domenica 31 maggio 2009

Trasfigurazione in-volo-ntaria




Tante  parole  mi hanno donato nel corso degli anni, tante.


Tra le  più importanti, un posto particolare riservo ad un racconto scritto, per me, da Maria Grazia, una mia alunna di qualche anno fa, dotata di straordinario talento. In classe, spesso si parlava del ruolo e dell’essenza degli Angeli, magari scherzando, magari planando dalle pagine di letteratura sui dipinti di Paul Klee.


Ricordo ancora la forte emozione che provai nel leggere il suo scritto, ritrovandoci dentro quell’angelo un po’ smarrito, proveniente da un cielo qualunque, umanamente vicino, quasi torturato dalla sua stessa invisibilità, in cerca di una voce.   Quell’angelo imperfetto, sempre cercato.


A distanza di anni, io la ringrazio ancora, per avermelo donato.


 


“TRASFIGURAZIONE     IN-VOLO-NTARIA


Nella solitudine della mia attesa, riposo ai piedi di un albero di ciliegio ormai fiorito, le ali raccolte su di me per proteggermi dalle imprevedibili variazioni del cielo di primavera.


Mi chiedesti di fermarmi per scendere, tempo fa; nel ricordo rivedo la tua camminata instabile, più libera, evidentemente, ti muovevi verso la casa dalla quale quella famosa mattina d’ inverno ti rubai, un giorno grigio e vuoto, che io resi luminoso, per entrambi.


È possibile per me competere con le gioie che la natura offre in una stagione così rigogliosa? Su di me volano le rondini, nell’azzurro profumo floreale dei prati: luce che si muove tra le strade rumorose, vive.


Una vita a me estranea, in cui invano ho cercato di scorgerti le volte in cui, a tua insaputa, ti ho seguito, incapace di dimenticarti. Ho visto, dedicati a  te, sorrisi di confusa provenienza sostituirsi ai miei; mia principessa cosa è accaduto?


Nei miei occhi non vedevi qualcosa che da sempre faceva parte di te? Errori, molti errori, da lassù mi hanno destinato, rendendomi incapace di farti felice.


Il segreto del tuo cuore non era a me stato rivelato? Durante i profondi viaggi notturni della mente di inusuali individui , per me era stato costruito un destino, e, seppure incerto nel momento conclusivo della sua profezia , nel suo effettivo verificarsi , io restavo per sempre l’angelo nato per te e da te.


Ora io stesso contribuisco alla mia ineluttabile disfatta.


Per un meccanismo estraneo al mio controllo sbiadisce l’illusione, tutta mia, di essere colui accorso in tuo aiuto; la storia del mio allontanamento mi suggerisce una diversa interpretazione della mia esistenza o di come in realtà sono stato sempre visto: un finto angelo ferito dalla sua incapacità di diventarlo, bisognoso di sentirsi importante e decisivo nella vita di qualcuno.


Oh, me dannato!


Presuntuoso protagonista di due racconti scadenti !



Voglio essere colui che,


nella solitudine della sua attesa, riposa ai piedi di un albero di ciliegio ormai fiorito, le ali raccolte su di sé per proteggersi dalle imprevedibili variazioni del cielo di primavera.


Importante per te, sincera pretesa di un angelo abbandonato da sempre.


 


Maria Grazia, a.s. 2005-2006”


 



Tom Waits, Ol' 55

martedì 26 maggio 2009

L'albero è un po' cresciuto ed io mi sento meglio.



foto stanko abadzic



Quale fertile finzione è ora, per me, pronunciare queste parole:


mi hai dato il taglio dei tuoi occhi, senza reticenza


e lo spazio giusto per narrarti il mio passato,


senza anteporti, senza anteporti,


come se l’ascolto delle mie lunghe storie


fosse più importante di un’intera Primavera,


con le sue rose languide, con le sue rose languide,


con le sue promesse d’aria,


con le sue promesse d’aria,


d’amore.


Mi hai reso Rosa Gialla,


luce sul Nilo,


enigma che si rivela al mondo,


parola che si distende,


prezioso balbettìo,


una panchina, quella,


che abita gli amanti,


il loro fiato


al centro.


