione Termini.
E camminavo veloce e mi fermavo ad ogni bancarella
e canticchiavo prima di prendere l’autobus per il San Camillo.
Ed ero allegra, anche se andavo in ospedale,
perché una voce, la sua voce, mi avrebbe regalato
ancora mille spunti per sorprendermi e qualche consiglio per il
mio cervello malato, imprigionato nelle lastre, lontano,
lontanissimo dal mio sogno di vita…
E gli orecchini tintinnavano,
ed io correvo perché non stava bene arrivare tardi all’appuntamento
con un medico, e i seni dondolavano
e mi sentivo bella nei miei jeans strappati,
e nel rossetto rosso.
“Entri Signorina, prima di cominciare i test clinici,
visto che ama il jazz, volevo segnalarle
un gruppo nuovo…”
Ecco.
Ora che quelle lastre si sono avvicinate così pericolosamente alla mia vita,
darei non so cosa per rivivere
un solo giorno,
uno solo,
quel quotidiano
così intriso
di Vita.

Weltaschaung

foto Roberto Kusterle
Salta,
vieni dall’altra parte,
non ti fermare,
non ti fermare,
ignora quelle voci,
vogliono bloccarti,
vogliono normalizzarti,
mandale a fanculo,
mandale a fanculo…
No, di qua non c’è niente,
ma è un niente puro,
senza finte salvezze,
senza lusinghe,
senza lusinghe,
vieni,
te lo dico io:
qua puoi ricominciare.
P.S. Ok, portati il tuo caffè,
ma il resto buttalo: sono soltanto “cose”
cose, cose...
:)


Togliamo il quotidiano,
gli orpelli,
le stronzatine varie,
gli omega 3, 6 e 9,
la circolazione sanguigna,
gli equivoci,
l’immaginario sessuale,
il fossile sulla mensola,
la ciclotimia furibonda,
le sindromi e i palindromi,
il rossetto rosso-arancio,
il sogno ordinato,
la tromba di Miles,
le grandi passioni di un giorno,
i volti che invecchiano,
le voci murate che fanno un po’ rabbia,
la testa della tua bambola preferita,
ecc. ecc.
gratta gratta
che resta?
Ah, sì:
il Cinemaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…
J

Franco Battiato, Che cosa resta
Rivelazioni

Faccio la seconda media, Mauro la terza. Campiamo di sorrisi e bigliettini lungo il corridoio della scuola. Arrossiamo entrambi quando ci vediamo. E' bello sapere dal viso che nessuno dei due ha costruito un fantasma.
Lui abita vicino casa dei nonni e, in un biglietto, finalmente, scrive una cosa che sa di appuntamento.
"Pomeriggio, alle 16, vicino alla grande curva. Vieni, parliamo".
Vado.
Mauro arriva in bici, anche se fa freddo, ed io non so se sia rosso per l'inverno o per l'emozione. Si ferma davanti a me, mette i piedi per terra, mi prende le mani e le accarezza a lungo, come fossero velluto.
Poi le sue mani si spostano sul mio viso e la "cosa" arriva e il mondo crolla, si dissolve, le foglie vibrano, il tempo e lo spazio diventano immensi...Non sapevo che fosse così "terribile"
un Bacio.
:)

Ivano Fossati, Il bacio sulla bocca
Maronna mia.
Traduzione per i nordici: che stiamo passando...
foto Helen Levitt
Castello svevo.
Federico II.
La mia città
protesa verso le ginestre.
Ore 8,00.
Segnale radio.
Il grande ipermercato
sulla mia destra.
Non ti distrarre.
Cazz suonate.
Semaforo verde.
Macchina imballata.
Spento motore.
Clacson, tiiiiiii, tiiiiiiiiiii, tiiiiiiiiii.
Viso di donna in mia direzione
molto arrabbiato.
…Ancù, oh.
Sgommata, ahia.
Non ti distrarre.
Rallenta, ghiiiiiiiiii.
Prima devi frenà, prima.
Pulman in stretta la strada
e lunga la via.
Calcolo spazio,
forse ci passo.
Fiuuuuuuuuuuu.
Giusto passata.
Non sorpassare, non sorpassare…
No, cattivo uomo fatto me corna.
Come, perché?
Castello svevo.
Federico II.
Segnale radio: 11,30.
Ritorni a casa,
pioggia latente.
So’ ancora viva?
Sììììììììììììììììììì.
J
P.S. Ehi, tu, vuoi un passaggio?
L'amore malato


Primo Amore, film di Matteo Garrone, 2004
Lui vuole una donna magra,
forse per sciogliere un antico “peso” dell’infanzia.
Ma troppo complesso sarebbe percorrere
i circuiti della mente di quest’uomo.
Lui vuole una donna magra e incontra lei che si
lascia plasmare.
Come l’oro o come la creta.
L’inferno si costruisce a poco a poco,
complici una bilancia e una luce che, man mano, si oscura.
Fin dove si può arrivare per amore?
Lontanissimo, in fondo, nel baratro,
come, per es, ne “Le onde del destino”
di Lars Von Trier.
Eppure lì, quella discesa di una donna negli abissi
sembra quasi naturale e veramente “necessaria”.
Ed il "miracolo" finale ce lo dice,
sì, ce lo conferma.
Qui no.
La complicità dei due nel distruttivo appare subito innaturale,
tinta di suoni perversi,
senza candore né giusto.
Lei non si ribella, se non in pochi, isolati, momenti.
Eclatanti, come nel ristorante.
E tu che guardi senti crescere una claustrofobia irritante.
E li vorresti morti tutti e due,
“carnefice” e “vittima”.
La fine del film è un sollievo.