giovedì 31 luglio 2008

Parle-moi



Lascia perdere, non ti inquietare, la notte è notte,


queste stelle hanno bisogno anche di te,


i resoconti precisi della vita tutt’intorno li odi, io lo so,


e tutta quella gente che ti dice-parlami- e tu rispondi che non hai esperienze da narrare,


né viaggi intorno all’equatore, che potresti solo raccontare la trama di qualche film,


e quella insiste- no, dai, parlami di te-, e tu cominci ad innervosirti, ma ti inventi la storia di un nuovo amore, un giornalista, lontano, in iraq, e quella fa la faccia pietosa, morbosa, soddisfatta- allora potrebbe anche morire- essì,- rispondi tu, e poi ti imbrogli e parli dell’afghanistan, e quella neanche se ne accorge, e tua madre ti guarda allucinata, ma è intelligente, sorride di sottecchi , ché, in fondo, in fondo, l’avere messo al mondo una figlia tanto dispettosa l’inorgoglisce, sì.


E ricordi, tu ricordi, di quante volte ti hanno detto ancora- parlami- e ti affannavi, cercando storie che strappassero un sorriso, pure per quella gente lì, così bisognosa di straordinario, di lontano, e mai ti limitavi ad elencare soltanto la lista della spesa, ché da bambina amavi Sheherazade.


E l’ami ancora.


Ma ora ti stanchi presto.


Il fiato lo risparmi.


E certe storie paradossali, di stupratori gentili, di preservativi che si infilano dalla testa, di coltellini minuscoli con cui tagliare i vermi solitari, vuoi inventarle solo per coloro ai quali  dai un affetto di stile quotidiano.


Lontano dalla folla,


dai grandi uditori,


perché sei diventata un po’ misantropa,


lo sai,


sì?


 






Sting & Chris  Botti, in the wee small hours

(gran bel pezzo, solo un po' tagliato)

martedì 29 luglio 2008

Diciche vitalista? Mah...



Ma quanta vita sprecata nei falsi problemi,


quanta,


e quanti silenzi ostinati,


quanti,


e quante azioni non fatte nel regno delle solite ombre,


quante,


persino i ragni si sono stancati


di tessere


fili amorfi.



J



 






Un vecchio pezzo leggero e ballabile, yes. Doobie Brothers, Long train running

domenica 27 luglio 2008

E poi qualcuno.



foto dennis stock


(meraviglia, scenario invernale :) )


E poi qualcuno, momenti di distratto buonumore , le regala le parole che cercava,


proprio in quell’ordine straripante di quando si muovono, si muovono e vogliono saltare tutte le file.


E poi qualcuno, fuori dagli ordini comuni, di verità, menzogna, le regala, magari mentendo,


una frase che richiama le ore a rigirarsi senza noia, senza calipsi, senza stagioni, eppure carne e terra, solida come dei confetti ad un pranzo di nozze, o come una scarpa, di stampo non industriale.


E poi qualcuno decide di tacere un ingordo dolore e le accende una sigaretta all’incontrario, così, giusto per farla ridere, e le prepara un  minuscolo film di storie piccole piccole,  in cui un assurdo è di gran lunga meglio di un lieto fine.


E poi qualcuno le dice- vado, ritorno in quell’altra vita- ma questa cosa non fa mica male, ché tanto è sera, il supermercato sta già chiudendo, il benzinaio all’angolo può togliersi il cappello e grattarsi un po’ la testa, una pioggia insolita, lenta lenta, si fa regina delle strade.


 



 









Cambiamo musica? Cambiamo. Al posto du classique: miles davis, human nature,

ci metto un altro classico: Serge Gainsbourg, All the things you are.

sabato 26 luglio 2008

I miei vecchi Pseudo-haiku



Il mio tempo in attesa di te.


Promettimi che non


camminerai più al buio.


Donali a me


i  tuoi passi


scombinati.


 


Il mio tempo con te.


E’ come se


la valle e l’occhio


fossero un unico,


enorme sguardo…


 


Primo giorno senza te.


Le parole belle languono nella serra,


quelle convenzionali


non


vogliono più


dormire.


 


Secondo giorno senza te.


- Come stai,


lucedeimieiocchi?-


( Perché mi costa tanto


la convenzione


“bene”? )


 


Terzo giorno senza te.


le assenze si confidano


i loro peccati


antichi.


 


 


Quarto giorno senza te.


il viandante insolito


si rifiuta di


raccontare.


 


 


Quinto giorno senza te.


due incontri mancati


mimano il loro tango


nell’armonia di un valzer.


 


Settimo giorno senza te.


Poi ( entità


ambigua,


sfuggente,


cuneiforme),


passa…


 


 


 


 


 


Primo mese senza te.


Le coccinelle


inseguono


un  segno


erroneo


di primavera.



 


 


 


 


 






Cambiamo musica? Cambiamo. Al posto di
Masters of the field, ci mettiamo gli Smiths, Please, please, please...

venerdì 25 luglio 2008

Condivisione estiva di pensieri altrui condivisibili :)





" (...) La stupidità è la parte di noi stessi che, guardando l'altro come uno specchio – concavo o convesso –, attraversa il mondo alla ricerca del suo simile, del suo alter ego, del suo fratello, della sua ombra o del suo riflesso. La stupidità, è la riduzione del mondo all'«Io» [Moi], dell'altro allo stesso, della differenza all'identità.


