mercoledì 31 dicembre 2008

A.


 



A tutti quelli che stanotte, tardi, sì, molto tardi,


andranno a dormire con la coscienza a posto.


Agli "invisibili", ai clochards, ché sulle strade gelide


scenda un po' del fiato di umanissimi angeli .


A chi, nonostante tutto, riesce ancora a chiedersi quale possa essere il


il suo modo di incarnare speranza, disprezzando il cinismo come il più semplice dei mali.


A chi sa sorridere, mentre dona parole.


A chi lotta, temendo l'avanzare del tempo, un augurio speciale


e tanti "ritorni" di amorevole grazia.


Ho finito?


Sì.


:)

sabato 27 dicembre 2008

Curriculum scripturae


(Anche se didascalico, mi serviva assai scriverlo)



Fu il maestro delle elementari, don Peppino, a convincermi che possedevo il dono della scrittura. Io lo seguivo, soprattutto quando mi spingeva a cominciare le mie storie descrivendo angoli inusuali che, apparentemente, con le storie, non c’entravano proprio niente. E poi diceva quell’altra cosa bellissima, tu, quando scrivi, devi diventare un albero, sentire le radici che scendono giù giù in basso, nella terra, e, contemporaneamente, essere  i rami che aderiscono ai venti, nelle varie stagioni, un albero d’autunno, un albero d’inverno, un albero di primavera, un albero d’estate, un albero con la penna che, nei momenti di grazia, sente tutto dentro di sé, e sa descriverlo.


Lo ripeteva spesso anche ai miei, questa bambina dovrà fare studi classici, se sarà necessario, la seguirò io.


Mi rimbambiva, portandomi le vite dei grandi scrittori, spingendomi a leggerle, mi ci interrogava pure e, durante le prove di scrittura, mi metteva in un banchetto a parte, ora cerca l’albero. Io non sempre lo trovavo, certe volte prendevo tempo, mi grattavo la testa, scrivevo bigliettini osceni da lanciare ad Antonietta, che si scandalizzava sempre, per qualunque cosa. Alle sue sollecitazioni, rispondevo cose così: “Maestro, le radici del mandarino si sono impigliate nella terra, non sanno più che direzione prendere.” E lui: “Tranquilla, c’è tempo.”.


Le medie furono normali, senza particolari vibrazioni di venti e di alberi. Anzi, emerse una certa propensione alla scrittura comica. Non appena l’insegnante di italiano me ne dava occasione, utilizzavo tutti i personaggi di casa mia, caricaturalizzandoli senza pietà. Nelle letture corali in classe, ascoltando le cose mie, ridevano tutti, io mi sentivo felice e salva, tanto che, su quegli scritti, cominciammo a farci  teatro, nella palestra della scuola, e venivano anche i miei, che un po’ ridevano, un po’ piangevano, vedendo sputtanate tutte le loro  cose.    


Il ginnasio ed il liceo furono terribili: emerse la scrittura incomprensibile, quella fumosa, quella che parla parla e che non dice niente, senza teatro, senza stagioni, incastrata in una calligrafia anch’essa incomprensibile, bollata, da tutti, come irrimediabilmente criptica, IRRIMEDIABILMENTE.  Nessuno ci provò mai a dirmi come dovevo scrivere.


Così, non scrissi più, per anni.


L’università: dopo gli anni sprecati nella facoltà di chimica farmaceutica, di cui a me non fregava proprio un accidenti, cambiai verso le LETTERE, il cinema, il teatro…insomma, tempo perduto per tempo perduto, almeno facevo quello che piaceva a me. Il primo corso che seguii fu Storia del teatro e dello spettacolo, ed il professore, mite e piiccolo di statura, dava un senso di sicurezza, c’era una costante, pacata ed ironica passione nelle cose che diceva. Eravamo pochissimi, 16 cristiani tutti colorati, mi preoccupava solo una cosa che ripeteva spesso, Meglio così, meglio essere pochi, potremo lanciarci con più facilità nelle sperimentazioni.


