sabato 28 giugno 2008

Diciche scrive in vernacolo


(nordici, ià, venite un po' con me nel mio Sud  :)  )









mercoledì 25 giugno 2008

Eduardo e il Significato delle parole




 


Michele Murri, protagonista di Ditegli sempre di sì, è appena tornato a casa dopo un anno di manicomio. Ha una peculiarità: va in crisi quando non si usano le parole adatte per definire, e, di contro, non tollera le metafore, specie quelle abusate. I discorsi, per lui, devono essere LINEARI.


E lui così li interpreta, mettendo al bando ogni doppio senso e furberia della lingua.


Se gli si dice, per es., che qualcuno è morto, lui ordina una corona e un cuscinetto, inviando a casa del “defunto” gli impiegati delle pompe funebri.


Ovvio che i suoi interventi scatenino lunghe catene di equivoci, in cui si ride e tanto, ma, cifra tipica in Eduardo, ogni risata è amara. Perché Eduardo incarna, nei suoi testi teatrali, la teoria sull’Umorismo, esposta da Pirandello qualche decennio prima. Senza mica volerlo, no. Questa è una semplice ed arbitraria associazione che faccio io. La risata dalle parole e dal volto di Eduardo non è mai Comicità banale , per intenderci il classico scivolone su buccia di banana, madre di tanta banalissima commedia all’italiana, con indegni epigoni moderni. E che diceva Pirandello dell’Umorismo? Che è un sentimento, un Sentimento del Contrario, portando come esempio una storiella illuminante e ormai classica: se vediamo una donna anziana , tutta imbellettata, noi ridiamo perché la sua immagine è contraria a quello che “dovrebbe essere”. E fin qui, nell’ambito del comico rimaniamo. Ma se ci chiediamo “perché” e “cosa” abbiano portato l’anziana donna a travestirsi fino al ridicolo, ecco che subentra un sentimento più profondo, di stampo completamente opposto a ciò che ha scatenato l’immediata risata.


Mi è sempre piaciuta assai questa teoria.


E pure Eduardo mi è sempre piaciuto assai. Ogni anno, di questo periodo, rivedo tutte le sue commedie.


Cominciando dalle disavventure di Michele Murri, uomo e “folle” che ama così tanto il linguaggio chiaro, da lottare inutilmente affinché gli altri lo rispettino.


Allora, come oggi, come domani, conoscete voi impresa più impossibile di questa?


 


venerdì 20 giugno 2008

E dunque.



foto Stesig


Non è mica facile piangere e ridere contemporaneamente.


Con qualcuno di voi l’ho fatto, per telefono.


Aprendomi fino all’osso, che si vedeva tutto, ma proprio tutto, e non me ne fregava niente


di pose, di contegni, di immagini costruite su parole.


E siete stati bravi, ma tanto, tanto, con la voce e anche qua, ad accogliere senza scappare, a non lanciarvi in suggerimenti inutili,


quelli che la pagina la vogliono subito girare,


che le cose che ho detto in quest’ultimo periodo


erano pesanti, anzi pesantissime, senza nessuno spazio per le ciarle.


Ho parlato da essere un po’ finito, così come mi sentivo,


da animale intrappolato, così come qualcuno ha notato.


E ora?


Ora invece mi preparo per l’estate, ma non so ancora cosa farò.


Ho trovato i soldi per piazzare due condizionatori nel bilocale senza servizi,


il cane mi ha chiesto se lo accompagno per una settimana al mare,


le vespe mi hanno chiesto gentilmente di poter costruire i loro nidi negli scatoloni di fogli


alti alti  sulla libreria,


il primo gelato della stagione, ieri, mi si è offerto con voluttà: “Prendimi, prendimi, e fregatene della dieta”.


Ed io ho detto sì, a tutto.


E dirò ancora di sì ad ogni voce, umana o di cosa, con la quale valga la pena costruire scenari surreali, perché si riparte sempre e, se il viaggio è fluido, che importanza ha dove si andrà?