Come il pensiero unico, la stupidità sceglie di riconoscere, piuttosto che di incontrare. Essa è il contrario dell'eccezione, l'amica dell'ordinario, l'antitesi del singolare, la nemica della differenza... Come dice Desproges: «il nemico è stronzo. Egli crede che siamo noi, il nemico, laddove il nemico è lui!» La stupidità vi sommerge in un gruppo nel quale più nulla vi distingue e nel quale vi lasciate trasportare dalla corrente. Essa surfa sul vago, si spande sulle onde, essa è affabile, accogliente, ospitale. Tutti si orientano nella stupidità: è il luogo comune.

La si riconosce nei catechizzatori la cui condotta contraddice le parole, nei blasfemi che credono che Dio è il Diavolo, o ancora tra i ferventi edonisti che godono non per essere felici, ma per dimenticarsi che non lo sono... Ma la si riconosce anche in quelli che credono di riconoscerla e si assegnano un ruolo di primo piano, come l'ipocondriaco che fa scolpire sulla lapide della sua tomba: «ve l'avevo detto».

Insomma, la stupidità ha sempre l'ultima parola. La stupidità ha sempre ragione."


François Zourabichvili, "intorno" ad un saggio di Deleuze


 




Accordéon, video un po' tagliato, ma comunque...

giovedì 24 luglio 2008

Une résonance magnétique




Domani mi infilano nel tubo e sono 17 anni che entro nel tubo.


Dovrei esserci abituata.


E invece no,


ricordo ogni volta, ogni singola volta che nel tubo mi ci hanno ficcata.


Nilde era la caposala del reparto, fu lei a scoprire, una di quelle volte, che mi ero nascosta in bagno,


a piangere come una disgraziata, che il pianto era talmente forte da coprire il respiro.


Entrò e mi prese la mano, vieni, dai, vieni, ti do le gocce prima di entrare, ti racconto una favoletta,


e Nilde aveva i capelli biondi biondi come la moglie di Angiolino, in  Paolo Conte. Per questo, solo per questo,  io la seguivo.


Quell’altro ospedale era iperrealistico, invece, un ospedale- jazz, e mentre ero già nel tubo mi chiesero se volevo sentire musica. Mozart, sì, risposi io, ma non le Sonate, no, visto che già sono qua dentro, Dio bono,  metteteci il suo Requiem e non se ne parli più. Nel tubo arrivò una sonora risata e un po’ sorrisi anch’io.


Il tubo più sconvolgente fu quello in cui mi infilò Antonio, amico mio radiologo, scrupoloso, scrupoloso assai, ci entrai alle 8 di mattina e mi tirò fuori a mezzogiorno e Antonio scrupoloso, in testa e nella spina dorsale, oltre alle macchie mie,  ci trovò tante e tante di quelle cose che, per fortuna, poi non c’erano, ché l’unico strumento ipersensibile,  troppo sensibile, l’avevano messo proprio lì, nell’ospedale  suo.


 Lui, poverino, firmò un’infinità di diagnosi sballate. Compresa la mia.


La cosa più simpatica sono i preliminari al tubo. Ti fanno l’intervista, signora lei è allergica, no no, signora lei è claustrofobica, SI SI SI, e questo, dicono, è un bel problema, siccome però non possiamo farci nulla, lei deve stare tranquilla tranquilla e sopportare. Allora, dico io, santa peppa, che me lo chiedete a fare?


Là dentro, chiudo gli occhi, ripenso a Woody Allen in un suo famoso film,  quando rimane bloccato in ascensore, e grida, grida come un pazzo: “Io sono, io sono, si si, un meraviglioso cavallo bianco, che corre, corre in una prateria…”


Poi immagino che vada via la luce e che non riescano più a tirarmi fuori, si incastra pure la manovella e  magari io, i tecnici e i medici tutti dobbiamo rimanere tre giorni ad aspettare


l’arrivo di oscuri e salvifici addetti alle macchine per risonanza, franco- olandesi. Lenti, a differenza di quegli altri mitici e volanti. Nell’attesa, io dentro al tubo, loro tranquilli fuori, improvvisiamo una non stop di terapia di gruppo. Il radiologo racconta di quando, da bambino, gli hanno rubato la macchinina, l’infermiera della sorella cattiva che le tirava le trecce, il tecnico grassone del frigorifero, sua unica, grande passione, io invece tiro fuori la storia della bici-graziella mia, che è proprio commovente, fa piangere sempre tutti…


A volte, giuro, là dentro, mi è capitato pure di dormire, almeno finchè non arrivano le martellate, tomp tomp tomp, tomp, le vibrazioni forti, ghirighiri ghirighiri, ghirighiri, le urla di una vergine impazzita, laralallara, lalallaralarallara, larallà.


Ecco.


