martedì 30 settembre 2008

Un uomo qualunque, una donna qualunque, fate un po' voi, il concetto non cambia...:)



foto presa in rete, chissà dove, chissà quando, chissà perchè.


Io sono l’uomo, l’uomo qualunque che, a volte, soffre disperatamente e si vergogna un po’ a desiderare una vita piena,


mentre le cose di ogni giorno gli ripetono di accontentarsi di un esistere banale, banale, difficilissimo.


Io sono l’uomo, l’uomo qualunque, senza pudore, che non riesce a stare zitto e grida, grida il corpo che duole, le anime avviluppate che esplodono, le storie che parlano, parlano di tutt’altro,


anche se non crede nella distrazione.


Io sono l’uomo, l’uomo qualunque che ama i teatranti di strada, quelli con i trampoli, ma anche il teatro greco, Euripide, Medea, Sofocle, Eschilo,


quando il dolore diventa catarsi per un’intera popolazione, anche per quello strappo di cielo, senza una nuvola, senza una nuvola che venga deprivata ingiustamente, ingiustamente della sua parte di pioggia, di pioggia, di pioggia, come consolazione.…


Io sono l’uomo, l’uomo qualunque, che approfitta dei suoi momenti buoni per costruire pillole di paradosso, da far esplodere nelle pupille, ché vedano, ché vedano distorte tutte quelle cose che girano troppo lente, lente,  rispetto alla vitalità del libeccio, del mistral,  dello scirocco, in  lontanissimi angoli di mare.


Io sono l’uomo, l’uomo qualunque che non evita le strade, che si mostra senza trucchi da prestigiatore, ché in lui si veda tutta quella parte di mondo che si nasconde in oscuri silenzi di disperazione, ché in lui si veda, senza tatto, senza gusto, persino con ostentazione. Lo si oltrepassi pure, lo si oltrepassi, a volte lui lo sa come funziona l’anima del mondo, non se la prende mica, non se la prende.


Io, lui, rimaniamo qui, come un uomo qualunque, a cui non è necessario neanche il nome.


Un uomo che vive osservando sempre come tutto nasce, come tutto muore, così, per caso, contemporaneamente, mentre un vecchio, con il suo bastone, si fa l’ultima passeggiata del tramonto, in un giardino che non rinnega mai il sole.


 



Rem, Everybody Hurts

domenica 28 settembre 2008

Se è vero...



foto ellen von unwerth


Se è vero, come è vero,


che “l’amore è un’isola di pace nella quale salvarsi dagli orrori della storia”,


ecco,


io mi voglio innamorare,


felicemente,


infelicemente,


con strazio,


senza strazio,


cautamente,


incautamente,


seduta,


in piedi,


con la bocca aperta


e chiusa contemporaneamente,


con incanto,


o feroce disincanto,


con la gonna,


senza pantaloni,


per salvarmi,


oh sì salvarmi,


dall’orrore di Berlusconi.


J


 


Ps: la frase tra virgolette presa in una recensione del libro Camere separate, di P. Vittorio Tondelli.


 



Paolo Conte, Lo zio

sabato 27 settembre 2008

Criptica, io? Ma no, ma quando mai...:)



foto uelsmann


Poi, non succede nulla, ma proprio nulla,


ma le paure si adagiano lentamente nel luogo da dove riemergeranno,


forse un po’ più in là,


quando ritornerà il tempo di mostrarsi.


E il fotografo, al piano di sotto,


intanto sceglie,


accuratamente sceglie, le immagini sue più forti e  più sfuocate.


Dice che la prossima mostra sarà assai bella,


un po' sul metafisico,


ma bella.


Per essa, lui,


di già,


ha scelto il titolo,


trafugandolo a Italo Calvino e Ludovico Ariosto:


Il castello di Atlante: qui si incrociano, senza precauzione, senza attesa, né paura,


i destini sparsi di quegli umani che,


nonostante tutto, 


continuano a cercarsi.    


                                                                                                                             



Don't give up, Peter Gabriel & Kate Bush


(cribbio, quanti anni ha già questo pezzo...)

giovedì 25 settembre 2008

Irrazionale? Debole? Patetica? Ma chi cacchio se ne importa. Il mondo va così. Moltiplicarsi di solitudini e adesione fatua a balbettii di coscienza.



foto g. demarquet


 


Proteggimi, proteggimi, con la tua debolezza,


non ci sono libri che contengano le parole adatte,


quando sono così cieca, così…


e questo corpo che vive, mio malgrado, si allarga, urla, si intenerisce,


e un corpo come il mio dovrebbe tacere, tacere, non reclamare come diritti


delle concrete quote d’amore,


un corpo come il mio dovrebbe tacere,


avviarsi solitario


verso improvvisati muri del riso


o del pianto.


