mercoledì 28 maggio 2008

Lineare



Lineare.


Si incontrarono davanti ad un dialogo distorto,


complesso, ruvido e distante.


Cominciarono a togliere,


a togliere, a togliere.


Ma c’era sempre qualche curva,


che rendeva le parole eccessivamente


oscure ed artificiose.


Lineare.


Capirono che pochi termini potevano contenere tante storie,


come quella del robivecchi, là vicino,


con una sedia per gli amanti stanchi, sotto il glicine.


Lineare


come


la favola della ruga storta e del suo ritorno, ruga che segnava il cielo


con un colore lieve.


Lineare.


come l’elefante azzurro


che insegnava ai bambini


le strategie della memoria


e poi


ancora


come un letto allegramente


sfatto,


nessuna paura,


nessun atto mancato,


annullato o pietrificato.


Assurdo,


come si perdano.


Le parole lunghe per costruire una nuova storia.


Però questa cosa non se la dissero, no.


Camminavano dentro lo stesso film,


senza nessuna urgenza di guardarsi negli occhi.


E non pensavano al finale.


Lineare.


O forse circolare.


Non so.



Caetano Veloso, Maria La O


(Caetano è un grande :) )

sabato 24 maggio 2008

No, no, no.


 



i miei attrezzi da lavoro


 


Lo so, è sabato, c’è il sole, dopo una settimana di lavoro uno vuole avere la testa libera,


è giusto, mangiare, andare al mare, fare l’amore e rigenerarsi,


ubriacarsi di leggerezza, vivre. Ma se vi trovate a passare da queste parti, per favore,


non saltate questo post.


C’è un altro piccolo spaccato di questo paese, che non voglio rimanga un mio solo problema personale, perché non lo è.


Voglio che la mia voce si amplifichi,


anche se non ci sarà un ritorno.


Ora vi racconto una storia:


nei campi di concentramento, non so se ricordate o se sapete,


non ci spedivano solo gli ebrei, i Rom, gli omosessuali. No.


Ci sono finiti anche molti ariani, razza purissima, per carità,


quelli però, che ivi venivano condotti, avevano un unico difetto: soffrire di malattie inguaribili,


degenerative e quant’altro. Quel geniaccio di Goebbels, per giustificare tutto ciò,


realizzò un filmato in cui una giovane, bellissima donna malata di sclerosi multipla (toh, la mia stessa malattia! ) recitava a memoria, di malo modo, una sorta di mantra


per la preservazione della razza da possibili impurità genetiche,


dichiarando di accettare la sua necessaria fine e invogliando tutti gli altri


a fare altrettanto. Ovvio, per il bene della Patria!


Adhunc, se fossi vissuta in Germania, a quei tempi, in una camera a gas ci sarei finita anch’io.


Subito, subito.


Ma andiamo avanti.


Ora, altri tempi, ma, attenzione, non è proprio così e la situazione politica attuale, l’enfasi del “pensiero” di destra lo dimostrano ampiamente.


Ora, volontariamente, non si uccide nessuno, no, dio mio, non diciamo cavolate, siamo figli del liberismo e della democrazia, oh…


Le tecniche si affinano, ragazzi, si affinano.


Apparentemente non si uccide più nessuno, ma, specie sui luoghi di lavoro,


spesso, attraverso modalità di restrizioni ripetute di  spazi vitali, si cerca di spingere


al suicidio i “portatori di problemi”. Certo, non il suicidio reale, quello simbolico-metaforico.


E siccome io sono tornata dal lavoro con il pensiero di non andarci più, forse è meglio che la trasformi subito questa cosa, ora, qui.


Le ragazze che mi portano sulla sedia a rotelle, dalla classe alla macchina (due, in genere), vivono ormai con naturalezza questa cosa: si ride, nel frattempo, si giochicchia, cose così.


Trovo che sia bellissimo tutto ciò, 10 metri percorsi fuori dall’istituto scolastico, molto prima del cancello d’uscita, 10 metri naturali sotto la pioggia o sotto il sole. Loro hanno a che fare concretamente con la “diversità”, senza paroloni inutili ed astratti, io mi sento sollevata di non dover aspettare ora questo ora quell’altro bidello, sempre impelagati in trecentomila cose.


E vabbè.


Oggi, la Signora, illustrissima Dirigente, accorta ed efficiente funzionario


 dello Stato,


colei ha sempre in bocca la parola “integrazione”,


ritenendo che “questo assurdo schifo” dovesse finire,


ha dato disposizioni perché le mie alunne non mi accompagnassero più.