Un pensiero serio, là dentro, un unico pensiero serio  ce l’ho anch’io. No, assolutamente nessuna tirata vittimistica, della serie: ma cazzo, proprio a me 'sta cosa doveva capitare, marò quanto sono disgraziata io, macchè, no. Quelle sono menate, menate sole.


E’ una cosa che confina con la rabbia, la rabbia poi confina con la grinta, e di confine in confine non si finisce più.


“Cristo, Budda, Maometto, fatemi uscire da qui, ed io prometto, sì, prometto, che prenderò a calci nel culo tutti gli stronzi che mi capiteranno a tiro, gli ignavi e stolti che impiegano questa cacchio di vita per rompere le palle agli altri, poi prometto, e questa è personale, che non permetterò a nessuno, dico a nessuno, di entrare nei mondi miei per depositare solo deserto, e deserto, ancora deserto, grigio, per giunta.”


E, in questi anni, di deserti io ne ho accolti tanti,


perché le promesse sono così: poi, si dimenticano.



J








Cambiamo musica, va. Al posto di Paolo Conte, Sparring Partner, rimetto, per la trentesima volta qua sopra, Syd Vicious e la sua My Way

  :) 

martedì 22 luglio 2008

Une photo



               è bella questa foto.


A me bastano dei colori così per cambiare frequenza radio alla giornata.


Dimentico che mi hanno clonato il bancomat, che qualcuno, dall’esterno, magari gli ho chiesto aiuto, vorrebbe poi sulle cose pratiche gestire la mia vita,  fai così, è meglio, perché sei tanto testarda, con i soldi sei una catastrofe, - e poi l’apoteosi- allora non chiederci più nulla, sbrigatela da sola. E va bene, avete ragione da vendere, me la sbrigo da sola, e penso che il linguaggio, a volte, più che secco,  è  proprio ripetitivo e povero,  mi disoriento, apro il pc, riguardo la mia foto, le assonanze volute e complici tra il rosso dei capelli e quello dei papaveri, il lilla che si intrufola discreto, il lilla che riprende il blu grinzoso del vestito, una leggera salita, prima della quale, oltre la quale qualcuno, qualcuno aspetta, perché non ci può essere solitudine in questi colori qui, non ci sta bene la solitudine se il mondo è blu, e lilla, e rosso.


Devi cambiare banca, è urgente che tu lo faccia. Va bene, fate voi, vi piace questa foto?


Mi sembra, forse sbaglio, che gli economisti sorridano, ma poco poco, poi mi regalano


la  solita mia cifra, la cifra mia di anni, “ e non c’è niente da fare, sei la sognatrice di sempre, tu.”


J




 




fabrizio, se ti tagliassero a pezzetti

lunedì 21 luglio 2008

Breve invito.



foto nobuyoshi araki


Certe volte, leggendo alcune cose, mi viene da incazzarmi.


Monologando come una scema, vorrei avere le mani che hanno scritto pesanti cavolate davanti agli occhi


e dire: ragazzo/a, sveglia, sono problemi questi? Se non hai altro da fare, che intossicarti il cervello con futili menate, comprati una zappa, coltiva un orto, vestiti da clown e vai negli ospedali, entra negli scout,  vai in una chiesa, una qualunque, un monastero, una moschea, e prega, anche solo così, per distrarti, poi contatta Gino Strada, digli che sei pronto/a per fare da inserviente in Emergency, vatti a fare le vacanze nel quartiere Zen di Palermo, o in quello di Scampia, muoviti, lascia perdere il letto, le complicanze indulgenti, la musica che disegna geometrie sballate dell’anima, cazzo, fai qualcosa. Cazzo, fai qualcosa, che un lavoro, domani, forse neanche l’avrai. Forse ami Celine, Rimbaud, Baudelaire, magari sei tanto ricco, magari sei tanto povero, ma chi cacchio sei? La mia è una di quelle età in cui si sputa fuori, si comincia a ricordare, si sputa fuori, le parole diventano pezzi di vita passata, di tentativi falliti, di salvataggi in extremis. Ma tu, gioia mia, tu ancora ti devi riempire, riempire, perché parli da esperto/a, perché ti accontenti di inutili apologie del vuoto, cazzo, perché? Così non ti ritroverai neanche un briciolo di vera malinconia, neanche un briciolo di vera malinconia.


Certe volte, leggendo alcune cose, mi viene da incazzarmi e diventare inutilmente stronza, sì.


 




Franco Battiato, Breve invito a rinviare il suicidio

(estendibile, ovvio, a tanti adulti "piccolini" )

venerdì 18 luglio 2008

Mon petit tribut à Guillaume Apollinaire


(minuscolo, direi :) )



Tre


   ni


che


   par


to


  no


sem


  pre.


Io?


  Io


non


   par


to,


no.


 









E, visto che non me ne dice proprio di scrivere, almeno cambiamo musica. Al posto di Tom Waits, ci mettiamo un altro pezzo storico d'annata: Emerson, Lake & Palmer, Honky  tonk train blues. On change, encore. Al posto degli Emerson ecc

ì ecc'ì, stasera ci mettiamo I treni di Toze

ur,
du maitre Battiato.

giovedì 17 luglio 2008

Diciche, forse un po' contraddittoria, non dice nulla di nuovo. Eppur dice. :)



foto pascal meunier


Negli investimenti emotivi, vestiamo e travestiamo di meravigliosa grandezza le persone che ne sono oggetto. Dei. Universi interi. Vuoti incolmabili di emozioni e spazio quando se ne vanno.