Oggi mi sento io,


non è importante,


no,


ma tu non dirlo a nessuno.




gianmaria testa, come di pioggia

sabato 16 maggio 2009

Continuerò.



“...e dunque continuerò, bisogna dire parole fin quando ce ne sono, bisogna dirle, fino a quando esse mi trovino, fino a quando mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse ormai è stato fatto, forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia, davanti alla porta che s'apre sulla mia storia, mi stupirebbe se si aprisse, sarò io, sarà il silenzio, lì dove sono, non so, non lo saprò mai, nel silenzio non si sa, bisogna continuare ed io continuo». (Samuel Beckett, L'innominabile)”


 


E dunque continuerò ad inciampare nelle cose, a perdere tutti i movimenti fini, ad osservare un corpo, sentendolo ora pietoso, ora estraneo, continuerò ad andare chi sa dove, per cercare la nuova medicina, il medico esperto, le alleanze di parole che non siano aride, corte, di pura occasione. Continuerò a “stare”, accogliendo la memoria che si fa sottile, ché mai come adesso si è messa a riprodurre analiticamente le strade già percorse, tutti i rapporti, le connessioni con gli affetti, i pensieri, le facce, i “tu” intravisti per un istante nel sottopassaggio di un  treno, in una libreria periferica, sull’orlo di un’acacia in fiore. Continuerò a sentire l’ansia come sollecitatore verso pensieri che rimangano, pagine da consultare, riconsultare, visioni e altre visioni di un mondo troppo complesso, a farmi straniera per concedermi il permesso di incantare, ad accettare che la percezione si trasforma ed i sensi, ora, provano dolore, nei pomeriggi di vento caldo, con la vita che trama il nuovo e l’antico per l’arrivo intenso dell’altra stagione. Continuerò a mangiare ciliegie, limoni aspri, succhi di mirtilli, a contemplare possibili volti nuovi sulle facce conosciute da decenni e vie percorribili che il tedio e la necessità non riducano a minimi elementi transitori, sotto la spinta di velocimetri che, delle cose, non misurano mai lo spessore, mai le emozioni. Continuerò a sorridere, a volte con sarcasmo, di come i più vengano resi ciechi, artefici di surrogati di parole, totalmente inetti alle proprie fortune, e lo farò utilizzando la mia condizione con gioco, con dispetto, con amore.


Continuerò a dormire di tutte le stanchezze repentine, a svegliarmi di tutti gli entusiasmi sonnolenti, a incazzarmi con le voci che vorrebbero trascinarmi nel più totale isolamento,  continuerò a cercare spazi di respiro che portino il lontano. E possano chiamarsi esseri umani, città, sussurro, terra, cielo gracchiante, mano, arte di scarto, silenzio metropolitano.


 


 

sabato 9 maggio 2009

La gita



l'autobus era così, più o meno.



-          Nonno, questa potrebbe intendersi come corruzione di minori-


-          Intendila come vuoi, bambina, ti do tremila lire, tu mi compri le cipolline di Tropea, il resto te lo spendi in gelati e caramelle. –


-          Nonno, dimmi: per te, le cipolline sono una passione?-


-          Di più, bambina, di più, un Rito, ma questa cosa te la spiegherò concretamente in cucina, al tuo ritorno. Prepareremo le cipolle in agrodolce, misurando goccia a goccia la giusta quantità di dolce e di amaro. E’ importante non creare sbilanciamenti, i sapori si devono fondere perfettamente però, quando le metti in bocca, tu devi sentire prima l’amaro , in ultimo, il retrogusto dolce. Allora, ci conto?-


La bambina partì, il giorno dopo, per la sua prima gita scolastica in una ridente cittadina calabrese, il cui nome fa pensare ad atroci bufere di pioggia, al gorgheggiare delle tempeste, ai giorni in cui le barche temono il mare e vanno da sole, senza timoniere, ribellandosi, ribaltandosi tra le onde alte, seguendole, poi docilmente, perché le barche lo sanno capire che quello è solo un astuto gioco del mare.


