No, no, no.

i miei attrezzi da lavoro
Lo so, è sabato, c’è il sole, dopo una settimana di lavoro uno vuole avere la testa libera,
è giusto, mangiare, andare al mare, fare l’amore e rigenerarsi,
ubriacarsi di leggerezza, vivre. Ma se vi trovate a passare da queste parti, per favore,
non saltate questo post.
C’è un altro piccolo spaccato di questo paese, che non voglio rimanga un mio solo problema personale, perché non lo è.
Voglio che la mia voce si amplifichi,
anche se non ci sarà un ritorno.
Ora vi racconto una storia:
nei campi di concentramento, non so se ricordate o se sapete,
non ci spedivano solo gli ebrei, i Rom, gli omosessuali. No.
Ci sono finiti anche molti ariani, razza purissima, per carità,
quelli però, che ivi venivano condotti, avevano un unico difetto: soffrire di malattie inguaribili,
degenerative e quant’altro. Quel geniaccio di Goebbels, per giustificare tutto ciò,
realizzò un filmato in cui una giovane, bellissima donna malata di sclerosi multipla (toh, la mia stessa malattia! ) recitava a memoria, di malo modo, una sorta di mantra
per la preservazione della razza da possibili impurità genetiche,
dichiarando di accettare la sua necessaria fine e invogliando tutti gli altri
a fare altrettanto. Ovvio, per il bene della Patria!
Adhunc, se fossi vissuta in Germania, a quei tempi, in una camera a gas ci sarei finita anch’io.
Subito, subito.
Ma andiamo avanti.
Ora, altri tempi, ma, attenzione, non è proprio così e la situazione politica attuale, l’enfasi del “pensiero” di destra lo dimostrano ampiamente.
Ora, volontariamente, non si uccide nessuno, no, dio mio, non diciamo cavolate, siamo figli del liberismo e della democrazia, oh…
Le tecniche si affinano, ragazzi, si affinano.
Apparentemente non si uccide più nessuno, ma, specie sui luoghi di lavoro,
spesso, attraverso modalità di restrizioni ripetute di spazi vitali, si cerca di spingere
al suicidio i “portatori di problemi”. Certo, non il suicidio reale, quello simbolico-metaforico.
E siccome io sono tornata dal lavoro con il pensiero di non andarci più, forse è meglio che la trasformi subito questa cosa, ora, qui.
Le ragazze che mi portano sulla sedia a rotelle, dalla classe alla macchina (due, in genere), vivono ormai con naturalezza questa cosa: si ride, nel frattempo, si giochicchia, cose così.
Trovo che sia bellissimo tutto ciò, 10 metri percorsi fuori dall’istituto scolastico, molto prima del cancello d’uscita, 10 metri naturali sotto la pioggia o sotto il sole. Loro hanno a che fare concretamente con la “diversità”, senza paroloni inutili ed astratti, io mi sento sollevata di non dover aspettare ora questo ora quell’altro bidello, sempre impelagati in trecentomila cose.
E vabbè.
Oggi, la Signora, illustrissima Dirigente, accorta ed efficiente funzionario
dello Stato,
colei ha sempre in bocca la parola “integrazione”,
ritenendo che “questo assurdo schifo” dovesse finire,
ha dato disposizioni perché le mie alunne non mi accompagnassero più.
Questioni altisonanti di ordine scolastico.
Questioni vitali, come potete ampiamente immaginare.
E non è l’unico né il solo intervento che la Gentile Signora ha pensato bene di attuare nei miei confronti. "Per il mio bene", ovvio.
Sperando cosa? Che a 43 anni me ne vado in pensione?
La logica, di per sé, è talmente semplicistica da risultare aberrante:
il Diritto riguarda soltanto gli esseri perfetti o pseudo tali: gente che cammina veloce, che risponde agli ordini veloce, che ha l’intelligenza di rispettare le infinite postille della burocrazia.
Il Diritto e l’Efficienza non permettono che una mente non proprio malaccio,
inserita in un corpo problematico,
distribuisca un po’ di bellezza e la sana abitudine alla ricerca di modalità creative,
perché non ci siano così tanti abissi tra l’uso delle parole e le loro cose.
Ecco.
Diciche non ha mica scoperto l’acqua calda.
Ma prima, prima ancora di pensare a possibili strategie di sopravvivenza,
per non lasciarmi sopraffare da sterili impotenze,
volevo gridare “No”,
con tutta la voce che ho in gola.
Dicendo a chi vive situazioni simili alle mie
di non morire nell’ombra.
E voi, voi che siete sani, guardatevi intorno e se notate
qualche insolito posto mancante, lì dove lavorate,
chiedetevi se qualcuno, esasperato da continue pressioni,
non abbia scelto “volontariamente” di ritirarsi a vita privata.
E sentitevi degni di abitare questa degna Repubblica,
in cui regnano l’ordine, la disciplina, l’onore.

Fabrizio De Andrè, Quello che non ho