Ecco. Poi capita, perché capita, che il tuo investimento emotivo venga trascinato da qualche altra parte, e le strade precedenti si svuotano di quelle presenze divine. E si riempiono di uomini, uomini irrisolti, che vestono il vestito sempre uguale e non è quello della festa, che quasi ti si stringe l’anima a vederli seduti con il cappello logoro, la testa bassa, lo sguardo lontanissimo da quei cieli, che pure hanno abitato. Perché il cuore, lui, sì, tende a regalare eterni ed ultraterreni. Labili, però. E poi ti dici che questi ingrandimenti tu non li farai mai più, e poi dimentichi, ché troppo ti fa paura far coincidere i bizzarri immaginari con i lineari “oggettivi”.


Aujourd'hui, une petite illumination. Le persone grandi, per quanto umane, esistono. E allora io prego, oggi prego sì, alla mia maniera laica, il  solito dio-nessuno, di farmele incontrare ancora. So, lo so, che reggeranno a qualunque caduta della mia "aggiunta divina”. Si mostreranno centro, più spesso periferia, buccia d’arancia profumata, formica laboriosa, picchio testardo e acuto, parola languida o nervosa. E quando si metteranno là, vicino alla finestra, io non seguirò le mie luci esagerate. Vedrò i loro contorni, amici anche delle ombre, la loro statura mi sembrerà quasi normale, ma quel tono di tenerezza ironica che li abita ancora, dopo la caduta degli angeli perfetti,  l’accoglierò con naturale  leggerezza.


E forse i cieli rimarranno vuoti, ma la mia sete, la sete mia di vita,  no.


 


  Cambiamo musica? Cambiamo. Jeanne Moreau, EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES .



Era nella colonna sonora di "Querelle". Fassbinder, oui.

lunedì 14 luglio 2008

trompée? (illusa?) :)





foto helmut newton


 


Luminoso.


In quest'era scura scura,


ogni mattina io mi sveglio viva e scelgo l’intreccio


più luminoso,


senza spiritualismi del cazzo, senza fede.


senza sentirmi il  paradigma che non sono.


Le gambe salgono le scale, la destra non si piega, la sinistra la prende in giro, sentendosi più forte.


In bagno lotto con tutto, pure con l’acqua.


 E con l’asciugamano bianca che la prende, come una madre pigra.


Scelgo di mangiare, di scrivere, dormire.


Di esaltarmi per una parola nuova,


scartata dalla testa di un glicine pazzo.


Guardo gli anacoluti di tristezze improvvise,


li accolgo,


come figli incerti a cui non basta il tempo.


Scelgo di mettermi a letto, quando la notte è sola,


è un letto singolo,


eppure c’è  tanto


spazio.


La mano di un uomo non mi accarezza mai la testa e,


ogni volta,


questa cosa duole.


Ma non prego.


Il respiro maledice le troppe  sigarette,


poi dorme pure lui,


ridendo


dei


propositi


imperfetti.


Io non lo so perché,


in tanto buio,


mi capita di scegliere


ancora,


scegliere.


Come se questo corpo


fosse solo un ruolo,


come


se potessi


riprendermi,


domani,


l’altro domani ancora,


il tutto,


il meglio


di quell’ altra vita.




Radiohead, No surprises













Ritratto di Melusina

sabato 12 luglio 2008

Risposta ad Yksor, in merito ad una 500. :)



Yksor, ho preso la patente tardi, a 31 anni. Cioè, finchè sono stata a Roma, preferivo farmi saccheggiare tranquillamente gli zaini di pezza sulle spalle, negli autobus. Tecnica-lametta, tornavi a casa e ritrovavi sulla borsa nuova etnica un taglietto netto e preciso, zic. Poi sono arrivata qua, la macchina serviva, mi iscrissi ad una scuola guida. L'istruttore di teoria lo chiamavano "Il Cinghiale" e già ti ho detto tutto. Era il genere imbranato-cattivello, i libri di teoria stradale sono scritti davvero male, io gli contestavo pure le virgole, lui mi ha mandato a fanculo tante volte, oh, ma che vuoi da me, rivolgiti alla casa editrice, diceva e poi diceva anche che mi dovevo  sbrigare, non prenderla per le lunghe, altrimenti mi avrebbe ucciso lui, sì...L’istruttore di guida aveva i capelli giallo tinti, e si chiamava Giorgio, sulla ritmo della scuola guida a doppi comandi aveva uno stereo Pioneer, di cui era orgoglioso, e si ascoltava i Teppisti dei sogni, i Camaleonti, i Nuovi Angeli, il meglio era l’Equipe 84, cose così. Io gli dicevo Giò, non ci potremmo aggiornare un po’con questa cavolo di musica? Lui rispondeva tu pensa a guidare e alla prossima sessione, paura o non paura,  gli esami li vai a fare, se no ti cerchi un altro istruttore, capì?L’ingegnere che doveva esaminarci veniva studiato prima, ehi guagliù, questo vuole una guida lenta, quest’altro veloce, questo si concentra sui parcheggi, quell’altro sugli stop, sulle retromarcie, ecci, ecci. Il giorno dell’esame mio ne doveva venire uno “guida-prudente”, ma, all’ultimo momento, fu cambiato e ne arrivò uno “guida spaccati l’osso del collo e non dormire”. Giorgio capelli-gialli girava tra gli esaminati come un pazzo, gridando guagliiù contrordine, scordatevi tutto quello che vi ho detto e andate veloci, veloci. Ed io così feci, e mi capitò la peggio salita, quella del cimitero dove sono adesso i nonni  miei, avevo nello stomaco 10 valeriane, 10, per placare l’ansia, la macchina si stava spegnendo, io, allora, pure se non sono credente, dissi nonni, dal cielo, tiratemi un po’ su. La macchina non si è spenta, anzi ha ripreso quota, andava forte che era una meraviglia, brum brum, che quasi mi sembrava di volare, su quella macchina lì. E L’INGEGNERE , che aveva tanti baffi, ha detto, signorì, diamine, si calmi un attimo, ma che fretta c’è?


