giovedì 28 febbraio 2008

Forse potrei ancora regalare...



Dal centro del mio isolamento anche acustico,


vorrei accarezzare i vostri mondi mancanti,


gli equilibri assestati per caso, il passo che cambia sempre direzione,


l’altro che non si scosta dal percorso risaputo.


Le cose belle parlano da sé.


Sono le altre che balbettano,


e  reclamano qualcuno che dia loro un senso.


Ecco, stamattina mi sono messa per strada,


e ho camminato a lungo,


raccogliendo i vostri tesori, ad uno ad uno,


e non vedo l’ora di restituirveli.


Che è così bello rianimare un senso perduto,


uno sguardo offuscato,


un delirio necessario,


e vederli ritornare al vostro fianco,


senza incertezza


nel tracciare


una nuova direzione.


 



Tuck & Patti, I was born to love you

mercoledì 27 febbraio 2008

Autismi


(e, per dire certe cose, ci vorrebbero ben altre stature, ben altri fiati)



Provo schifo, a volte, spesso.


Perché il concetto di umanità sta diventando sempre più generico.


Aleatorio.


Non ho citazioni in proposito, ché troppe ce ne sono.


Non ho cose incisive da dire.


So solo che "Altro" è una parola debole, morente.


Facciamo finta che ci muoveremo dai nostri piccoli e arroccati mondi, quando


le mancanze saranno risolte.


E questa è solo malafede perché lo sappiamo che, in quanto uomini, tali mancanze non si


colmeranno mai completamente.


Non siamo Otri da riempire, siamo uomini, uomini.


Dove è finita l’arte di scoprire l’identità nella differenza, dove?


E quella di regalare parole e gesti concreti in quale fottuto


nascondiglio si è rifugiata, quando?


C’è la Signora Dimenticanza che continua a corroderci il cuore,


c’è un verbo, DIMENTICARE, che cancella in maniera indiscriminata relazioni e affetti.


E’ pietoso lo spettacolo di esseri sempre più afasici


che camminano nell’ombra.


E’ triste tutto quel calore che si disperde


in un silenzio reiterato e offeso.


Siamo così poco divertenti noi uomini,


quando non riusciamo


Più


Nemmeno


Ad essere ridicoli.



 




 

























Il mio nemico

domenica 24 febbraio 2008

La vie tzigane




tableau  Laura Owens


 


“Viens avec moi, ma petite, viens…”


Ho seguito questa voce di giorno, di notte, nel delirio alto della febbre,


nei muscoli rigidi e doloranti, anche quando ripetevo agli altri che volevo morire, che mi aiutassero a morire, perché una normale influenza si era messa a giocare con la Malattia mia Grande,


riducendomi un osso di seppia.


5 giorni di viaggio in un banale inferno, con questa voce, e quasi mi sono sentita importante, perché se si è smossa la vita stessa per parlarmi, non è tanto scontato che io sia ancora di questo mondo,


a giocherellare.


E Lei non aveva mica un aspetto imponente, né rigidamente spirituale.


Una piccola stracciona, con gli abiti laceri ma colorati,


una voce di bambina,


un viso a forma di cielo,


un corpo d’albero,


un odore di mare nelle mattine di giugno.


Quando il mare non fa paura.


              E l’ho tenuta stretta quella voce-mano e l’ho


seguita.


Stanotte, quando non mi controllava nessuno, mi sono alzata,


ho provato a fare due passi, Lei sempre vicina “Viens avec moi, ma petite, viens”,


e sono andata su e giù per la stanza. Lentamente. Risentendo i muscoli, uno ad uno,


registrando l’appello delle solite mancanze, delle solite presenze,


senza paura, senza deserto, senza dolore, senza.


Mi aspetta la convalescenza, gli opportuni approfondimenti medici,


gli smarrimenti di routine, il giocare con i Limiti,


per vedere, curiosa, che cosa se ne possa ricavare.


E accettare, curiosa, quello che viene.


Senza troppe aspettative.


Che rendono avidi la mente e il cuore.


Je suis ancore vivante.


Et il est très beau.


Très beaux.


De Vivre.


Banale? Non direi proprio, no.