Un giorno se ne venne  tutto entusiasta: nel nostro teatro Ateneo è finalmente arrivato l’”Hamlet Machine” di Heiner Muller. ORA, ora vi dico cosa dovete fare: andate a vedere lo spettacolo, da soli, o in gruppo, toglietevi dalla testa ogni velleità di critico teatrale. Dovete diventare tabulae rasae, mantenete solo le vostre emozioni, guardate davanti, la scena, ma cercate, cercate di percepire cosa succede intorno, c’è anche lo sguardo degli altri, non lo dimenticate. Una volta usciti, non fate passare molto tempo, scrivete, scrivete tutto quello che vi si affolla dentro, anche se sembra irrazionale, anche se sembra aderire poco a ciò che avete visto…lunedì prossimo, ci ritroviamo qua, per una lettura corale.”


Là intravidi la fine della mia carriera universitaria, appena ricominciata, con quell’ombra diventata ormai voce nella mia testa: “Maledetto, perché scrivere, io non so scrivere, non so scrivere, non ci andrò, anche qua dentro non ci rimetterò più piede…maledetto, perché…”


Invece ci andai, da sola, quella sera stessa.


Amleto trasferito a Berlino, durante la seconda guerra mondiale, Amleto che, ad un certo punto, diventa Ofelia in abito da sposa e si lancia in un vitalissimo valzer, mentre ai suoi piedi si affollano uomini morti, nel rumorio atroce di aerei e di bombe che cadono, che cadono, che cadono…..questo lo spettacolo e molto altro ancora.


Davanti al Verano, mitico cimitero di Roma vicino l’università, al ritorno, aspetto il tram e osservo il bar degli studenti sempre affollato, sempre caciara, sempre casino, il luogo-emblema della vita giovane…attaccata ad esso, una delle più famose agenzie di pompe funebri: è mezzanotte ma è chiaro che questa notte, come tutte le altre notti,  essa non chiuderà, non chiuderà.


Tiro fuori il quaderno, la penna, comincio a scrivere proprio così: “Le pompe funebri sono aperte anche di notte…”E diventa tutto lampante: quell’accozzaglia sperimentale dell’Hamlet Machine parlava proprio di questo: la contemporaneità indifferente, crudele, “NATURALE” della vita e della morte, la contemporaneità.


Quella notte scrivo, scrivo, ribatto le parole in bella copia con la macchina da scrivere del mio amico M. che è provvista solo di nastro rosso, l’altro è finito. Lunedì, a lezione ci porto pure lui, ché dovrò leggerla ‘sta cosa e M. sa farmi sentire sempre meno sola.


Il prof, quando tocca a me, mi ascolta con grandissima attenzione, fa un sacco di domande, io rispondo impicciata tutta rossa, poi mi dice quelle parole-salvezza che non dimenticherò: “ Bene, signorina T., lei ha accolto in pieno la mia provocazione, ha ricreato l’altro spettacolo che io volevo avere, si sente, si sente davvero che lei ha il dono della scrittura.”


Quello fu solo l’inizio di una lunga sperimentazione con la scrittura-teatro, con i laboratori collaborativi tra studenti, con  il “maestro” nuovo oppure ritrovato.


M. mi chiede sulle scale della facoltà di lettere come mi sento, come sto. Io rispondo soltanto: “Bene, benissimo, dopo tanti anni, troppi, finalmente, sta ricrescendo il mio albero. Ora è un ciliegio. Lo vedi tu?”


