Don Gustavo e l'intesa
( ogni riferimento a fatti accaduti e/o a personaggi realmente esistiti non è mai puramente casuale)


immagini tratte dal film: "Nelly et Monsieur Arnaud".
No, tranquilli, non parlo di cinema. Solo attinenze situazionali. E, purtroppo, la protagonista del mio racconto non somiglia manco lontanamente ad Emmanuelle Béjart. :)
Mi incuteva timore quel vecchio ancora così bello, sempre circondato dai suoi allievi, da belle donne , da cortigiani. Una volta, d’estate, stavamo seduti in un bar all’aperto, io con la mia perenne sigaretta, lui stranamente solo e fu allora che mi alzai, chè il cuore già batteva proprio forte a dire proprio vai e parla ce l’avrai ancora un argomento pseudointellettuale da discutere con quel vecchio così bello e grande storico del Sud. Però, prima di arrivare al tavolo suo, lui fu circondato da 20 fottutissimi cristiani ed in questi casi, quasi in tutti i casi di coraggio ritrovato e poi perduto, si prende e si cambia direzione. Alè.
Poi le cose che davvero vuoi fanno qualche balletto stravagante con il tempo e ritornano, sì, che quasi stenti a riconoscerle, teatrali, goffe, strane.
“Don Gustavo cerca una cameriera”, ed io sono una brillante disoccupata che scrive lettere che tutti i giornali pubblicano, belle, stimate, che la gente mi incontra per la strada e mi dice quanto sei brava tu, quanto sai scrivere, e poi non si conclude mai un cazzo ed io ero disoccupata e resto disoccupata. Prendo un appuntamento, la 500 bianca su cui ho imparato a fare la doppietta, la mattina presto mi presento, da lui, in stato confusionale e lucida, come quando andavo a fare gli esami.
“Mi dica, Signorina, lei sa che dovrebbe venire tutti i giorni, almeno fino alle due, lavare,cucinare, stirare qualche panno, accompagnarmi dal barbiere, che ormai ho problemi con la vista, fare la spesa, ricevere eventuali ospiti…”
“Certo che lo so, Don Gustà”
“Sa anche che lo stipendio si aggira intorno alle 650 mila lire, al massimo 700, che non ci possiamo permettere di più”
“Sì, Don Gustà, suo figlio me l’ha detto” e Don Gustavo mio so anche che qui state barando, che ricchi ricchi siete, stracarichi di terre e case e che la vostra gentile consorte baronessa, ella fu, vi ha lasciato l’ira di dio completa, ma questo non lo dico, no, me lo tengo per me.
“ Senta, lei ce l’ha almeno la terza media?”
“Un po' di più, Don Gustà, un po’ di più”
“E’ diplomata?”
“Un po’ di più, Don Gustà, un po’ di più”
“ Laureata?”
“ Sì, don Gustà, ma ormai oggi si laureano tutti”
“E su che cosa? Quanto ha avuto? Ha studiato qui, all’Università della Calabria?”
“ Una cosa così, Don Gustà, il teatro nei manicomi, 110 e lode, ma, ormai , le assicuro, quello lo danno a tutti, ho studiato a Roma, ma qui, quando sono tornata, ho fatto due corsi di perfezionamento, cosette così, Don Gustà.”
“Senta ancora, senta, le piace la storia?”
“Abbastanza, Don Gustà, nella sua libreria vedo gli storici della mentalità francesi, quelli mi piacevano assai, li ho studiati un po’, ma solo per passione”
“ E dica, capisce anche di archivi, studi archivistici ne ha mai fatti?”
“ E no, quello no, Don Gustà”
“Magari è pure portata e non lo sa, venga, venga con me…”
E così, Don Gustavo ed io attraversiamo tutta la biblioteca, che biblioteca non è, mi sembra più una casa nella casa antica, 5 camere di libri che arrivano fino al soffitto, sculture in legno, vecchie foto e una mi attira proprio e mi avvicino e vedo Marinetti che mi guarda e tutti i futuristi zang, zang, tumb tumb, e in mezzo un giovane bellissimo che riconosco subito, è proprio lui, Don Gustavo.
“Li ha riconosciuti, Signorina, erano amici miei. Vede, anch’io ho vissuto a Roma negli anni trenta e frequentavo questi pazzi, anni molto divertenti , ah la gioventù, signorì! Ma venga, si sieda qua, che le faccio vedere una cosa.”
Tira fuori dei fogli da un cassetto, a me mi viene l’ansia, sento aria di esami, vorrei scappare, ma poi resto qui.