:)


 




Omaggio a Vinicius De Moraes, Ornella, Senza Paura

lunedì 18 febbraio 2008

"Il mestiere di vivere" scrivendo



foto René Groebli


Ma sapete che c’è?


Io sto bene solo quando scrivo.


Nella scrittura sola sento il profumo del possibile.


Chiamatela masturbazione semplice o amore con fantasmi in carne ed ossa.


E non lo so perché,


non mi  interessa scandagliare più di tanto.


Succede.


Come succede, sempre, di respirare.


Come se ci fosse una veranda, seduta sulla quale guardo gli andirivieni del mondo.


Visioni screziate,  “sporche”, da specchio smerigliato.


Ferma, bloccata, immobile.


Se arrivano parole,


io oltrepasso.


E abito.


Io vivo solo quando scrivo.


Per un po’.


Prima di mangiare, prima di desiderare,


prima di annuire o di ostentare rifiuti.


Dopo aver recitato qualunque forma di presenza attiva.


E la notte, prima di “morire”, c’è sempre una mano pietosa e vigile che, le ultime parole, le accoglie.


 Anche per me.


 



P.S. Per tutto il resto? Je suis un être friable, comme les biscuits


 



Lucio Dalla, Le rondini

domenica 17 febbraio 2008

"Irina Palm- Il talento di una donna inglese"








Irina Palm, film di Sam Garbarski, con Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, 2007.


Ecco, voglio iniziare proprio così:


Maggie ha 60 anni e non si può certo dire che, dalla vita, abbia avuto un cazzo.


E’ una donna “legata”, vedova, con un figlio sposato ed un nipote che sta morendo per una strana malattia.


Maggie ha la statura delle donne che subiscono, per mancanza di stima, di affetti, di considerazione.


Il suo dolore continuo l’ha come ossificato, cosificandosi lei stessa, ma non fino al punto


da non percepire più l’urgenza di un'azione, di una qualunque azione,


quando l’amore deve combattere la morte.


Se per il ragazzino morente ci può essere una cura, se è necessario procurarsi dei soldi, tanti soldi, in pochissimo tempo, giorni,


Maggie lascia gli altri nella rabbia e nell’impotenza del dolore,


e diventa Irina, Irina Palm.


Sì, perché Maggie vede una tabella  in un negozio, su cui c’è scritto che cercano una hostess. Ma Maggie non lo sa che, in termini moderni, hostess è un eufemismo che vuol dire “operatrice del sesso”, alias Puttana.


Lo scopre parlandone con il proprietario del locale, un gaglioffo dal viso sveglio e leggermente triste.


Leggermente triste.


Maggie vorrebbe scappare, ma rimane e per lei si trova una formula più semplice


del dare godimento: nonostante l’età,  ha delle mani morbidissime,


adatte a stare in una stanza, dove non la vede nessuno, una stanza con un buco, in cui gli uomini inseriscono il proprio sesso, che finirà tra le sue mani,


per il tempo veloce di una sega.


Giorno dopo giorno, gli uomini che si mettono in fila aumentano, Maggie-Irina ha un grande talento in quelle mani, comincia a lasciarsi andare, si porta il grembiulino da casa, un vaso con i fiori, dei quadri per personalizzare le pareti di quella stanza squallida.


E i soldi arrivano, e tanti, ed anche  il riconoscimento per quella sua dote speciale.


Le arriverà anche “il gomito destro da seghista”, ma lei non si scompone più di tanto e lavora, per qualche giorno, con quello sinistro.


Una sera, una sera particolare, nonostante il suo aspetto goffo ed i suoi anni, Maggie-Irina


ha anche modo di approfondire la conoscenza con il gaglioffo proprietario del locale, quello dall’aria triste. Ed entrambi attraversano parole semplici, e osservano per un po’ i cieli


delle strade che si illuminano velocemente di notte,


perché, su quelle strade, sbagliate, sporche, irrisolte, comincia a circolare un’emozione.


 Il figlio la scopre, la Realtà la scopre, e sembra vacillare tutto, anche lo scopo nobile per il quale fa tutto questo.


Cosa che non succederà, non succederà, perché “Irina Palm” ha regalato a Maggie una strana forza.