Avevo la patente, mio zio mi prestò la sua vecchia 500, ma non sapevo mica guidare, no. All’epoca non lavoravo, mi rompevo molto le palle, cosparsi i negozi del mio paese con cartelli che recitavano più o meno così: “Laureata in lettere impartisce lezioni di italiano anche gratuite, numero di telefono eccì eccì”.


Mi si presentò Roberto, 30 anni, studente alle serali nel famigerato istituto tecnico industriale di Cosenza, me lo ricordavo bambino occhiali grossigrossi- sulle strade selvagge del quartiere mio. Una mattina arriva timido e comincia così, Renà, ho buona volontà ma non capisco.  Benissimo, rispondo io, e poi? Ho la psoriasi, Renà, che mi crea un sacco di problemi con le donne. Ah cacchio, Robè, che brutta cosa questa cosa qui. Gli chiedo cosa gli piace fare, cosa sa fare, chè gli studenti mi hanno insegnato a valorizzarli,sì.. Lui dice Guidare, renà, solo guidare, a me si accende una luce forte dentro agli occhi, comincio a fare   discorsi strani su quanto sia bella la reciprocità nel vivere, poi concludo così: “Robè, ti propongo un patto, io infilo nella tua testa Leopardi, Manzoni, Foscolo, la poesia ermetica,  Ungaretti, Montale, Saba, il Novecento tutTo, però, in cambio, per me, devi fare solo una cosa: insegnami a Guidare, ma come sai fare tu, non come certe donne, certi uomini, o imbranati tutti, che hanno la testa attaccata al parabrezza e le braccia piegate e rigide, come i tubi degli idraulici, capì?”  E il patto si stabilì, Roberto era uno tosto, chè non mi risparmiava mica, quando gridava cazzo, renà, sei proprio una schiappa emerita, che dico schiappa, molto di più, ed  io allora gli dicevo calmati, Robè, ricordati Leopardi, ricordati Manzoni,  guarda che io oggi non te li insegno mica i sonetti di Saba, eccì eccì.


Ecco.


Alla fine del nostro proficuo corso di frequentazioni, lui si diplomò brillantemente all’istituto tecnico industriale di Cosenza con 40/60simi . Ed io? Io sapevo fare la doppietta come, ma forse meglio di Villneuve.


Gil.                     


J


 



 

Roxy Music, Virginia Plain



(finchè non si ristabilizza il server di sopra, Virginia Plain ascoltatelo qui. Pezzo rivitalizzante è. )

venerdì 11 luglio 2008

Don Gustavo e i giorni





“Oggi, non ti ci metti proprio ai fornelli, Renà”.


“Se, Don Gustà, con la fame che ci ritroviamo entrambi…poi me lo dite come fate a rinunciare alla mia pasta sugo e caciocavallo?”


“Non sto scherzando, oggi ti porto a mangiare fuori, da Ciccillo, andiamo con la 500 tua, il mio corpo ha bisogno d’aria, il tuo di riposo, la giornata è bellissima, ci facciamo una bella chiacchierata davanti ad un  bicchiere di vino , rosso però”


“Io verrei pure, Don Gustà, ma se arriva all’improvviso ( quello stronzo di) vostro figlio, quello capace che mi licenzia, chè già dice che sono un’irresponsabile”


“Non c’è, Renà, è fuori città per lavoro, torna domani, oggi possiamo fare quello che ci pare”


Complicità, queste cose le dice ridendo, il sorriso negli occhi, che non è da tutti ridere con gli occhi, pure certi bambini hanno gli occhi sempre tristi, pure gli alberi certe volte hanno gli occhi in giù.


La 500 per fortuna è lenta e i 15 km verso Ciccillo diventano un viaggio lungo lungo, tra curve, curve piccole e ammiccanti e grandi tornanti di leggerezza di questo nostro angolo di Sud.