:)


 



Paolo Conte, Cuanta pasion

lunedì 22 dicembre 2008

Arigatò


(che anno era? Forse il 1993)



foto nobuyoshi araki



Se devo partire per il Sud, devo partire. Se ci sono le agitazioni dei lavoratori ferroviari, devo trovare un altro mezzo, chiaro. Se ho paura dell’aereo, non rimane che la mia amica Elsa  o l’autobus della Simet, ovvio. Se non voglio passare il Natale ad arrovellarmi l’anima su dove la mia  amica Elsa possa essere sparita, dopo aver detto: esco un attimo, non rimane che quel maledetto autobus, cristo santo.


E così sia. 6 ore senza fumare, una sola fermata a metà strada per fare la pipì, bagaglio ridotto al minimo, e così sia.


N.36, ho chiesto un posto vicino al finestrino, il 35 è già occupato da una signora giapponese di mezza età, che  mi saluta nella sua lingua, mentre le cade il mio super zaino in testa, io sorrido, a lei e  ai buoni segnali della vita: non sarò costretta a conversare. NON SARO' CoSTretta a conversare. Almeno questo, amen. Comunque, a scanso di equivoci, tiro fuori i miei libri, 2, ed il walkman con dentro Mozart. Dopo mezz’oretta buona, mi sembra che la signora sorrida con più insistenza, che mi guardi forte, io alzo gli occhi verso di lei, e non lo so ancora che quel gesto così innocuo…"Tu ha occhi buoni buonissimi, di donna delicata, tu appare forte, decisa, tu invece ha anima come fiore di mia terra, tu è troppo sensibile, tu…” Che, poi, una, lì per lì, pensa che rispondere a due parole così, oltre che educato, possa essere una semplice parentesi, una digressione piccola piccola, come guardare il cielo o controllare l’andatura dell’autubus, casomai il conducente sia ubriaco. 3 domande faccio, 3: come si chiama, da dove viene, perché si è avventurata verso la mia oscurissima città del Sud. “Yukio”, dice, “mio paese vicino Hiroshima, io avere figlia sposata con dottore che lavora in tua città, io passa là vostre feste e conosce mia nipotina di 3 anni, che io non ha mai visto ancora.” . Se arriva da Hiroshima, se è sopravvissuta a Enola Gay, se ha una nipotina sconosciuta, e, soprattutto, se ha voglia di parlare, sono fottuta, fottutissima: moralmente, non la posso più ignorare. “Tuoi occhi parlano tanto, tuoi occhi bellissimi, perché tu non è felice di tornare a casa?”


Se è pure una veggente, chiudo definitivamente i libri e non se ne parla più.


Mi ci dedico completamente. Le indico quelle 4 o 5 nozioni geografiche che so, ma lei, più che al panorama, sembra essere interessata ai libri, sui quali io divago, perché, ogni volta, prima di partire, ne prendo due a caso, quelli che più si sporgono dal quarto scaffale della libreria.  Questi due li avevo già letti tanti anni fa e, purtroppo, ora, si ritrovano qua, perversa e monotematica accoppiata. Ma la signora Yukio, curiosa com’è, ha già preso il primo, mi chiede autori, personaggi e trame, io, fedele alla verità, già rispondo: “Carissima, ne La filosofia nel boudoir, questo tale, il Marchese De Sade, vissuto in Francia alla fine del ‘700, espone le sue teorie filosofiche, con parentesi di ignobili orge, dal gusto freddo e ripetitivo, che si concludono sempre così: - al bidet, al bidet!-, ovvero: - ora che ci siamo ben bene divertiti, andiamo tutti a lavarci, poi, vi esporrò ancora le mie tesi filosofiche, e poi ricominceremo a fare sesso, macchiandoci delle peggio cose, in primis l’incesto- " “Molto interessante, tu brava a spiegare, tu dice me anche dell’altro.” “Signora Yukio, ma lei non ce l’ha una macchina fotografica, non le piace fare fotografie?” “No, io non è mica come tutti gli altri giapponesi, io voglio portare via  ricordi veri, parole, voci, storie, ecco, tu parla me, ora.” “E vabbè. L’altro, Sodomie in corpo 11, è di un certo Aldo Busi, uno scrittore omosessuale molto bravo all’inizio, cioè prima di andare in televisione a fare pagliacciate che gli hanno fatto vendere tanti e tanti libri, ma che hanno oscurato la sua bravura di scrittore. Una storia di viaggi, qua e là nel mondo, persino in Africa, con linguaggio a volte sconcludente,  a volte crudo, che sempre là va a finire, nell’idea e nella prassi della sodomia”. “Tu dice me cosa significa SODOMIA?”. Mi accorgo solo ora che Yukio ha un tono di voce abbastanza alto e che tutti i passeggeri dell’autobus sono diventati solo Orecchie, pronte ad afferrare ogni minima sfumatura di ciò  che ci  diciamo . “Dopo, Signora, dopo. L’autogrill, lo vede? Scendiamo, ci ristoriamo, io mi sparo due caffè e due sigarette e continuiamo poi.”