Depongo ai vostri piedi tutti i ghirigori e la punteggiatura della bella lingua


e vi ringrazio con una sigaretta in bocca e con parole "povere", così.


 





Jim Hendrix, The wind cries Mary


 

venerdì 13 giugno 2008

Dai, non avere paura a mettere qua quello che senti...



foto Lucia Leuci




Sono giorni di grande allegria, oh sì, grande allegria.


Le uniche persone per le quali provo veramente stima e rispetto sono quelle che si trovano faccia a faccia con la morte, perché hanno avuto la sfortuna di nascere in un angolo di mondo cupo e bastardo, o di ospitare nel proprio corpo nemici organici che le fanno a pezzi, giorno per giorno. E per chi sta loro vicino, senza paura con paura, con adeguatezza senza adeguatezza, vicino.


Sono convinta, sento che non manca moltissimo al mio personale passaggio nel nulla cosmico,  me lo dice il mio corpo. Ma mi potrei anche sbagliare, io a decifrare i suoi messaggi, enfatizzandoli. O lui a darmeli, esasperandoli.


E, nella confusione, non si capisce più un cacchio.


Si gira, vacuamente, un po’ di qua e un po’ di là, a ricordare l’associazione di un buon spaghetto con le vongole e di  un gustoso vino limpido e locale, la bellezza delle imperfezioni e dei capricci del caso, che ti conduceva, inopportuna, nei tempi e nei luoghi sbagliati-giusti, là dove c’era spesso allegria e disinibito incanto. E un corpo che rispondeva, senza che tu gli comandassi nulla.


Ora, è necessario che io sappia, se me ne devo già andare o se mi è dato di restare ancora un po’.


La seconda ipotesi non è che mi dispiaccia molto, perché sono forgiata alla fatica e  perché avrei un sacco di cose da fare, non ultimo affinare le mie scritture. E dare vita finalmente al mio spettacolo teatrale, con le giuste alternanze di intenso e di comico (diciamoci la verità, tale alternanza in una vita “sana” non dovrebbe mai mancare). Sarebbe bello vedere parole, già di per sé  ubriache,


correre sulla scena ed insinuarsi nelle indefinite zone di confine di qualcuno, sarebbe bello vederle vivere  tra le luci, grate a chi dà loro una voce  e dei colori.


L’ipotesi inversa richiede invece una buona dose di pragmatismo: che fare prima di andare? Innanzitutto, pagare i propri debiti con la coscienza. E qua respiro, ché ad un’analisi serratissima, da brava “Perdente” quale sono stata, non ho buchi di tarlo profondissimi da risanare. Le questioni economiche già si possono sorvolare a priori: non avendo un accidenti, nessuno litigherà per dividersi il nulla. Le cose: libri, collane, orecchini, cd, un pc del 2000, una macchina che sto pagando a rate. Vedranno loro, autonomamente, di associarsi a chi offre maggiore spazio e capacità intelligente d’uso. L’unica che avrà difficoltà di allocazione, sono certa, sarà la mia pedaliera elettrica che, con le sue spie e le sue lucette, potrebbe essere riciclata come gioco.


Le cose dell’anima: forse non sono stata troppo coraggiosa, competitiva, autorevole, forse non ho saputo amare, forse non ho gridato abbastanza contro le sferzate stolte dell’ingiustizia, forse sono stata zitta quando avrei dovuto parlare, forse non serve a nulla dirsi tutto questo, ché la valigia per i viaggi lunghissimi è troppo piccola. E zavorra, inutile zavorra, sono i rimpianti.


Insomma, messe a tacere le lamentele solite delle mancanze e dei “non-ho-ancora-avuto”, io sarei pronta.


Pronta per vivere.


 O per andare.


 



Voglio vivere così


( Caro Amalteo, al trittico mancava il brano. Così ho scelto questo. Me lo cantava mio nonno durante le abbuffate con le "cerase" :)  )