E’ una donna nuova, o forse ritrovata, quella che vediamo nell’ultima scena,


ma è sempre lei, con il suo aspetto tenero, con il suo aspetto goffo. Attende con fiducia sulle scale dello squallido locale


il “riconoscimento” di quell’uomo gaglioffo e triste.


Ed un suo bacio.


Che ci sarà.


Che arriverà.



J


                                                               


P.S. Bellissimo.





Marianne Faithfull ( splendida interprete di Maggie-Irina), As tears go by.

giovedì 14 febbraio 2008

Cose che mi ricordo dell'amore



foto Zana Briski


Al di là di ogni possibile ragionevolezza, io, dell’amore,  ricordo la pace.


Quando le tensioni calano, ché già si è preparato un luogo da condividere ed una mappa di spazi mentali comuni,


dal libro da leggere insieme alla panchina sull’asfalto, su cui riposare e guardare


le piccole poesie di carta straccia trascinate dal vento,


la polvere, i passi veloci,


gli affanni, gli stupori, i confini.


Ed in quell’ esserci, sentire un comune senso di pudore


nel credersi salvi, di fronte ai frammenti della vita.


E poi ricordo l’ideale forte di partenza, che sempre si è ripetuto in me,


con rinnovato stupore:


un incontro è per sempre,


e, in questo miracolo, guardare scomparire l’ansia di coltivare altrove l’infinita


variante delle scelte.


L’amore ha un corpo preciso, una sbadataggine particolare,


un odore, una voce, un cappello, un leggero tic all’occhio sinistro,


una formula di saluto, una calligrafia tremenda, un passo cigolante, un' improvvisata meta nel disordine mentale.


Una discesa, l’amore, ed una risalita nel medesimo ascensore,


Una linea verticale di approfondimento, in cui finirai per trovare nuovi aspetti


dell’altro ma anche di te.


Di te.


Poi, non ha importanza che finisca,


se per questo tentativo di vera vita


tu hai fatto di tutto ed hai visto possibile


un percorso lungo, dai vestiti con i fiori


al bastone di due vecchi.


Seduti su una panchina,


a lamentarsi dei dolori alle ossa,


del tempo,


mentre ci si vergogna un po’


a credersi ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita.



Franco Battiato, Il cielo in una stanza.

Sindrome di abbandono fortemente atipica


(Mi sa tanto che sono diventata scema)



sindrome determinata da abbandono reale o da carenze affettive.


 


Fino a qua ci siamo e ci riconosciamo



“Le conseguenze psicologiche sono più o meno rilevanti secondo l’età del soggetto. I bambini che soffrono di tale sindrome possono presentare ritardi psicomotori, facilità ad ammalarsi, abulia, periodiche crisi di ansia, gelosia e aggressività. “


No, non diciamo sciocchezze,, macchè ritardi psicomotori che da bambina ero un grillo. Ansia e aggressività, sì, c’erano.


“Le cause determinanti sono la morte di uno dei genitori, litigi familiari, mancanza di cure, freddezza della madre, nascita di un fratello.”


Tranne la morte e la freddezza materna,tutto il resto c'era.


“ Nell’adulto la sindrome di abbandono si manifesta con stati di depressione grave che possono portare al suicidio, “


Se, il suicidio te lo puoi scordare…


“oppure con stati di aggressività accompagnati da collera, talora sino al delirio. “


Collera e delirio in quantità industriale, sì.


“Possono soffrire di tale sindrome gli anziani abbandonati a se stessi, “


A 43 anni, mi posso già definire ragionevolmente anziana?


“le ragazze-madri, le persone tradite nei loro affetti. In tutti i casi è indicata una psicoterapia


Se, la terapia la faccio, avoglia, anche se il mio terapeuta ( ciao mimmo) lo conduco sempre ad impazzimento, che dice che sono aggrappata alla mia nave peggio di Novecento, e che spreco il mio talento. Ma quale talento, dico io, giusto così, per farlo incazzare, e lui si incazza, però, gira e rigira, sempre a ridere finiamo, che a me piacciono assai le persone quando ridono e non ci riesco a fare la mummia per suscitare fantomatico mistero, come fanno un sacco di donne con risultati sentimental-sessuali fortemente appaganti. Di sesso ne parliamo, io e lui? E no, mes amis, questo non ve lo dico…no.


