giovedì 26 febbraio 2009

Una stazione



Io sono una stazione, una stazione di transito: la gente viene, la gente va, senza soffermarsi mai troppo a guardare. Il luogo è scomodo, difficile da raggiungere, spoglio, impervio, senza giardini, insomma, nulla di eccezionale. Spesso, si arriva qui, carichi di aspettative. Qui, inevitabilmente, si rimane delusi, si cerca un’altra meta o si ritorna indietro, da dove si è partiti, con la determinazione di non tornare.


Ma mica li rincorro i viaggiatori, non li tiro per la giacca, non chiedo spiegazioni. Ci mancherebbe altro. Io sono una stazione, una stazione di transito. La mia funzione è questa: osservare. Ho visto individui molto particolari, barocchi, timidi, eccentrici, essenziali. Quando vanno via, però, si assomigliano tutti: essi incarnano perfettamente  l’antropologia minima degli esseri umani.


Certe sere d’inverno, a dire il vero, un po’ mi annoio ad essere sempre la medesima stazione di transito e cerco diversivi bizzarri, angolari: guardare il cielo, immaginare il Cosmo grande grande che non finisce mai, interloquire con un Dio qualunque, per chiedergli: ma Tu, questa stazione di transito, che l’hai creata a fare? Il Dio non c’è e non risponde. Però io mi sento autorizzata lo stesso a disinibirmi, a giocherellare, a guardare come le lacrime di tutti questi mondi, se si uniscono, diventano piccole piccole e le risate, invece, si moltiplicano.


Io sono una stazione, una stazione di transito: la gente va, la gente viene.


Mentre i treni partono, mentre i piedi si affannano per scappare, mi siedo tranquilla con la mia sigaretta, rido del vento forte che si porta via i cappelli, faccio “ciao ciao” con la manina, penso che uno dei maggiori diritti che hanno gli uomini sia proprio quello di non fermarsi, quello di andare.




Last Train Home - Pat Metheny Group

sabato 21 febbraio 2009

"Istruzioni per rendersi infelici"


(Da Paul Watzlawick e personalizzate, ovvio :)  )



foto charles ray



 


 


1)     Guardare 4 Tg al giorno, con relativi approfondimenti


2)     Di fronte alla faccia di Larussa, gridare: “Chi vo scattà, stanotte ”


( free traslation: “Ignazio carissimo, che il tuo apparato intestinale possa leggiadramente esplodere, in modo irreversibile, questa notte stessa.")


3)     Di fronte alla faccia di Berlusconi, gridare, appassionatamente: “ Se, se, continua così, tu…Tanto, prima o poi…Te lo ricordi che fine hanno fatto gli altri, sì, no? Persino Francisco Franco, dopo molti anni, venne risucchiato dal suo cesso. “


4)     Tenere il telefonino acceso, anche di notte, così, se arriva un sms, un sistema di avviso programmato, che non sai disattivare, ti romperà le palle, ogni 5 minuti, con il suo plin plin.


5)     Sperare, ogni mattina, nel crollo improvviso della tua scuola


6)     Credere nella giusta distribuzione di cause- effetti


7)     Chiamare qualcuno, storicamente sfigato, e dirgli: “Ascoltami un po’”


8)     Rispondere a lunghe, noiosissime tirate sul mal di vivere amoroso


9)     Decidere che, se tua nipote va male a scuola, è tuo compito morale uscirtene così: “Questa ragazzina non ha nulla di meno degli altri, da questo momento, alla sua “ignoranza”, ci penso io.”


10)  Cercare di insegnare ai tuoi alunni a scrivere in maniera originale


11)  Insegnare ai tuoi alunni che la poesia qualche vita la può salvare


12)  Credere che, in un luogo fisico ed emotivo,  non sia naturale una presenza spropositata di bestie.


13)  Ripetersi : “Nel mondo, in qualche parte non lontana, esiste un essere che si incastra mentalmente con me”


14)  In queste gelide sere d’inverno, aver deciso che una borsa d’acqua calda e le relative, feroci litigate familiari per un suo corretto posizionamento ( in/con/su/per/tra/fra i tuoi piedi) siano cosa adeguata e giusta.


 


 


 


Antidoti:


dormire, ascoltare “Il ruggito del coniglio”, ricordare di quando, quella volta, ad una trasmissione radio-televisiva, hai vinto un coniglietto di peluche.


