Una vita piccola che faccia vacillare un mondo, quello
dei compromessi bassi, della funzionalità ottusa,
quello che domina con i fiocchi di ovatta,
che lacera sussurrando la parola “diritto”.
E mi risento io.
Ma il pronome è largo,
perché si trascina dietro
una folla di voci.
Che non ha più
fiato,
che non sa
più
urlare.
Rockabilly, Billy Swan, Pink Martini.
Mo alzatevi e ballate 'sto cacchio di rock and rollllll...
giovedì 30 agosto 2007
Dizionari prestigiosi
Larousse
foto Karel Kasparic
1 (fait de n'être pas là) assenza: cette décision a été prise pendant mon absence questa decisione è stata presa in mia assenza; sa troisième absence à une réunion la sua terza assenza a una riunione; comment supporterai-je ton absence? come farò a sopportare la tua assenza?
2 (carence) assenza, mancanza: absence d'idéaux assenza di ideali; une rassurante absence de préjugés un'assenza di pregiudizi rassicurante.
3 (défaillance de mémoire) amnesia, vuoto m. di memoria: elle a des absences par moments ogni tanto ha delle amnesie.
P.S. Affezione morbosa via aeree (tutte). Medico dice: signora, no smoking, please.
Absence de cigarettes, envie te vient de battre ta tête contre mur. Diciche t'apprend ainsi. Et silencieuse Assenza di sigarette, ti viene voglia di sbattere tua testa contro muro. Così t'impari Diciche. E zitta.
Peppe Barra, Matina
mercoledì 29 agosto 2007
UèNonViAllarmate
CheStoScherzandoAssà.
Certe volte mi sento Geremia ( il vecchietto malandato di Alan Ford).
Non “come Geremia”, ma proprio lui,
quando il medico lo visita e gli fa:
-Pressione: non rilevabile. Flusso sanguigno: inesistente.
Battito cardiaco: emigrato definitivamente.
Occhio: velatissimo.
Riflessi: nessuna risposta reattiva a stimoli indotti.
Okè.
Signor Geremia, si alzi e si rivesta.
Dunque, facendo un po’ il punto, le annuncio
che lei… è
clinicamente
morto. –
J
Pocheparò.
foto H. Snitzer
Piccina mia.
Il ritmo, la cosa più importante.
Lo so: i puntini sospensivi lusingano,
parlano e tacciono contemporaneamente.
Anticipano l’emozione,
sensuali, si spogliano all’incanto.
Ma ora è tempo di punti,
per frasi brevi,
che incidano come la lama di un chirurgo.
Ora è tempo.
Vai.
Carly Simon, You're so vain
domenica 26 agosto 2007
Ehiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
Uè, non ce l’hai il satellitare?
Non vi hanno attrezzato ancora, vabbè.
Prendi carta e penna:
hai presente l’Italia?
Ecco, fattela tutta, verso Sud.
Le Alpi, gli Appennini, scendi ancora, ancora.
A Reggio Calabria?
Nooooooooooooo.
Prima ti devi fermà, prima.
Brava, sì.
Esci dall’autostrada a Cosenza Sud, prendi la statale che va in montagna.
‘Na dodicina di km e vedrai un bar ristorante tutto zozzoso,
con il cartello di menù turistico a 10 euro.
Per l’anima dei morti, non ti fermà a mangiare,
che è una sòla senza precedenti.
Imbocca quella traversa e sali per un centinaio di metri.
C’è un quartiere che è un mezzo bordello: motorini,
bambini, femmine per strada, uomini con i pantaloncini corti, i calzini e la panza che stanno
spaparanzati sui balconi a guardare la televisione.
Là ti fermi.
E dai il meglio di te, peccerè.
J
Gianmaria Testa, Come di pioggia
sabato 25 agosto 2007
- Ma tu mi vuoi bene?-
foto anne rearick
-Maestro Peppì, ma tu mi vuoi bene?-
-Eccerto Renatì, ma mo il maestro tuo deve finire di spiegare la storia…-
Un piccolissimo esempio della domanda più frequente,
fatta da me, rigorosamente, nel momento e nel luogo più inopportuni.
Mi piace interpretarla così: più che cronica carenza affettiva,
la censura totale di ogni dimostrazione di forza. O di finta forza.
Che ha creato, comunque, dei problemi.
-Signor Giusè, ma tu mi vuoi bene?-
E’ la prima volta che vedo l’amico di mio nonno.
Lui è carpentiere e stanno aggiustando il muro sotto casa.