Don Gustavo guarda fuori e parla, mi dice di baroni e partizioni di terre, mi racconta storielle ed aneddoti salaci, io penso che, in bocca a lui, la terra, questa terra, diventa un luogo vivo in cui i fantasmi si riprendono le ossa, il sangue, la pelle, la passione, le urla, la pasta con la ricotta, le levatacce all’alba, le levatacce, sì,  di sole  di  luna di pioggia, le salite solitarie di un asino su quella montagnella piccola, lassù.


Ora tace, io so, io lo so, che sta ridefinendo con meticolosità poco astratta le strade di una sua topografia interiore, e sta parlando con i morti, con l’anima delle cose, con gli indecifrabili, così non entro, prendo un nastro a caso, a caso lo infilo nello stereo, così.


Esce Guccini, sì proprio lui, con quella sua vociaccia sporca di sigarette di vino basso d’osteria, di storie allegre-tristi, locomotive, avvelenate, masturbazioni solitarie, vento del Nord. Vorrei cacciarlo subito, lui dice no lascia, fa la faccia scettica, divertita


scandalizzata e cerca di afferrare ogni singola parola con quel suo udito debole. Poi quando Francesco grida: “Stefania era bella, Stefania non stava mai male,


poi è morta di parto, gridando,  in un letto sudato di un grande ospedale" lui mi dice alza che bella questa, è bravo lui a cantare la storia di questa disgraziata nell’acqua sporca di Venezia. Ma di che epoca è, un postmoderno?  Don Gustà, diciamo post 68ino, credo che il periodo storico in questione  a voi non piaccia troppo, no?“No, Renà, mi piacciono le cose pulite”. Ed io sorvolo, che oggi non è proprio giornata di litigate, di piccole ripicche, oggi andiamo a mangiare da Ciccillo. Fa la pasta alla pecoraia più buona al mondo Ciccillo, sì.



“Don Gustà, ditemi, voi ce l’avete una canzone vostra, una di quelle che vi fa tremare ancora il cuore?”


“Certo che sì, Signorinella pallida, mi ricorda mio padre, quando narrava di un suo grande vecchio amore, di gioventù.”


“Allora ve la canto, ve la posso cantà Don Gustà, la so tutta, dai, dai, o questi del ristorante si scandalizzano?”


“E che ce ne frega, Renà? Vai, sì, mi fai felice”


Signorinella pallida

dolce dirimpettaia del quinto piano,

non v'è una notte ch'io non sogni Napoli

e son vent'anni che ne sto lontano."


 


“Ehi, fermati un attimo, un attimo, ho una cosa urgente da chiederti, Renà, e te la devo chiedere adesso. Se io avessi 50 anni di meno, tu, tu mi ameresti?”


“Sì, Don Gustà, senza alcun dubbio, sì. Ma voi lo sapete meglio di me come può essere stronza, certe volte, la vita, quando confonde  gli spazi, il tempo, e fa dei segni strani sulle possibilità concrete, rendendole impossibili, regalando solo sogni paralleli, con degli intarsi belli, quasi perfetti, che il giorno ha quel respiro suo che dovrebbe avere il giorno e la notte è notte. E la notte è notte, don Gustà, di luci flebili, nascoste, di segreti svelati senza angoscia, di limiti che cadono così, senza rumore."


“Sei bella tu,  sei così bella, tu…Beviamoci questo vino rosso, mangiamo,  chi me lo doveva dire  a me che io, io che mi sentivo come Messina dopo il grande terremoto del 1908, ora mi ritrovo a chiedere al mio cielo ancora e solo giorni, dei giorni immensi e piccoli, così…”


Al ritorno è abbioccato, assai, non riesce a tenere la testa dritta sul sedile, sta in silenzio, poi, all’improvviso, si anima, ride, borbotta qualcosa.


“Che fate, Don Gustà?”


“Canto”


Rido anch’io. “Signorinella pallida?”


“No, no. – Stefania era bella, Stefania non stava mai male


poi è morta di parto, gridando, nel letto sudato di un grande ospedale…”


 


J






 



Venezia, Francesco Guccini

(questa, ora, la dovete sentire)




Signorinella pallida, Carlo Buti

(anche questa però :)

mercoledì 9 luglio 2008

Demain matin, à Paris? Il va bien, oui :)



Ecco, quest’uomo


io lo amo.


Farei follie, sì,


altro che orgoglio,


altro che timidezze.


Mi piazzerei,


come un ingombrante zerbino,


sur le Rive Gauche de la Seine,


poi, gli direi così:


“Calpestami, se vuoi,


ma prendimi.


Mi prendi, sì?”



J


 




A' Paris

Da qui


Pełny ekran



Che poi passi pure un intero pomeriggio a sentire tarantelle


e a vedere l’anima muoversi


oltre le forze di gravità,


e non si fa mica male il peso dell’ottimismo


quando cade,


ma quella domanda


quella domanda


entra


“da qui a lì che vedi?”


Non vedo storie,


no,


sento la solita mano immaginaria


sulla testa,


la mano mi tiene sempre


quando cade,


ma è muta,


non posso controllare la


sua punteggiatura


non ne ha,


non so nemmeno se è stonata


la mano


o se canta parallela


in un film di inizio Novecento.