 


Diagnosi (per concludere): la signorina Diciche soffre di sindrome da abbandono solo part-time.


Alè.



Chichimeca, Valse de Frida

martedì 12 febbraio 2008

I remember



Medea, di Martha Graham



Medea, di Pasolini


Ma ci credete  o no


se vi dico che allo scritto di italiano per la maturità


mi hanno dato 1, al massimo 2, che non ricordo più?


Con questa motivazione: “Compito grammaticalmente corretto, ma fortemente dissociato nell’argomentazione, con punte di pretenziosa arroganza teorica. Se dipendesse solo dal compito, la candidata sarebbe considerata assolutamente non idonea al conseguimento della licenza liceale”.


“Essere cittadini del mondo”, questa la traccia.


Ma io, di globalizzazione, non ne sapevo un cazzo. E l’ho buttata


sul filosofico spinto, spiegando, con ostinato cripticismo, perché


il mondo degli uomini non potesse che essere associato ad  una cacca puzzolente.


E’ che quel giorno c’avevo i nervi. E non mi andava di scrivere. No.


Per fortuna rimanevano gli orali, e una delle mie due materie era il Greco.


Che era anche la mia lingua preferita.


La prof mi interrogò subito dopo avermi fatto vedere la ciofeca del mio compito.


Psicologicamente, un colpo basso.


“Signorina, cominciamo con la Medea di Euripide?”


A me, la Medea di Euripide  piaceva assai. Al punto che ne parlai a lungo, come se il suo spirito


vibrasse al posto mio e spiegasse, con paradossali e affascinanti argomentazioni,


tutte le motivazioni del suo gesto terribile.


Poi arrivò anche Arianna, quella del filo, con le altre eroine abbandonate,


e tessevano alle mie spalle la trama e il  lamento di “donne che troppo avevano creduto agli uomini”.


Qualcuno disse “basta” e mi portarono via, in uno stato di confusione mentale o, più elegantemente,  “trance”.


Quell’anno, dal Liceo Classico “Bernardino Telesio” me ne uscii con 50/60


E con una ferrea convinzione:


che non avrei scritto mai più.


J



P.S. Nonostante la mia passione per Medea, il post precedente rimane intatto. :)


 




Ivano Fossati, Amore degli occhi

"Questi fantasmi"



foto Nobuyoshi Araki



 


Uscire dalle accolite dei rancorosi.


Perdono.


Non è solo un atto cristiano. Io non credo.


Non è solo una tendenza New Age. La New Age, come minimo, mi annoia.


E’ uno sforzo che somiglia ad una danza tribale.


Vicino ad un fuoco.


Una decisione da stabilire con i tuoi legislatori interni,  un condono.


Li vedo, là, intorno alle fiamme, i fantasmi che mi porto dentro,


e anche quelli esterni, gli uni si proiettano sui volti degli altri.


Non è spontaneo metterli tutti a danzare intorno ad un fuoco,


non è pacifico,


ci sono anche i mondi miei là intorno


e tutte le volte che “ho ucciso” con leggerezza , con stupidità.


Io “ho bisogno” di perdonare.


Ci voglio provare ora, in questo giorno tutto storto,


incominciato male,


quasi che il sole sembra un’offesa.


Stanotte, il fuoco rimarrà acceso,


e tutti quei fantasmi, prima o poi, spariranno.


Sono umani, i fantasmi,


si stancano anche loro


di essere evocati.


Con credulità.






Miriam Makeba, Kilimadjaro.

lunedì 11 febbraio 2008

Time



foto Gregory Scott



 



Sono ossessionata dall’idea del tempo.


Quello circolare, quello  che, gira e rigira, ti ritrovi sempre al punto di partenza.


Ci sono solo un po’ di morti in più, al centro.


Ci sono solo un po’ di rughe in più, sul viso.


Sono ossessionata dall’idea del tempo-rassegnato.