J


 



modena city ramblers, bella ciao.

martedì 17 febbraio 2009

Coniugazione del verbo rifugiarsi


(Parole così, senza un destinatario preciso)



 


E se io ti abbraccio forte,


tu che farai?


Dove ti rifugerai?


Negli schemi, nelle parole contrafforte,


nelle linee razionali di biblioteche contorte?


Se questo abbraccio preme, non posso mica buttarlo,


devo pur dargli una direzione, no?


Dunque, adesso siediti, supera la morte,


poggia la tua testa sopra di me, in me, accanto a me.


Vogliamo dare a questo abbraccio la trasparenza della pioggia?


Il grido acuto della vergine in fuga?


Forse, l’apoteosi di un bambino,


l’occhio dello scienziato,


le tolleranze della fede, quando la fede è buona?


Sì, lasciamoli da parte i principianti amorosi.


E’ solo un abbraccio che allontana


il grigio riconoscersi nel mondo.


Nulla  di più, di questo.


Nulla


Più.


 


domenica 15 febbraio 2009

...



foto scarabuss


Intorno a certe cose, si potrebbero costruire lunghe catene di parole,


trecento ed una lamentose pantomime di poesia.


Io invece voglio essere secca,


come l’aria e la luce di questo lungo inverno.


Tu mi manchi.


Moltissimo.


 



meglio la versione originale, e la voce un po' stonata di Nico.

domenica 8 febbraio 2009

Con gli occhi un po' cattivi



foto pelny ekran


Sarei un essere emotivo, di intuito discreto. Ma non so ragionare.


E’ tempo, questo, in cui le menti lucide dicano di più di quello che hanno già detto.


E quelli un po’ confusi, come me, urlino alla luna.


Una secessione generale da ogni forma di silenzio.


Meglio il rifiuto dodecafonico che ogni tacito assenso.


La follia decide e noi, al mattino, ce ne andiamo a lavorare, stiriamo le camicie, annaspiamo d’impotenza. Se oggi scriviamo quasi tutti di  criminali titolati che impongono e violano  è perché l’impotenza cerchi una voce e le nostre solitudini si percepiscano meno grette.


Non gliene frega niente a nessuno, figuriamoci a quelli, ma io lo voglio dire lo stesso: “la mia anima è una misteriosa orchestra” che si dissocia da ogni forma di dittatura su un animo che dorme, su un corpo inerte.


 


Nella vita odierna

il mondo appartiene agli stolti

agli indifferenti agli arrivisti.

Oggi il diritto di vivere

e di trionfare

si ottiene praticamente

con gli stessi requisiti

con cui si ottiene

il ricovero in manicomio...


F. Pessoa


 



Mariano Deidda interpreta Pessoa, Misteriosa orchestra




Anna Melato, Canzone arrabbiata (dal film Storia d'amore e d'anarchia, 1973)

mercoledì 4 febbraio 2009

Meditazioni sulla bellezza degli stranieri (e)venti





 


Ora, con me, c’è un angelo bielorusso. Si chiama Tatiana. Ha, nella bocca, qualche dente d’oro. Io, all’inizio, non la volevo affatto. Molte volte sono stata cattiva. E’ durissimo ammettere di essere naviganti carichi di bisogni.


Ma l’angelo ortodosso non ha mollato. Mi abbraccia spesso, mi tratta come se fossi una bambina. Ho scoperto che è bello essere trattati come bambini capricciosi che non conoscono ancora le parole astratte.


Oggi mi ha detto: “Tu non imbroglia me, tu buona”.


Cedo, sempre di più cedo al suo affetto.


Vuole passarmi sulla fronte olio miracoloso di Bielorussia. Ovvio che questo non glielo lascerò fare. Vuole portarmi a San Pietroburgo un giorno, dice, non lontano. Poi, a vedere la statua di San Nicola di Bari. Rido, mentre metto due dita sulla testa a forma di corna. Ride anche lei. L’ironia non ha bisogno di parole. Mi riposo di linguaggi non verbali.


Lei ama  Puskin, Tolstoj, Dostoievskji , Domenico Modugno e il sugo sulla pasta.


Diventerà indispensabile? Credo di sì.


Quando ritroverò entusiasmo, forza ed energia, il mio bilocale senza servizi diventerà un piccolo laboratorio di italiano, per lei e le sue amiche.


Adesso è presto, ancora troppo presto.


Adesso non ho parole, neanche per me.


 



Gianmaria Testa, Ritals