Le pesava quella promessa.


Dalle quale si distrasse subito.


Perché era maggio, e gli autobus correvano veloci su quella strada che doveva essere larga larga, invece era piccola piccola: prima vedevi solo montagne e montagne, all’improvviso, il mare. Piedi nudi sulla spiaggia, piedi nudi nell’acqua, sole, sole, sole, senza una goccia di tempesta, cammini, tracce, filastrocche infantili, fame, tanta fame.


La bambina entrò, per la prima volta, in un ristorante. Lì imparò che la voracità deve sapere aspettare e che, in quei luoghi, è necessario diventare un poco estranei da se stessi, come gli adulti, non dire, per es: “Questa è una vera schifezza”, “Voglio mamma”, “Devo fare la pipì e la devo fare subito”.


Mangiò, senza lasciare nulla: gnocchi con il formaggio, dimenticando che il formaggio sulla pasta la faceva vomitare; fettine cariche di nervi con i buchi, dimenticando che i buchi dentro i nervi della carne le facevano venire le vertigini, inducendola a delirare.


Li raccolsero tutti dentro l’autobus, dopo, ma neanche allora  la bambina si ricordò dell’impegno che aveva preso con il nonno. Si parlava soltanto della famosa gelateria che avrebbero raggiunto, le papille gustative le si facevano sporgenti e  lucide nel’ascoltare la descrizione della nocciola che si scioglie in bocca, del cioccolato acerbo, del torrone artigianale.


Fu una salita ripida, nella parte più angusta del paese, a spingerle gli occhi sulla destra, giusto il tempo per rubare l’insegna del negozio: “Abbiamo qui le cipolle, le più dolci cipolle di Tropea.”


-      Fermatevi, fermatevi, devo scendere, un attimo, in nome della Madonna, di Gesù Bambino, è urgente, è urgente che io scenda!-


Gridava, ma nessuno sembrava ascoltarla, si alzò, precipitandosi verso l’autista: - Signore, la prego, mi viene da vomitare. –


E quello accostò, accostò docilmente nel più vicino piazzale di sosta, mise il piede sul freno, si fermò. Aprì le porte. La bambina, il suo zaino incominciarono a correre, a correre lungo la strada in discesa, inseguiti dalle voci,  dai piedi dei  maestri, dal mare in tempesta, da quello dolce e musicale, dagli gnocchi stracolmi di formaggio, dai buchi nervi di carne, profondi come pozzi, dal viso del nonno, da una miscela saggia ed accorta per ritrovare sempre il dolce nell’amaro.


Al ritorno, nonostante la lunga reprimenda, i musi lunghi, quel senso d’esclusione che, talora, la sfiorava, guardava orgogliosa sulle sue gambe il bottino  prezioso, 5 chili di cipolle, 5,  chiedendosi se la felicità, nella sua vita, avrebbe avuto un peso.  Sbilanciato verso il dolce. O verso l’amaro. 



gian maria testa, sei la conchiglia

venerdì 1 maggio 2009

Dalle montagne scendevano i nevai



Tu mi dicesti:


-Traccia il mio ritratto.-


Io maledicevo quella notte e quel buio così salmastri,


toccavo il tuo volto con le mani


e riconoscevo un naso, delle orecchie, una bocca, ma non eri tu.


La tua vita stava nella distanza, avrei potuto cercare, cercare, cercare, rubare delle luminarie accese,


un fuoco di cartone, la luce di una candela, i lampi di un temporale di passaggio. Ma quello che avrei visto non saresti stato tu.


Servivano altri occhi ed io non ce li avevo,


servivano altre notti,


la voce del lattaio fuori la porta,


i preparativi oziosi e sonnolenti del mattino,


un banale silenzio d’intesa,


un banale silenzio d’intesa.


Quanto è ricca quella distanza!


Io me ne nutro ancora, così, come una straniera col pennello,


che non sa dipingere


e traccia una sola linea per il mare,


una linea che cambia colore


perché il mare, di notte, non è mai solo blu.




 



erik satie, gymnopedie n.1