Invece, lui è vivo,


parla,


parla di falene che si muovono leggere,


solo per un giorno,


e sono così belle le falene,


quando si muovono così,


anche se tutt’intorno


è solo


un cumulo di macerie


che brilla


nella


pioggia.


 


 




Radiodervish, La falena e la candela

martedì 23 settembre 2008

Di notte, nella fase REM, faccio sogni così. :)



foto ira latour


 



 


E, questa notte, siamo stati goffi,


poco abili nelle cose d’amore.


Ma l’Amore era lì,


ci guardava,


ridendo sotto i baffi delle cose buffe,


calcolando, senza nessuna ansietà,


quanto tempo avremmo impiegato noi,


sì, noi,


per accorgerci che lui era proprio lì,


a portata di mano.


Si divertiva a travestirsi,


chiedeva in prestito altri visi, altri nomi,


altre città , prendendo in giro gli ignari scrittori


che volevano affidare a noi,


sì, figurati, a noi, il peso insopportabile


di quella solita,


incredibile


storia.


 




Miriam Makeba, Cause we live for love


venerdì 19 settembre 2008

E cerco ancora l'invisibile



Non ho assai voglia di guardare come i nuovi autunni invadano le strade,


né di ascoltare le altrui, le mie apologie


che nulla contengono né del mondo, né  di me.


Leggo parole e parole per niente generose,


mi chiedo se gli altri sappiano come siano pericolosi


questi vomiti di vita che creano, creano delle trappole


dove non entra mai il vento.


Autosufficienti.


Autoctoni.


Così freddi.


Così distanti dai rumorii del circo,


dall’orgasmo di una madre triste,


dalle cadute di angeli schizofrenici,


che non sanno più andare né di qua, né di là.


E si perdono su quelle strade d’autunno,


insieme a tutte le voci allegre senza  una direzione.


Con uno specchio piccolissimo.


Che riflette sempre e soltanto un piccolo tic,


in alto, a sinistra, tra l’attaccatura dei capelli


e le sopracciglia.


 





Ryuichi Sakamoto & Paula Morelenbaum, Estrada branca

mercoledì 17 settembre 2008

Che ci posso fare, senza parole e malinconica


(e oggi ho visto pure i telegiornali...)



foto Bauer


 


Settembre porta lettere d’autunno.


Non rivedrò mai più quella pausa tra i monti


non viaggerò più verso i castagni di Oreste.


Era davvero bello scoprire,


all’apice di ogni scalata,


come tutte le cose,


tutte le cose,


diventino


solo


blu,


blu,


blu.



King Crimson, Islands

domenica 14 settembre 2008

Un discorso in generale



Troppe enfasi vedo in giro. Sarebbe buono, ogni tanto, rieducare la testa alle cose difficili, come silenziosi santuari, come preparazioni alla conoscenza, come cacciatori di quegli occulti collegamenti che sfuggono sempre alle facili letture.


Anche per decifrare un sentimento,


le mappe a disposizione sono tutt’altro che semplici,


e anche qui


la conoscenza non è mai una banale razionalizzazione,


che dice soltanto come le cose appaiono e come invece dovrebbero essere.


Lasciandoti lì, a rotolare in una finta pace, che pace vera non è mai.


Io, teorica delle illusioni, ora ritorno indietro sui miei passi


e leggo,


una, due, cento volte, la stessa pagina che non capisco,


poi, prendo le distanze,


cercando nei  delirii della realtà quelle immagini  o distrazioni da lei lontanissime,


che pure la contengono, lo stesso, almeno un po’.


Un gelato alla frutta, ebbene sì, può contenere e sciogliere la più complicata delle teorie.


Ma dopo, su quella teoria, per capire davvero, io ritornerò.


Leggendo ancora  la stessa pagina, una, cento, due,


se necessario,


infinite volte.


 



Ivano Fossati, il battito

venerdì 12 settembre 2008

Vieni con me




 


Ci vieni con me? Vuoi seguirmi? C’è tutta la notte davanti, tutta la notte.