-Pigliative ‘sta piccirillaaaaaaaaaaaaa-
Mi trascinano a casa e mi danno una brioche.
Papà guida sull’autostrada a 140 km orari, nel trasloco verso il mare, e, proprio mentre affronta la curva più brutta, io, toccandolo da dietro, con le mani,:
-Papàààààààààààààààà, ma tu mi vuoi beneeeeeeeeeeeeeeeeee?-
-Elena, riprenditi tua figlia che qua, oggi, ci andiamo tutti a sfracellareeeee…-
E così via, per tante e tante altre volte.
Un giorno, mi ricordo, io e mia cugina stavamo appresso a Rosa, l’asinello magnifico di Compare Giuà.
Alquanto suscettibile.
Non so perché, come, ma, in preda ad un urgente bisogno di fa’ la domanda,
mi avvicinai all’orecchio del quadrupede:
-Rosa, ma tu mi vuoi bene, mi vuoi bene, mivuoibè?-
Rosa lo fece, sì, ma sbagliò bersaglio. Invece di beccare me, il suo calcio furibondo
finì dritto sulla testa di mia cugina.
Che rimase in stato comatoso per circa due giorni.
Allora capii, fui costretta a capire, che la domanda assillante andava trasformata in affermazione.
E un: - Ti voglio bene- io non l’ho lesinato mai.
Però, senza svalutarlo.
Ps. A proposito, ma tu mi vuoi bè?
Radiodervish, Taci
(sebastià, un'altra versiò)
giovedì 23 agosto 2007
Comunque buongiorno...
Due giorni di raccoglimento sopra l’albero.
E, dalla mia zucca, non è uscito niente.
Senilità o rincoglionimento.
Diciche-partime.
Vediamo se oggi, (continuando a stare qua sopra),
mi coglie un fulmine
d’ispirazione.
J
Trans-Siberian Orchestra, A last illusion
martedì 21 agosto 2007
Dall’altra parte dello specchio.
No pietismi, please :*
Ore21 e 50. La mia amica storica, Maria Letizia, mi ha fatto un cazziatone terribile. Dice che la foto di prima non mi rappresenta proprio. E mi ha costretta a cambiarla.
(Ci ho messo questa, di 20 anni fa).
Mi ha fatto un cazziatone pure per il post, ma questa è un’altra storia…
Tenterò una cronaca, quanto più possibile stringata e asciutta, dall’altra parte dello specchio.
Forse, solo per esibizionismo. O per amore di verità, visto che mi rendo conto, da pvt ecc. ecc.,
che mi considerate forte, gagliarda e tante altre cose che non sono.
Forse, la mia mente perversa immagina anche di farvi un bel regalo,
perché ho l’impressione che qualcuno di voi smarrisca spesso l’essenza delle cose, rimanendo incartato/a
in problematiche che, obiettivamente, sono delle autentiche fesserie.
Non arrabbiatevi subito, andiamo avanti.
Ecco, vorrei farvi sentire molto fortunati.
Perché lo siete.
Cominciamo.
Soffro di sclerosi multipla. Da 16 anni. Il medico che, allora, per primo, revisionò i miei sintomi,
fu molto chiaro, anzi brutale: “Signorina, lei ha o un cancro al cervello o la sclerosi multipla.”
Da quel medico, ritornai, come una iena, per fargli un cazziatone, perché tutto risultò
negativo e a me, come una cogliona, riaffiorò, in perfetto stile umano, la sindrome da immortalità.
Nel ‘95, due cecità, all’occhio destro, totali.
Tra vari episodi di malasanità, la verità venne alla luce.
Non voglio parlare dei mesi successivi a quella diagnosi, non ne voglio parlare.
Cambiamenti su cambiamenti, laurea, traslochi, ricerca di un nuovo stile di vita.
Il corpo rispondeva ancora, quasi tutto.
Mi interessa l’oggi, a quello voglio arrivare.
Da tre anni sono arrivate le difficoltà motorie,
e, nel pieno stile di una malattia neurodegenerativa ormai progressiva, tendono
a peggiorare.
La mia giornata-tipo (vacanziera)
Mi alzo presto, molto presto, abitudine levantina, sveglia interiore, non lo so.
Controllo se riesco a mettermi in posizione eretta sul letto, altrimenti sono cazzi acidi.
Però ancora ci riesco quasi sempre, sì.
Recupero il bastone tutto mordicchiato dal mio cane, controllo lo stato della gamba destra e del braccio destro, con la sua mano. Se si alzano tutti e tre un po’ più del giorno prima, oppure no.