Incarnato, per es., dalla voce del conoscente che ti dice: “Tiriamo avanti, così è la vita”. “Niente è cambiato”.  Mi sembra allora che diventiamo tutti  Feti In  Uteri Ambulanti. E non


vogliamo uscire  e, quando lo facciamo, non vediamo l’ora di ritornare.


Come se il quotidiano non potesse davvero più contenere nessuna esperienza estetica, fosse pure un’estetica del brutto.


Monadi e feti, e racconti stentati e ripetitivi , spesso un elenco di cose-salvezza.


Al punto che veramente ti verrebbe voglia di adottare un Muro


e abbuffarlo delle tue storie notturne, di calembours  sopraggiunti per caso,


di rebus con obbligo di completamento.


Ne “La montagna incantata” Thomas Mann, lui diceva, al contrario di quasi tutti,


che l’associazione gusto di vivere- tempo breve ( “come vola il tempo, quando sei felice”)


non è del tutto vera.


Anzi, sosteneva, con motivazioni bellissime (che non ricordo), che è vero il contrario, che il tempo, nella bellezza,


 pare fermarsi.


Come succede alla Narrazione in un romanzo, quando la mano abile dello scrittore


inserisce superbe descrizioni. Gli eventi si fermano e tu ti perdi a seguire il viso di una donna, man mano che esso si crea nelle parole.


O le sfumature infinite di verde che esistono in un prato.


Sono ossessionata dall’idea del tempo-rassegnato, come se la vita fosse una condanna da scontare.


Mica dalla vecchiaia e dal fatto che un giorno arriverà la menopausa.


                 E l’ossessione dipende da  un motivo semplicissimo: le anime, in questo Tempo,


quando s’incontrano?





Tom Waits, All the world is green  (green) (green) (green)


amo  questo pezzo e lo ascolterei 300 volte al giorno.

domenica 10 febbraio 2008

Vedi albero



foto clarck & pougnaud



 




Vedi, albero,


io me la sono imposta la “scrittura” di un'esistenza non lamentosa.


Lo so già che qualcuno mi ha assegnato una vita “difficile”.


So già che molto spesso dovrò fare un regalo d’amore,


lasciando andare le persone che amo.


E che un terribile orgoglio, travestito da dignità,


mi accompagnerà per tutta la vita.


 Guarderò molte mongolfiere,


 sentirò, nelle notti d’estate,


la voce dispettosa di tutte le  stagioni,


ruberò tanti fichi nell’orto dei vicini,


ma, tra qualche anno, da te, mi  allontanerò.


Per cercare parole.


Le tue saranno foglie semplici di carta.


Nelle radici si ascolteranno strani suoni.


Ed io  vedrò di ritrovarti


in certe bizzarre favole


che guardano sempre al futuro.


Sì, te lo prometto,


nel pianto, non mi fermerò.





Chris Botti, In the whee small hours of the morning (With Sting)

venerdì 8 febbraio 2008

Patafisica



foto annelise kretschmer



 



Lo voglio così il mio momento d’eterno,


 scarno, essenziale:


la mia testa sulle tue gambe,


la tua mano sulla mia testa,


mentre ascolto la tua voce che recita,


assorta,


quel sonetto di Shakespeare che mi piace tanto.


E poi, senza preavviso,


arriverà il sonno.


Che mi coglierà tranquillamente sola.


Insieme a te.


 Delle tredici lune,


solo dodici, quella notte,


decideranno di rifugiarsi sotto il mare.


Una rimarrà a sfidare la leggenda


che il tempo, ormai invecchiato,


non si possa


mai


fermare.





Eddie Vedder, Hide Your Love Away

lunedì 4 febbraio 2008

Ho bisogno di dirlo



l'alchimista di strada



Lo sapevi già che quella non poteva essere la persona giusta, lo sapevi.


Non era nemmeno riuscito a prendere il tuo corpo, si era bloccato davanti alle tue gambe un po’ rigide, come se fossero un varco insuperabile. E ti guardava spaventato.


E lo guardavi spaventata.


Ti aveva allontanato con poche parole e quelle parole parlavano solo di se stesso.


Tu non c’eri, in quelle parole, non c’eri.


