Una stazione

Io sono una stazione, una stazione di transito: la gente viene, la gente va, senza soffermarsi mai troppo a guardare. Il luogo è scomodo, difficile da raggiungere, spoglio, impervio, senza giardini, insomma, nulla di eccezionale. Spesso, si arriva qui, carichi di aspettative. Qui, inevitabilmente, si rimane delusi, si cerca un’altra meta o si ritorna indietro, da dove si è partiti, con la determinazione di non tornare.
Ma mica li rincorro i viaggiatori, non li tiro per la giacca, non chiedo spiegazioni. Ci mancherebbe altro. Io sono una stazione, una stazione di transito. La mia funzione è questa: osservare. Ho visto individui molto particolari, barocchi, timidi, eccentrici, essenziali. Quando vanno via, però, si assomigliano tutti: essi incarnano perfettamente l’antropologia minima degli esseri umani.
Certe sere d’inverno, a dire il vero, un po’ mi annoio ad essere sempre la medesima stazione di transito e cerco diversivi bizzarri, angolari: guardare il cielo, immaginare il Cosmo grande grande che non finisce mai, interloquire con un Dio qualunque, per chiedergli: ma Tu, questa stazione di transito, che l’hai creata a fare? Il Dio non c’è e non risponde. Però io mi sento autorizzata lo stesso a disinibirmi, a giocherellare, a guardare come le lacrime di tutti questi mondi, se si uniscono, diventano piccole piccole e le risate, invece, si moltiplicano.
Io sono una stazione, una stazione di transito: la gente va, la gente viene.
Mentre i treni partono, mentre i piedi si affannano per scappare, mi siedo tranquilla con la mia sigaretta, rido del vento forte che si porta via i cappelli, faccio “ciao ciao” con la manina, penso che uno dei maggiori diritti che hanno gli uomini sia proprio quello di non fermarsi, quello di andare.
Last Train Home - Pat Metheny Group