La mia favola è sempre il desiderio di un miracolo notturno.
Poi, mi occorrono due minuti di preparazione psicologica
per le due rampe di scala (in salita) che mi dividono da casa dei miei.
Che ancora ci sono. E meno male, perché li amo e perché, altrimenti, sarei fottuta, sì.
Mi trascino in bagno. C’è mia madre che mi aiuta, a lavarmi, a vestirmi, mi prepara la colazione, mi mette le medicine sul tavolo.
Scendo giù, ogni giorno mi dico che non voglio aprire il pc, ogni giorno lo apro.
E ci rimango tutta la mattinata, tra splinder e le mie ricerche immaginarie.
Mento, dicendo a me stessa che la tastiera mi aiuta nell’esercizio delle mani.
Un specie di terapia occupazionale. In realtà, mi piace e basta, stop.
Nuova preparazione psicologica, salgo. Mangio. Riscendo, dormo.
Verso le 5, mia madre mi porta il caffè, la crostata e l'altra terapia farmacologica.
Vedo film, o mi rimetto al pc. Ho letto migliaia di libri.
Ora no, perché mi terrorizza la fatica che ci vuole a girare le pagine.
Ultimo flash, notturno: nel letto, cerco la posizione migliore, perché la gamba destra pesa da
morire. A volte duole. Altre volte no.
Poi, revisiono le mie rabbie, le speranze, le cose belle in parole inusuali e volti, chiudo la luce
e dormo.
Perché mi piace dormire.
P.S. Rileggendo, mi rendo conto che ‘sta cosa somiglia a un bollettino medico.
Ma va bene così, per una volta ho tenuto fuori dalla porta le parole-poesia.
Ma la poesia nella mia vita c’è.
Ed è proprio lei che mi salva.
Ciao guagliù.
Ah, io insegno lettere, la versione lavorativa ( dal 1 settembre in poi)
la riserviamo a quando si ricomincia.
Se non vi annoia, se vi va.
Leonard Cohen, In my secret life
lunedì 20 agosto 2007
Recensioni in due parole ( facciamo quattro, va)
La Voltapagine, film di Denis Dercourt, 2006
Tranne che per l'assenza di omicidi, c’è Chabrol dietro, le Maitre.
E si sente, nel “freddo” delle cose,
in un progetto vendicativo, simbolico e raffinato.
L’aria salata, film di Alessandro Angelini, 2006
Vorresti, per una volta, un finale più convenzionale.
Un figlio educatore carcerario, un padre assassino.
Potrebbero ritrovarsi, ma…
Sì, forse si ritrovano, ma è sempre amaro ritrovarsi in un'assenza.
Un tocco di zenzero, film di Tassos Boulmetis, 2003
La memoria è “lenta”,
se ricostruita col ritmo delle spezie.
Ti viene voglia di abbuffarti di polpette allo zenzero.
Un titolo bello, per un film assai noioso.
Ps: ahò, non sono mica Enrico Ghezzi...
Gianmaria Testa, Dentro al cinema
Cazzatelle e siparietti:*
...casalinga
calabrese...
:)
Radiohead & Portishead, Blow Out
My beautiful Laundrette
foto Ernesto Timor
Il bucato.
Le cose sporche.
I pensieri che non portano da nessuna parte, i pensieri “segnati” da un vizio di forma
(pecchè, tanto, ‘a nuttata, ‘o stesso, addà passà).
“Tra un momento, domani, che succederà?"
l’attitudine catastrofista.
Il bianco puro volutamente mischiato con il nero
( perché il grigio, in fondo, non è poi così male),
l’anello di fidanzamento
( persino l’oro si trasforma),
una scala incastrata con la mia gamba “di legno”,
la lingua logorroica in un silenzio ostinato,
il mondo cremato nella carta dei tarocchi…
Okè, è più semplice mantenere una pseudo-unità,
e infilarsi tutta.
C’è ancora spazio, volete venì?
J
Patti Smith, Changing of the guards
sabato 18 agosto 2007
Miroir
Questa è sempre, per me,
l’ora più incerta del giorno…
Da bambina la esorcizzavo,
guardando la polvere danzare tra i raggi ultimi del sole.
Poi arrivava la grande insalata di pomodori,
la fetta di anguria, geometricamente tagliata,
e la paura passava.
Sulla strada,
nel buio buono di infantili voci ronzanti,
brandivo le mie spade immaginarie.