Sta lì,


magari dovrei pure ringraziarla,


la mano,


ma è sempre e solo una mano muta sulla testa,


mi irretisce,


non parlo.


Non ditemi "è questione di momenti che poi passano”,


meglio essere muti che quel linguaggio lì,


è che vorrei insegnarle l’altra vita


a questa mano,


quando il peso di 5 dita sulla testa


lasciava le sue impronte,


solo impronte,


eppure


chiazze di un rosso così vivo.


Sul viso.


 



 

Samuele Bersani e Pacifico, Da qui

(bel pezzo, con refrain bellissimo)

lunedì 7 luglio 2008

Don Gustavo e l'intesa


( ogni riferimento a fatti accaduti e/o  a personaggi realmente esistiti non è mai puramente casuale)




immagini tratte dal film: "Nelly et Monsieur Arnaud".


No, tranquilli, non parlo di cinema. Solo attinenze situazionali. E, purtroppo, la protagonista del mio racconto non somiglia manco lontanamente ad Emmanuelle Béjart. :)


 


Mi incuteva timore quel vecchio ancora così bello, sempre circondato dai suoi allievi, da belle donne , da cortigiani. Una volta, d’estate, stavamo seduti in un bar all’aperto, io con la mia perenne sigaretta, lui stranamente solo e fu allora che mi alzai, chè il cuore già batteva proprio forte a dire proprio vai e parla ce l’avrai ancora un argomento  pseudointellettuale da discutere con quel vecchio così bello e grande storico del Sud. Però,  prima di arrivare al   tavolo suo, lui fu circondato da 20 fottutissimi cristiani ed in questi casi, quasi in tutti i casi di coraggio ritrovato e poi perduto, si prende e si cambia direzione. Alè.


Poi le cose che davvero vuoi fanno qualche balletto stravagante con il tempo e ritornano, sì, che quasi stenti a riconoscerle, teatrali, goffe, strane.


“Don Gustavo cerca una cameriera”,  ed io sono una brillante disoccupata che scrive lettere che tutti i giornali pubblicano, belle, stimate, che la gente mi incontra per la strada e mi dice quanto sei brava tu, quanto sai scrivere, e poi non si conclude mai un cazzo ed io ero disoccupata e resto disoccupata. Prendo un appuntamento, la 500 bianca su cui ho imparato a fare la doppietta, la mattina presto mi presento, da lui, in stato confusionale e lucida, come quando andavo a fare gli esami.


“Mi dica, Signorina, lei sa che dovrebbe venire tutti i giorni, almeno fino alle due, lavare,cucinare, stirare qualche panno, accompagnarmi dal barbiere, che ormai ho problemi con la vista, fare la spesa, ricevere eventuali ospiti…”


“Certo che lo so, Don Gustà”


“Sa anche che lo stipendio si aggira intorno alle 650 mila lire, al massimo 700, che non ci possiamo permettere di più”


“Sì, Don Gustà, suo figlio me l’ha detto” e Don Gustavo mio so anche che qui state barando, che ricchi ricchi siete, stracarichi di terre e case e che la vostra gentile consorte baronessa, ella fu, vi ha lasciato l’ira di dio completa, ma questo non lo dico, no, me lo tengo per me.


“ Senta, lei ce l’ha almeno la terza media?”


“Un po' di più, Don Gustà, un po’ di più”


“E’ diplomata?”


“Un po’ di più, Don Gustà, un po’ di più”


“ Laureata?”


“ Sì, don Gustà, ma ormai oggi si laureano tutti”


“E su che cosa? Quanto ha avuto? Ha studiato qui, all’Università della Calabria?”


“ Una cosa così, Don Gustà, il teatro nei manicomi, 110 e lode, ma, ormai , le assicuro, quello lo danno a tutti, ho studiato a Roma, ma qui, quando sono tornata, ho fatto due corsi di perfezionamento, cosette così, Don Gustà.”


“Senta ancora, senta, le piace la storia?”


“Abbastanza, Don Gustà, nella sua libreria vedo gli storici della mentalità francesi, quelli mi piacevano assai, li ho studiati un po’, ma solo per passione”


“ E dica, capisce anche di archivi, studi archivistici ne ha mai fatti?”


“ E no, quello no, Don Gustà”


“Magari è pure portata e non lo sa, venga, venga con me…”


E così, Don Gustavo ed io attraversiamo tutta la biblioteca, che biblioteca non è, mi sembra più una casa nella casa antica, 5 camere di libri che arrivano fino al soffitto, sculture in legno, vecchie foto e una mi attira proprio e mi avvicino e vedo Marinetti che mi guarda e tutti i futuristi zang, zang,  tumb tumb, e in mezzo un giovane bellissimo che riconosco subito, è proprio lui, Don Gustavo.


“Li ha riconosciuti, Signorina, erano amici miei. Vede, anch’io ho vissuto a Roma negli anni trenta e frequentavo questi pazzi, anni molto divertenti , ah la gioventù, signorì! Ma venga, si sieda qua, che le faccio vedere una cosa.”