“Provi, provi a leggere”
Io non ci capisco una mazza, a malapena intravedo una T tutta attorcigliata, e una O con il gambetto in alto, forse una F, ma lontana, lontana e totalmente distaccata dalle vocali e consonanti precedenti e penso Don Gustà io qua sono venuta per fare la cameriera, mica per leggere un atto notarile del ‘500…E certo, questo è un atto notarile, vedi qua, ci sono tutti i lasciti, una dote per la figlia di codesto, e piano piano le cose le ricostruisco e gliele dico e lui mi guarda con gli occhi sempre più strabiliati, mobilissimi, e poi dice: “ Signorina, lei è portatissima, è la Madonna che la manda, San Francesco, l’anima di mia moglie benedetta, lei domani, alle 9 comincia a lavorare, anzi la promuovo subito Segretaria mia particolare, addetta della Biblioteca, che più? Forse futura archivista, al posto mio, le interesserebbe scrivere su alcune riviste storiche? “
“Don Gustà, si calmi, le pulizie, le pulizie chi le fa?”
“Ah, quelle, solo quando ci resta un po’ di tempo, lei la mattina viene, mi sveglia, facciamo colazione, poi legge per me i giornali, discutiamo degli eventi del mondo, cominciamo a catalogare la biblioteca e, solo se ci resta tempo, lei dà una spolverata, cucina un primo, un secondo per la sera, mangiamo insieme, poi se ne va.”
Ed io glielo vorrei dire a Don Gustavo che la prospettiva mi sembra letteralmente un gran casino, chè a fare tutte queste cose neanche per mezzanotte io ritorno a casa , poi gli vorrei chiedere pure un leggero aumento di stipendio, ma lui mi spinge su per le scale e non mi fa parlare che, dice, la segretaria sua personale, quella che diventerà la sua regina, deve vedere almeno il resto della casa.
E, a mano a mano che salgo, e vedo tende e soffitti cadenti, chiazze sui muri, camere con materassi malamente buttati, e ancora libri sempre libri che hanno regalato il loro nome alla polvere, a mano a mano che salgo, vorrei abbracciare Don Gustavo, dirgli che sono contenta di averlo conosciuto e scappare via, il più lontano possibile.
La cucina, l’ultima,è appunto la sincope finale, apoteosi di casseruole e pentole unte, con barattoli arrugginiti di olive e funghi, che devono avergli regalato non dopo il 1945, per festeggiare appunto la fine della guerra.
“Signorina, io lo so cosa pensa, leggo le sue parole della mente, ad una ad una, non posso darle torto, ma non mi lasci, la prego, io ho bisogno di una persona come lei, per non morire, lo capisce questo?”
E sì che lo capisco, Don Gustà, il guaio quello è, capire, capisco pure che l’unico figlio che lei ha messo al mondo deve essere un gran coglione a lasciarla così, in queste condizioni, e a vivere in una bella casa cittadina con le amanti di turno, chè il paese è piccolo e le cose le sanno tutti, persino io, anche se delle storie locali non me ne frega un accidenti.
“Va bene, Don Gustà, vengo, ma ad una condizione: domattina andiamo a comprare montagne di detersivi, e lei, per 10 giorni, non mi dovrà proprio parlare, né di libri, né di cultura, niente di niente.
Prima, dobbiamo uscire dalla merda. Poi, si vedrà, e il cibo glielo porto io, pronto, da casa.”
E quei dieci giorni io li tralascio, sì li tralascio, dalle 9 alle 8 orario continuato, un fazzoletto in testa, Don Gustavo sempre tra i piedi, vestito di tutto punto, con una cravatta verde, o gialla o rossa,
signorina si riposi, prendiamoci un caffè, no, don Gustà, no, prima si deve uscire dalla merda, poi, poi si vedrà.
E’ l’undicesimo giorno, depongo il fazzoletto dalla testa, sistemo i girasoli di plastica che ho comprato in un vaso originale antico, mi butto su una sedia, mi guardo intorno e dico che ora davvero questa è una casa degna di uno storico, il più grande, acuto storico del Sud.
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E i cinque mesi più belli della mia vita, forse, un giorno li racconterò tutti, magari qui, o altrove, tanto stanno al posto loro, dentro di me, e non se ne vogliono proprio andare.
“Renata, dimmi, ho 89 anni, dimmi, ci sarai tu a tenermi le mani, quando io me ne “andrò”?
“Sì, Don Gustavo, io ci sarò, e vi accarezzerò la fronte, e rideremo ancora, e litigheremo un po’,
rievocando “la vita parallela” vissuta qua, in questa casa”
E invece io non c’ero, no, perduta in chissà quale angolo di mondo, e la vita è assai distratta, che questo lo sanno tutti, e mica ne conosco molte, adesso, di persone che sanno leggere le parole della mente con così tanta, delicata esattezza.
Ma questa è un’altra storia, no?
Paolo Fresu Quintet, Réveries