E mi sentivo forte.
Beatles, Let it be
(un classico, perchè qua ci vuole :* )
Elogio della (vera) leggerezza
“Così a cavallo del nostro secchio ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi.
La leggerezza, per esempio."
Italo Calvino, Lezioni americane, Elogio della leggerezza
Non è così difficile accettare il silenzio assoluto e, nella notte, chiedersi se sia un coro di grilli o di cicale, quel suono lieve che rende più vicino l’universo.
Basta seguirlo, nascosta in una bolla di sapone. Essere altrove, nei vicoli dei tuoi paesi arcaici,
quando, stanche, si addormentano le voci per lasciar rivivere le cose.
O nelle foreste grandi, dalle linee intricate, fitte. Ancora, nei cieli rossi ed arsi del deserto.
E io davvero volo, compresente, ubiqua, smaniosa di lingue strane, di riti figli del sole e della luna, di voci che si nutrono, di vite che rifioriscono.
Sono viva,
succhio il buono del mondo,
dai suoi capezzoli di zucchero.
Non c’è bisogno di avere gambe perfette e forti,
per volare.
foto sokolski
Gotan Project, Paris, Texas
giovedì 16 agosto 2007
Montgolfière ( je suis lointaine, dans le ciel des mots et du silence, oui)
Ehi, oh oh,
so’ qua.
Dall’alto, si vede tutto, siete immersi a leggere commenti,
a scrivere commenti. Noi siamo i bloggers, gli umani dalle vite parallele.
Qui c’è un’aquila, con ago e filo, intenta a ricucire i buchi della mia mongolfiera.
Io non ho ancora deciso ma, come al solito, virerò a Sud,
è una categoria dell’anima ,la mia.
Ho portato un unico libro, i “Taccuini”, di Baudrillard.
Apro a caso e leggo:
"In pieno giorno, una parte di noi dorme senza
interrompersi. In pieno sonno, una parte di noi veglia senza tregua. Così
si può, anche dormendo, avere voglia di dormire.
E, in piena vita, aver voglia di vivere."
Elloso, non si capisce tanto, ma proprio questo ti stimola a pensare.
E davvero non se ne può più di cose “facili”,
di voli approssimativi e inconcludenti.
Il vento è forte e mi costringe ad andare.
E devo buttare tanta zavorra, tanta.
P.S. Adhunc, se siete usciti per la spesa e state sotto di me,
spostatevi.
J
Astor Piazzolla e Roberto Goyeneche,Vuelvo al Sur
(finalmente so' riuscita a piazzarlo il "pezzo mio", sììììììììììììììììì )
mercoledì 15 agosto 2007
Umanità
tableau Lorenzo Mattotti
Almeno tu stai rinchiuso là dentro
a salvare qualche vita umana.
Sei stanco, ma io so quanto senso ti ritorna,
inevitabilmente, da questa cosa.
Io, invece, ingrasso l’entropia,
fumando sigarette,
mangiando anguria,
guardando il libro che mi guarda,
e sensualmente sussurra: “Prendimi…”.
Ed io gli rispondo: “Dopo, dopo…”
Ho 40 nuovi film sul tavolo,
ho scoperto 5 nuovi fumettisti,
ho inventato 200 scenari, da regalare
a chi avesse qualche disturbo
nel regolatore di fantasia.
Mi manchi.
Vorrei che fosse semplice dominare le gambe,
indossare una tunica indiana,
gli orecchini con il sole,
saltare su, in macchina,
e aspettarti là fuori,
ascoltando Tom Waits.
Tom Waits, Crystal Gayle, I beg your pardon
martedì 14 agosto 2007
Metamorfosi
foto o. mirguet
Speculari.
Opposti.
Lei da questa parte del binario, lui dall’altra.
A guardare le soste dei treni.
Due, per l’esattezza.
Avrebbero voluto trattenerli.
Ma gli abitanti delle loro vite parallele sarebbero partiti, al fischio del capostazione,
continuando a viaggiare tutte le occasioni perdute,
le felicità inattese,
i rischi non calcolati,
la pelle screpolata per l’eccessiva vita,
le parole non taciute,
le grida di piacere in sottofondi adornati di fiori.
Lui e lei avevano quasi la stessa faccia.
E lo scoprirono, guardandosi attraverso le rotaie ormai sgombre.
Si riconobbero, e non sembrò loro strano alzare la mano in un segno breve di saluto.
Poi, dopo, nel sottopassaggio, lei capì che anche lui le stava venendo incontro,