Questioni altisonanti di ordine scolastico.


Questioni vitali, come potete ampiamente immaginare.


E non è l’unico né il solo intervento che la Gentile Signora ha pensato bene di attuare nei miei confronti. "Per il mio bene", ovvio.


Sperando cosa? Che a 43 anni me ne vado in pensione?


La logica, di per sé, è talmente semplicistica da risultare aberrante:


il Diritto riguarda soltanto gli esseri perfetti o pseudo tali: gente che cammina veloce, che risponde agli ordini veloce, che ha l’intelligenza di rispettare le infinite postille della burocrazia.


Il Diritto e l’Efficienza non permettono che una mente non proprio malaccio,


inserita in un corpo problematico,


distribuisca un po’ di bellezza e la sana abitudine alla ricerca di modalità creative,


perché  non ci siano così tanti abissi tra l’uso delle parole e  le loro cose.


Ecco.


Diciche non ha mica scoperto l’acqua calda.


Ma prima, prima ancora di pensare a possibili strategie di sopravvivenza,


per non lasciarmi sopraffare da sterili impotenze,


volevo gridare “No”,


con tutta la voce che ho in gola.


Dicendo a chi vive situazioni simili alle mie


di non morire nell’ombra.


E voi, voi che siete sani, guardatevi intorno e se notate


qualche insolito posto mancante, lì dove lavorate,


chiedetevi se qualcuno, esasperato da continue pressioni,


non abbia scelto “volontariamente” di ritirarsi a vita privata.


E sentitevi degni di abitare questa degna Repubblica,


in cui regnano l’ordine, la disciplina, l’onore.


 


 


 Fabrizio De Andrè, Quello che non ho

martedì 20 maggio 2008

Sentimenti e trigonometrie.


 



 



 


Uso la notte per mangiare,


uso il giorno per dormire.


Albe e crepuscoli,


Divento cacciatore di parole.


Non mi entusiasma l’estasi naturale,


ma il suono vivo dei fonemi.


Ballerine di flamenco su volti scarni e giovani,


arrampicatori solitari


nella gola di chi è parco,


passi tra le luci e tra le ombre


nei destini raccolti dentro un  tempio.


Se un giorno finalmente


Incontrerò


Le parole mie,


proverò


la veggenza cha sa il cuore:


vedrò La distanza che lacera le cose,


il solitario giro che fa il corvo,


il posarsi lento e vertiginoso della foglia,


Il colore cremisi


Negli azzurri dei mari.


E allora potrò


andarmene felice.


Da questo mondo.


domenica 18 maggio 2008

Chiaroscuri.


(Oggi, più scuri)


Tra ieri e oggi ho scritto due cose destinate a quello che una mia amica chiama “il tempio personale”, un luogo solitario per la raccolta di piccoli solipsismi. Ma il mio tempio è qui, in questo blog.


Per questo è nato, quando non ci entrava nessuno. Così continuerà ad essere. Anche se ci venite in tanti.


 



 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


18-05-08 ore 13.


 


La vita è cattiva con me.


Oggi non so sfuggire a questa cattiveria.


Non reagisco.


Non lotto.


Non cerco.


Non ripeto il monologo di Amleto.


Non chiamo nessuno.


Non credo che una qualunque bellezza sia lenitiva di niente.


Leggo e mi fermo alle parole.


Il mondo è una palla astratta, poi una scuola fredda, scale su scale,


volti senza il dono del calore, orecchie sparse e chiuse, una gamba molle, una troppo rigida,


morti buttati qua e là, ed io non provo pena, per niente, per nessuno.


Non sento.


Occlusioni globali, minuzie chiuse.


Non voglio sentire.


La mia condanna è che niente si spezza in maniera definitiva.


E già forse domani rivedrò la mia parte di luce.


Perché ora dorme


il suo sonno inquieto.


Vedi,  caro amico Amalteo, ti voglio confidare che da me non c’è un’umanità


da imparare.


Fingo di brutto, spaccio per residua gioia di vivere delle difficoltà


complici della morte.


Che ho  il coraggio di guardare solo a metà:


lei arriva come la donna delle pulizie, in piccole incursioni quotidiane.


Chiudendo ora un senso, ora un altro.


Lusingando.


Sono stanca.


Avevo un mondo di “cose leggere e vaganti”.


Per quanto mi sforzi, non riesco a trovarlo più.



Per   C., amico così caro.


( sabato notte)


 


Non crucciarti.


Ti ho detto perché.