Tira fuori dei fogli da un cassetto, a me mi viene l’ansia, sento aria di esami, vorrei scappare, ma poi resto qui.


“Provi, provi a leggere”


Io non ci capisco una mazza, a malapena intravedo una T tutta attorcigliata, e una O con il gambetto in alto, forse una F, ma lontana, lontana e totalmente distaccata dalle vocali e consonanti precedenti e penso Don Gustà io qua sono venuta per fare la cameriera, mica per leggere un atto notarile del ‘500…E certo, questo è un atto notarile, vedi qua, ci sono tutti i lasciti, una dote per la figlia di codesto, e piano piano le cose le ricostruisco e gliele dico e lui mi guarda con gli occhi sempre più strabiliati, mobilissimi, e poi dice: “ Signorina, lei è portatissima, è la Madonna che la manda, San Francesco, l’anima di mia moglie benedetta, lei domani, alle 9 comincia a lavorare, anzi la promuovo subito Segretaria mia particolare, addetta della Biblioteca, che più? Forse futura archivista, al posto mio, le interesserebbe scrivere su alcune riviste storiche? “


“Don Gustà, si calmi, le pulizie, le pulizie chi le fa?”


“Ah, quelle, solo quando ci resta un po’ di tempo, lei la mattina viene, mi sveglia, facciamo colazione, poi legge per me i giornali, discutiamo degli eventi del mondo, cominciamo a catalogare la biblioteca e, solo se ci resta tempo, lei dà una spolverata, cucina un primo, un secondo per la sera, mangiamo insieme, poi se ne va.”


Ed io glielo vorrei dire a Don Gustavo che la prospettiva mi sembra letteralmente un gran casino, chè a fare tutte queste cose neanche per mezzanotte io ritorno a casa , poi gli vorrei chiedere pure un leggero aumento di stipendio, ma lui mi spinge su per le scale e non mi fa parlare che, dice, la segretaria sua personale, quella che diventerà la sua regina, deve vedere almeno il resto della casa.


E, a mano a mano che salgo, e vedo tende e soffitti cadenti, chiazze sui muri, camere con materassi malamente buttati, e ancora libri sempre libri che hanno regalato il loro nome alla polvere, a mano a mano che salgo, vorrei abbracciare Don Gustavo, dirgli che sono contenta di averlo conosciuto e scappare via, il più lontano possibile.


La cucina, l’ultima,è appunto la sincope finale, apoteosi di casseruole e pentole unte, con barattoli arrugginiti di olive e funghi, che devono avergli regalato non dopo il 1945, per festeggiare appunto la fine della guerra.


“Signorina, io lo so cosa pensa, leggo le sue parole della mente, ad una ad una, non posso darle torto, ma non mi lasci, la prego, io ho bisogno di una persona come lei, per non morire, lo capisce questo?”


E sì che lo capisco, Don Gustà, il guaio quello è, capire, capisco pure che l’unico figlio che lei ha messo al mondo deve essere un gran coglione a lasciarla così, in queste condizioni, e a vivere in una bella casa cittadina con le amanti di turno, chè il paese è piccolo e le cose le sanno tutti, persino io, anche se delle storie locali non me ne frega un accidenti.


“Va bene, Don Gustà, vengo, ma ad una condizione: domattina andiamo a comprare montagne di detersivi, e lei, per 10 giorni, non mi dovrà proprio parlare, né di libri, né di cultura, niente di niente.


Prima, dobbiamo uscire dalla merda. Poi, si vedrà, e il cibo glielo porto io, pronto, da casa.”


E quei dieci giorni io li tralascio, sì li tralascio, dalle 9 alle 8 orario continuato, un fazzoletto in testa, Don Gustavo sempre tra i piedi, vestito di tutto punto, con una cravatta verde, o gialla o rossa,


signorina si riposi, prendiamoci un caffè, no, don Gustà, no, prima si deve uscire dalla merda, poi, poi si vedrà.



E’ l’undicesimo giorno, depongo il fazzoletto dalla testa, sistemo i girasoli di plastica che ho comprato in un vaso originale antico, mi butto su una sedia, mi guardo intorno e dico che ora davvero questa è una casa degna di uno storico, il più grande, acuto storico del Sud.




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E i cinque mesi più belli della mia vita, forse, un giorno li racconterò tutti, magari qui, o altrove, tanto stanno al posto loro, dentro di me, e non se ne vogliono proprio andare.


 


“Renata, dimmi, ho 89 anni, dimmi, ci sarai tu a tenermi le mani, quando io me ne “andrò”?


“Sì, Don Gustavo, io ci sarò, e vi accarezzerò la fronte, e rideremo ancora, e litigheremo un po’,


rievocando “la vita parallela” vissuta qua, in questa casa”


E invece io non c’ero, no, perduta in chissà quale angolo di mondo, e  la vita  è assai distratta, che questo lo sanno tutti, e mica ne conosco molte, adesso, di persone che sanno leggere le parole della mente con così tanta, delicata esattezza.


Ma questa è un’altra storia, no?


 




Paolo Fresu Quintet, Réveries