Vuoi entrare nel buio, insieme a me? Ti insegnerò la magia di quelle pietre e come difendersi dai cani, dai cani, perché non basta rimanere fermi per difendersi dai cani, l’immobilità è un’arte che ho imparato da bambino, è seduzione, io so guardare le cose feroci, feroci, so spostare la paura, io riuscirò a guidarti, fidati, vedo già le tue parole muoversi impazienti,


cadere doloranti con una ferita di senso,


farsi aria per farti respirare, o credenza, semplice credenza di sorriso.


Vieni con me. Ho una casa diroccata, che sto cercando di ricostruire, per la luce ho solo le candele, ma la mia vista è buona, buona,  saprò narrarti tante storie, tante storie, accarezzandoti la testa, lontanissime dal mondo, quando il mondo è cattivo, e ci ritornerai là dentro, sola, senza di me, però più forte,  più forte, più forte…


Ti riprenderai il tuo tempo colorato, colorato, tutti quei fogli bianchi da riempire, insegnerai le cose piccole delle umane differenze, i giri buoni della solitudine, le risate senza tentennamento.


E forse tornerai, e forse di nuovo  andrai.


Io sarò qui.


Ma questa notte così buia,


questa notte, ti prego,


tu


stai con me.


 



Charlie Haden, El ciego


lunedì 8 settembre 2008

E se bastasse  psicoanalizzare il mondo…




Un mio amico psicoanalista, in base alle teorie da lui seguite, mi insegnò, tempo fa,


che gli uomini, nei momenti di rabbia, incorrono in due pericoli gravi: l’istinto suicida e l’istinto omicida ( si spera più simbolici che reali). Se prevale il primo, ti rosichi alla grande, oscilli nell’impotenza, con modi altamente fantasiosi assumi su di te tutte le colpe del mondo e ti distruggi.  Bien. L’altro non è meno deletereo, perché ti porta a proiettare tutte le colpe all’esterno, e ti verrebbe da prendere un cristiano qualunque, simbolo dell’umano vivere inumano, renderlo nemico universale, poi,  farlo a pezzi.


Bien.


A me, in questo momento, mi sembra di averli tutti e due, ché le commistioni tra sentimenti opposti sono le più verosimili e frequenti.


Dall’impasse, se ne esce e come? Mo, secondo lui, basta saperlo. Riconoscere queste pulsioni, diciamoci la verità, ma che ci vuole? Poi, però, tocca tenerle a bada, perché oggi, compre sempre, i cavalli da cavalcare bisogna prima domarli. Qui, la questione diventa un pochino più complicata.


Très Bien.


Mica è finita.


Bisognerebbe astenersi da qualsiasi reazione immediata, con  un controllo attivo della reattività ( “ad ogni reazione ne corrisponde un’altra uguale e contraria”), e questa è opera di esercizio e di grandissima pazienza. A furia d' insistere, secondo l’amico mio,  una forma di equilibrio qualunque, prima o poi, emergerà.


ça va.


 Io vi dico la verità, a tutto ciò, preferisco l’estraneamento, e chiamatelo rifugio, chiamatelo pure come vi pare.


Non mi interessa più l’umano, in certi momenti.


Sono una pietra, lanciata di qua e di là, in un campo di calcio, dai piedi esperti di un bambino, una pietra che incontra un burrone e comincia a scivolare, scivola, scivola, scivola, finisce in una pozzanghera d’acqua e sta lì, ferma. Poi esce il sole, l’acqua si asciuga, la pietra finisce tra le mani di un innamorato timido e nervoso, che la prende e la butta sotto un albero. Subito dopo, arriva un cane e, su quella pietra,  sotto quelll’albero, ci  fa  pipì.


Oppure sono una lampada da interrogatorio in un commissariato, sbattuta con ferocia sul volto di delinquenti comuni, di serials killers morbosi, o di poveri cristiani che, per puro caso, si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato: dovevano andare a fare la spesa al supermercato, invece sono finiti qui. E mica la sento la mano umidiccia dell’ispettore che mi fa andare su e giù, che sembra che con me faccia l’amore. Non sento niente, no.


Sono un portaombrelli, un materasso ad acqua, un filo per appendere i panni, un filo che barcolla nei cieli di Napoli, passando da un balcone all’altro nel chiasso polveroso dei quartieri spagnoli.


Sono una sigaretta, un preservativo dark, che funziona solo di notte ché troppo, troppo odia il sole, una gomma da masticare, un anello di bigiotteria dimenticato sul lavandino, nel bagno di un  autogrill.