Ora però che sai come si può essere subito rimpiazzate,


ti viene una strana energia cattiva,


per non rifugiarti in quei ruoli di vittima e di scarto che non ti appartengono.


Ti infastidisce vederlo sul volto di un’altra.


Il tempo si blocca.


Lo spazio si blocca.


Le parole sanno d’assenzio.


Scritte rosse su un lungo muro nero.


Tocchi il lato buio della vita.


Forse il senso di perdita che si prova quando si nasce deve essere un po’ così.


Forse la paura di non riuscire mai a creare dei piccoli attimi d’eterno è un po’ così.


Tocchi il lato buio della vita,


quello vero,


che non si accontenta di inutili maledizioni,


o di invettive stupide.


Il lato buio.


Ci sei tu, e tanto spazio intorno.


Senza passati, senza futuri.


E non c’è passione che tenga,


non c’è lenimento,


non c’è senso.


Quando delle storie nate già vecchie ritornano,


e ti costringono ancora a fare l'alchimista.


Domani miscelerai varie scorie di vita e cercherai, un’altra  volta,


di filtrare e poi separare i liquidi cattivi da quelli buoni.


E, di questi ultimi, tu ti nutrirai.



 




Paolo Conte, Elegia


domenica 3 febbraio 2008

L'anima mia, "fottutamente" professoressa. :)



L’orticaria diffusa, con una perversa concentrazione sul cuoio capelluto.


Da qui il desiderio, in quei momenti terribili, di grattarmi furiosamente la testa.


Dovunque mi trovi, en plain air, o in interni di penombra.


Non ce la faccio a tacere, ma, a volte, taccio.


Mai urtare la sensibilità altrui per una sciocchezza.


Ma la grammatica e l’ortografia davvero davvero sono sciocchezze?


Vedere il qua accentato (quà), i vari me, te, se stesso (mè, tè, sé stesso),


o i verbi fa, sa (fà, sà) conciati in questo malo modo,


e il soggetto staccato irrimediabilmente dal suo predicato


(es: la luna, mangia papaveri diurni, al posto di: la luna mangia i papaveri diurni e della sua digestione  fa luce per gli amanti…)


ecco, tutto ciò profondamente mi avvilisce.


Per non parlare del povero indeterminativo  UN, che, davanti al nome maschile che comincia per vocale, non va mai apostrofato.


Quando vedo scritto: UN’AQUILONE, al posto del legittimo UN AQUILONE,


mi pare che il cielo si oscuri irrimediabilmente, che una cattiva pioggia tropicale


si scagli sul povero simbolo di leggerezza, e lo porti giù, in basso,


a pezzettini, ormai inerme.


Esagero?


Può essere.


Da bambina non conoscevo il nome degli alberi.


Da adulta comprai, umilmente, un libro di botanica e finalmente potei dare un volto


alla parola ippocastano, di cui, dall’etimologia, sapevo solamente che doveva essere


un po’ cavallo e un po’ castagno.


Perché ognuno, pure se è vecchio, ha i propri anelli mancanti.


E che ci vuole a “rubare” il libro di grammatica al nipotino che fa le elementari


e, rinchiuso dentro al bagno, fare una ripassatina?


Ok, la chiudo qua. J


 


P.S. Tanto tempo fa conobbi un uomo, un uomo distinto, che mi aiutò telefonicamente in un percorso automobilistico alquanto impervio. La sera, dopo il viaggio, mi arrivò il suo primo sms


che recitava così: “Ai cenato?”. Ed io risposi, tranquillamente risposi: “Sì, ho cenato, ma “hai” si scrive con la acca, capì?”. Non ebbi più occasione di rincontrarlo. E meno male che non era uno irascibile, perché, anni dopo, lessi sul giornale che gli avevano dato 20 anni. Per cosa? Associazione di stampo mafioso, sì.


 


PS.2  Non fraintendetemi: non parlo dei nostri padri e dei nostri nonni, spesso orgogliosi dello loro quinta elementare, e che si sono spaccati la schiena di lavoro per farci studiare.


Onore a loro, sempre.


 




Ornella, Dettagli


"...non credo che ti voglia così tanto bene, errori di grammatica lei non ne fa e, senza errori, non si ha mai felicità....:) )