Lo sportello si apre e scappo, ho bisogno di 5 minuti di sana solitudine, scappo, ma Yukio mi corre dietro, appresso appresso a me.  Mi blocca un braccio, mi guarda dritto negli occhi: “Io offre te caffè, tu fai me promessa: perdona, tu perdona chi di tua casa ha fatto te male, lasciando  ferite sull’anima tua così forte che io vede con miei occhi e sente con mie mani. Perdona, tu”. Potrei domandarmelo, ma non me lo domando proprio come ha fatto questa straniera a capire che io e mio padre sono anni che… a mala pena ci parliamo io e lui; quando scendo giù, dai miei, mi viene subito voglia di ripartire, sentendomi immersa in un’aria totalmente straniera, come se quello che è stato, la naturalezza dell’amore non esistessero più. Me l’abbraccio forte, è piccola, come tutte le giapponesi, giriamo veloce veloce nell’autogrill, lei compra cadeaux per la bambina sconosciuta, pure io, sì, vedo le caramelle piene di coloranti con i ciucciotti (quanto le ho amate da bambina!), e gliele metto in mano: “Da parte mia, Yukio, dalle alla tua nipotina sconosciuta."


Le ultime due ore e mezza di viaggio lei le passa a dormire.


Io non faccio nulla.


Respiro semplicemente aria di casa, parole sempre più di casa: Pollino, Tarsia, Spezzano Albanese, giù giù fino alla strana città, già avvolta nella notte, piccola, meschina, perbenista, protetta nella  sua valle circondata da montagne.


Mio padre, nella ritmo diesel bluette, dai finestrini posteriori offuscati per risparmiare sulle spese, sta là, molto nervoso, per i suoi tre quarti d’ora d’anticipo. Yukio scende ed è travolta dall’abbraccio dei suoi, non ci siamo salutate per bene, ma non me ne dice di farlo ora, disturbando il loro incontro. Entro in macchina, li guardo ancora da lontano,  vedo mani giapponesi, mani grandi e mani piccole, che salutano proprio me. Riconoscente, sorrido.


“Papà, che dici, come stai, è già caduta la neve?”


Lui mi guarda stupito, i suoi occhi orgogliosi,  sì, un po’ gioiscono.


“Non ancora, figlia mia, ma domani, o domani l’altro, di sicuro, cadrà.”


 



Ryuichi Sakamoto, David Sylvian, Merry Christmas Mr. Lawrence

giovedì 18 dicembre 2008

"Se una notte d'inverno un viaggiatore..."