 Credo che, a questo punto, l’esemplificazione possa bastare.


Una parvenza di sentimento piccola piccola  riemerge solo quando, come ora,  divento la pasta e piselli che, con fare amorevole, mi sta  portando mia madre e che, a momenti, finito di scrivere, io mangerò.



 



Un bel classico napoletano, oh. I classici napoletani li ho studiati per una vita, oh. :)

giovedì 4 settembre 2008

A tutti quelli che hanno bisogno di sentirsi dire due cosette così ( a loro le dico io, e manco fossi dio)  :)



foto martin von den driech



Ti accarezzo le mani,


tu le mie stringile, stringile forte.


Vedi quelle direzioni come sembrano obbligate?


Invece no, sono solo una vecchia fabbrica,


prototipo gelido,


archeologia industriale.


Indicami,


impreciso,


il punto inesatto del tuo orrore.


Voglio guardarlo.


Poi, cercare il mio,


con inclemenza.


Non fa rumore, sai?


Arriva all’improvviso,


forte, lieve,


acrobatica, surreale,


la possibilità


di afferrare


“quel che resta


del giorno”.




Kylie Minogue, Nick Cave, Where the wild Roses grow



Stamattina, aggiungo un nuovo pezzo. Postato già qualche mese fa. Ma sa di buono, di viaggi che cominciano all'alba su strade larghe larghe. Come transiti di uomini senza eccessivi carichi pendenti. :)

lunedì 1 settembre 2008

Egoismi infantili? :)




Il maggiolino giallo spunta da dietro la curva, io già zompetto fuori dal portone dei nonni.


E grido con quanto fiato ho in gola: “Antonio, è arrivato Antonio”.


Il punto è che io ho sette anni ed amo Antonio. Lui ne ha 35, è il più caro amico di papà e vive lontano.


Quando glielo dico davanti a tutti, lui risponde sempre: “Peccerè, qua dobbiamo aspettare minimo 20 anni, ed io, forse,  sarò già troppo vecchio.” Poi, mi prende in braccio e mi fa fare la ruota e gira, gira, gira, gira, ed io rido, rido rido, rido, poi ridono tutti, e nonna si mette a preparare subito le  cose sue più buone.


Oggi è un giorno straordinario, oggi c’è Antonio.


Io non gli do tregua, né respiro, gli dico di seguirmi, ché ho i pulcini nuovi e Jo, la tartaruga, è diventata enorme, ed ho scritto una poesia sulle radici di un albero.


Mio padre dice, al solito, ma quanto è fastidiosa renatina, mia madre ribadisce di lasciarlo respirare, i miei fratelli sono gelosi, mi guardano di traverso, ma lui, con la sua voce pacata, lenta lenta, li mette a posto tutti:


“ No, lasciatela stare, anzi vieni qui tu, che ti racconto un po’ delle mie storie cittadine.” Mi arrampico sulle sue gambe e guardo il suo sorriso, bevo la sua voce, immagino la fabbrica dove lavora, lo vedo camminare in una  nebbia, nella città del nord, lui dice  che  cucina cose veloci, bevendo mezza bottiglia di quel nostro vino, la sera si addormenta davanti alla la tv perché si sveglia all’alba.


E tutti, all’unisono, : “Ti ci vorrebbe una donna, trovati una moglie”.


 Io faccio la faccia triste, e penso che i cristiani non riescono mai, nemmeno per una volta, a farsi i fatti loro, e trattengo il respiro, aspettando quello che dice lui, pregando gesù bambino che non riporti cose nuove che comincino così: “Sì, ho conosciuto Maria, o Carmela, o Giuseppina, o Vanina…”. Lui ride: “Voi lo sapete che non sono per niente adatto al matrimonio”. Poi, mi guarda, io lo abbraccio forte. Gli tiro i capelli, sollevata, lui ci prende tutti, noi bambini, dice che è arrivato il momento dei regali, chiusi in una valigia  enorme.


Nel portabagli del giallo maggiolino.


Lo sento, sì, lo sento,  che oggi, in questa curva angusta che si chiama Sud,  il passo delle lucertole sulle tegole rovinose di una  tettoia in rovina  è bello, proprio così, davvero,  bello...




I cantori di Carpino, Tarantella del Gargano



(Ahò, e qua si richiedeva proprio la tarantella più intensa di tutto il Sud ( a mio parere, ovvio, certo...:) )