Tutto il bello si è spostato in mondi non concreti.


Li abito, mi ci sento a mio agio.


Poi, si confonde tutto.


E sono fuori.


Stracolma di anime.


Di cui vado persino sommessamente fiera.


Non voglio intimismi.


Solo un gelato, in un bar vicino al mare.


Nel vociare di sconosciuti con volti indagabili.


Nello straniero che diventi,


inseguendo insoliti pensieri fissi.


Se ti adagerai anche tu


in uno di quei mondi,


diventerai meno prezioso.


Ed io non voglio.


Conosco il valore di un’impronta,


della cenere visibile sparsa sul pavimento,


degli scrosci di pioggia improvvisa,


di un volto giovane un po’ consumato, come il tuo.


Un gesto di saluto,


prima della latenza o dell’arrivo,


renderebbe concreto il peso di queste anime.


Ed io camminerei con la schiena un po’ curva.


E forse un po’ felice, sì.



 




Le mur

mercoledì 14 maggio 2008

Hymne à une vie



 foto Norman Parkinson


Seduta bloccata


Bloccata seduta


In realtà


Ballo


Sul tavolo


Sul tavolo


Spostate i bicchieri


Le posate


La vergogna


I nostri rimorsi


La solitudine


La solitudine


Io devo ballare


Prima che sia completamente notte


È urgente, è urgente


Ch’io balli qui, ora


 lasciate entrare il sole


Io voglio ballare


Nel sole nel sole


Vicino alla monnezza


Non raccogliete i miei passi


 Anche la  disperazione diventa più preziosa


per chi sa viverla


Da uomo


Da uomo


Piangendo


Gridando


Porgendo


Una voce che curi che curi il geranio


Sulla finestra


Aperta aperta


Ancora


ancora


Amalgama e traiettoria


del sole


Nel sole


Vita di  seni scoperti


Se vuoi un nascondiglio sicuro


Cercalo nel sole nel sole


Nel sole


cadere


Ballando


Spostando le attese del peggio.


 Perché è così bello,


 così difficile


alzarsi,


Rialzarsi.


Sapete che


 Non esiste


Nessuna estetica precisa per una danza?


Io e il sole.


Voi e il sole.


Tutto qui.


 




Let the Sun shine in

(questa ad altissimo volume, please. )

domenica 11 maggio 2008

Non acquisire, a volte non concludere.



tableau lorenzo mattotti


Me ne sono andata una domenica pomeriggio,


mentre la caffettiera lanciava per aria, in casa mia,


 il suo solito odore,


e gli altri, tutti gli altri,


costruivano i loro vulnerabili ricordi.


Ma ne è valsa la pena.


Volevo sporcarmi di vita,


non preservarmi,


non accudirmi,


non prendere le medicine,


non cercare, per una volta, non cercare


un patteggiamento equilibrante


tra le voci contrastanti.


E ho visto, nel mondo, segnali di “lotta” diversissimi dai miei.


E me ne sono tirata fuori.


Perché oggi non c’era spazio per i teatrini degli uomini.


Volevo giocare con la terra, guardare il cane come se fosse un cane,


e le rose come figlie semplici di un groviglio di spine.


Volevo vedere come le cose naturali si trasformano,


e non urlano se portano dentro


anime contrapposte di vita e di morte.


Loro sanno essere nude,


e se fregano di ogni talento necessario


per nascondersi.


Sono tornata una domenica sera, mentre la caffettiera


lanciava per aria, in casa mia, il suo solito odore.


Nessun nuovo ricordo, nessuna “verità” acquisita.


Solo il desiderio di essere


radicalmente nuda,


nell’accarezzare senza maestria


le tante anime contrapposte.


Di vita e di morte.


 




Ivano Fossati, La disciplina della terra

giovedì 8 maggio 2008

"Io ti salverò"


( ma non è il film di Alfred Hitchcock)



Io ho il dono, il dono di far rivivere le persone che amo.


Antonio è lì, con il ferro infilato nella mandibola


e, a guardarlo nel suo sangue, percepisco solo rosso, rosso, rosso.


Respira ancora.


Ma continua a dormire come se nulla fosse.


Io l’ho visto il momento in cui quel maledetto ferro si è conficcato nel suo sonno,


ed era come se le mie mani  e le mie gambe fossero tenute strette in una morsa.


Ho provato ad urlare, ma non è uscita voce.


Antonio è l’unica persona buona che io conosca, con gli occhi un po’ liquidi e la statura da signore.