 


foto daniel herrera


Ce l’avete presente quando, in una sera di tempo cattivo, state aspettando qualcuno che è fuori, per le strade, in una macchina? Sta venendo da voi, comunica con voi, vi dice che è tutto tranquillo, le strade sono quasi deserte e percorribili, la testa è dolcemente intasata di musica jazz, di pensieri lineari e non difficili, senza nuvolette e contrattempi, senza “ma” o senza “se”. Lo stesso, però, pensate agli scherzi della vita, a quanto essa si diverta ad allontanare le persone, spalancando percorsi tortuosi e secondari, perdite, rallentamenti, frane. Iperrealismi. Allora, nell’attesa, non sapendo che fare, contro l’irrazionale ed il razionale che raramente circola nella vostra testa, vi preparate ad una specie di abbraccio, un abbraccio mistico, così forte da accogliere tutte le facce conosciute della persona che si è messa in moto per voi, ma anche tutti gli stranieri che si porta dentro, che voi non sapete e non saprete mai, perché è giusto, è bello non sapere tutto, non indagare nemmeno, se, in risposta a quell’abbraccio, lui vi regalerà parole, parole nuove, come il colore della prima neve ancora intatta, come il vostro primo giorno di coscienza- ecco Madre, ho capito cosa sono gli occhi, il naso, le orecchie-, come le cose che, invece, non hanno ancora un nome, sospese tra la terra e l'acqua, tra il cielo ed il fuoco, in cui è tranquillo perdersi, senza domandare…


Ovvio, l’esempio è solo fittizio.


Però, io mi vorrei sentire così.


J


 



Miles Davis - It Never Entered my Mind

lunedì 15 dicembre 2008

Dire, perché?



foto hana jaklrova


Si potrebbe scrivere qualunque cosa,


eppure non basterebbe.


Si potrebbe utilizzare la scrittura come riflesso di un mondo interiore bellissimo, in cui ci siano almeno  un cono di luce e la sua ombra.


E ancora non basterebbe.


Ma se qualcuno dicesse: ho letto tre parole, tre parole soltanto, mentre la pioggia cadeva sulla città sporca, correvo verso un precipizio, mi sono fermato. Ho guardato il fiume stanco arrampicarsi sugli argini, mi sono messo a ridere, appoggiato sul niente, tatuando quelle parole nella testa. Con esse, ho afferrato uno dei tanti sigilli di vita e non voglio lasciarlo più.


Ecco, la scrittura diventerebbe respiro.


E allora basterebbe.


Almeno.


Per un po’.


 



madeleine peyroux, dance me to end of love

venerdì 12 dicembre 2008

E.T.


(dai, cercando altro, ho ritrovato un frammento di Diciche adolescente... :)  )



foto L. Leen


Ehi, tu, tu che vieni da un altro pianeta, da una galassia lontana lontana, dici che ti ho liberato perché mi sei entrato in sogno…Ti ho visto, ti ho accolto, non ho paura dei mostri, io, nessuna paura. Pensa che anche gli umani aspirano a questo: entrare nel sogno di qualcuno, essere coccolati, sentirsi un po’ importanti. Questa, da noi, si chiama solitudine. Non mi spaventa, so riempirla di tante cose e, se devo urlare, lo faccio da sola, quando nessuno mi sente. Non è buona educazione mostrare agli altri umani i propri esaurimenti. Sono fragili, si spaventano e cominciano a scappare.


Ti dicevo che gli umani vogliono essere solo accolti: a loro piace parlare, parlare, l’importante è metterli al centro, farli sentire come se fossero in un talk -show televisivo. Il dialogo conta poco o niente. E’ troppo faticoso: si parte dall’essere in due e si diventa altro, schiettamente, osservando con stupore, commozione, ma sì, anche leggerezza, tutti quei fantasmi legati alle parole che escono impazziti e si riprendono il loro spazio. Un asilo di fantasmi impazziti. Sono tanti, ti sembra di non riconoscere più nemmeno i tuoi.  Il miracolo, in due, è che quei fantasmi poi si lasciano dolcemente allineare, e ci si sente naturalmente vuoti, tanto che non si ha più paura del silenzio. E’ un miracolo, amico mio straniero, che non si prova tante volte. A dire la verità, mi pare siano secoli che non lo sento più. Anche se mi sembra di essere diventata un grande Orecchio, a furia di ascoltare, in realtà mi sa che sono peggio degli altri: vorrei un posto al centro, nella vita di qualcuno, e non venire sempre dopo, dopo, dopo.


Tu dici che mi devi un favore. Io, ora,  ti chiederò una cosa stravagante: quando non sto bene, non me ne dice di ascoltare, quando mi sento un bozzolo ripiegato o un materasso  vecchio, riparo per i topi, tu fammi sparire proprio. Portami un po’ con te. Ho solo 17 anni. Ci sarà tempo, magari, per ritornare, quando ci accorgeremo che là sotto si sarà creato un po’ di spazio. Anche per me.


 



eugenio finardi, extraterrestre

martedì 9 dicembre 2008

Eclissi totale di luna



foto Edouard Boubat


Adriana, stanotte non c’è quasi luna nel cielo. Non cederai al suo richiamo, a lei non urlerai la tua rabbia e tutte quelle domande che ti si annidano nel petto.


Stanotte, starai vicino a lui, a lui ti avvolgerai, chiedendogli calore. Lui ti accarezzerà i capelli con le sue mani nodose di uomo, ti racconterà di come possono essere lunghi i giorni quando la vita lo porta lontano, lontano da te. E poi ti bacerà, a lungo, cedendoti, come un guerriero, la sua anima vinta, le lame con cui finirlo, i pennelli con cui dipingere frammenti d’arte semplice. Sulla sua pelle, nei suoi occhi, nel sapore del suo alito, mandarini e mare, mandarini e mare, parole essenziali.


Adriana, ritrovi la tua luna nel suo letto ma, con lui, sei libera di urlare il tuo essere bisogno d’amore, stupore rigido e tenue, smarrimento sul confine di un’eccessiva bellezza.


In questa notte senza luna, guardi le cose come giocano a confondere i loro contorni, come si fondono per diventare altro, altro, altro…


Tu, invece, ti senti tu.


 



Daniel Melingo, Sin luna

giovedì 4 dicembre 2008

Flash



I tuoi sogni di bambina:


un libro,


una casa comoda per quando non starai bene,


tre risate da condividere la sera, prima di dormire,


con due occhi che la sappiano lunga lunga,


mentre disprezzano i carri dei vincenti,


una lucciola per comodino,


la frase, da te inventata,


che vive e incide,


staccandosi da te.


L’albero è vecchio,


le linee di quei sogni sembrano arrugginite,


rimane un concetto forte e chiaro:


determinazione.


Cercalo, c’è ancora,


c’è.




 


 


 



lunedì 1 dicembre 2008

Inquietudini nomadi.


Non so dove metterle. Le lascio qui.



foto marco delogu


Ci sarà pure un angolo,


un angolo


in cui guardare, senza sentire le fibrillazioni del cuore.


Non voglio un posto al centro, piuttosto un posto piccolo, arieggiato dai venti del sollievo.


Tu mi ripeti di non contrarmi, di non separarmi dal dialogo continuo con l’universo,


ché è meglio, cento volte, cedere alle lusinghe stupide di una bestemmia.


Tu mi dici di urlare, di scegliere le voci più calde, le altre allontanandole senza rimorsi.


Tu mi sussurri di non aspettarmi niente e, nonostante tutto, continuare a cercare


la culla tiepida in cui sentirsi figlia, madre, strega e maga,


vittima invece no.


Tutto si muove, tutto.


Le mie parole. Le tue parole.


La voglia mia di pace.


Il respiro affannato, lacero, risorto.


Le dita di una sola mano.


Contratti e Rese verso nuovi inizi.


E mai si placano le domande-spina.


Su come e quando il giorno finirà,


su come e quando esso comincerà,


se esiste o meno un angolo, un angolo in cui guardare,


senza sentire le fibrillazioni del cuore.


 


 



the verve, Bittersweet Symphony




il valzer di holden