Non voglio che muoia, non voglio che muoia, così bloccata posso solo prendergli la mano


e soffiiarci sopra, mentre un rivolo del suo sangue si sposta da lui a me, da lui a me,


lentamente, lentamente.


C’è un urlo.


Se uscisse, raggiungerebbe le montagne e qualcuno verrebbe, qualcuno verrebbe, subito, ora.


Antonio, non morire, non morire, ci sono un sacco di cose da fare, dobbiamo potare gli alberi, raccogliere le ciliegie


dare da mangiare alle galline,


dobbiamo andare al mare, tu me l’hai promesso, ci sono un sacco di cose che non conosco,


il nome dei venti, la direzione delle correnti, il respiro giusto per liberare


i nodi nella pancia,


tieniti a me, tieniti a me…


Antonio è sempre più pallido, ed io continuo a parlargli dentro, senza suoni.


Poi apre gli occhi e mi guarda.


-Togli il ferro-


- Non posso, Antonio, non ho forza nelle braccia, non posso-


-Togli il ferro-


La sua voce, come sempre, mi dà forza, mi alzo, appoggio le mie mani sul suo viso rosso e comincio a tirare, a tirare, tirare. E grido, grido, grido, e gli alberi tremano e il cielo sembra vacillare.


Mi spostano, tutti questi uomini intorno mi spostano, si prendono Antonio, gli stringono un fazzoletto sulle guance, ripetono che, se fanno in fretta, lui può ancora vivere, vivere, vivere.


Rimango qui, con l’anima tutta rossa e il ferro, il ferro nella mano.


Lo stanno portando via e lui non urla, non piange, ha solo una strana smorfia,


tra gli occhi un po’ liquidi e la sua statura da signore.


E poi si gira, e mi guarda ancora, e ritorna un po’ tra le mie braccia perché mi dice:


- Preparati, domani o domani l’altro, io ti porto al mare-


 


 


P. S. Ecco, se voi vi svegliaste una mattina, dopo aver fatto un sogno così, come vi sentireste?


J


 



Wim Mertens, Atmosphere

martedì 6 maggio 2008

Come una bambina dell' '800.



Signora luna,


mater mea,


fa’ che io possa raggiungere il ciliegio che mi aspetta


con uno sguardo inverso,


non rimanendo intrappolata nelle miserie


che tutti i giorni tocco.


Signora luna, mater mea,


vedo brandelli di umano


senza più testa


e brandelli di testa senza più umano.


Il cuore tace troppo.


Non riesco a guardare questo deserto mormorante,


se non cercando fiori.


E la delusione mi assale spesso.


 E con lei il rancore.


Cedo, pavida,  alle inutili battaglie,


mentre il sole continua a sorgere,


ancora,


ancora,


ancora,


con tracce di benedetto e di infinito.


Signora luna, mater mea,


non privarmi della tua luce flebile, non ora


che il ciliegio si avvicina.


Ed io potrei finalmente vedere la sua bellezza.


Prima


 di ogni pace.


 



 


Vinicio Capossela, Signora luna

domenica 4 maggio 2008

Spaesamenti




 


No, davvero non credo che questo stato d’animo riguardi solo me.


La letteratura è grandiosa, se regala figure vive ai sentimenti.


Poi, esistono ancora quei condizionamenti sociali che impongono di trovarci un posto, come al cinema.


La letteratura è grandiosa se regala parole vive che ci fanno sentire meno soli.


Io un posto non ce l’ho.


Non l’ho mai trovato, voluto sì, anche desiderato.


Mi aggiro da sempre nelle periferie.


Da quando sono nata.


Spero ancora di deviare dalle derive estreme, e, se parlo con un cielo, gli chiedo energia per non


incarnare finzioni, che non siano necessarie. O artistiche. Di fine diplomazia interiore.


Mi sento, quando non riesco a ridere, come questo viaggiatore occasionale di Brecht.


Incontrato molti anni fa in un mercato dell’usato, dove non esistono confini netti tra le cose.


La letteratura è grandiosa, se la trovi a 1.000 lire e ti regala figure e parole che ti accompagneranno


per una vita.


Ecco, io a questo viaggiatore occasionale di Brecht sono molto legata.


Perché, in me, ha reso libero lo smarrimento.


 


Mi siedo al margine della strada.

Il guidatore cambia la ruota.

Non sono contento di dove vengo.

Non sono contento di dove vado.

Perché guardo il cambio della ruota con impazienza
?”


Bertold Brecht


 



Ivano Fossati, Naviganti