
mercoledì 14 ottobre 2009

Eppure, forse,
potrebbe esistere,
nello stato tragico dell'Attesa,
una componente lieve di comicità.
La cerco sempre,
come spiraglio,
come sorpresa,
così,
per concedermi il gusto ingenuo
dell'irriverenza
verso il Tempo che passa,
verso il tempo
che non si coglie,
verso la pesantezza
delle cose statiche
o verso l'assoluta
freneticità.
keith jarrett e jan garbarek, country
giovedì 2 luglio 2009
E dunque.
Il suono senza le parole non mi dice un accidenti.
A meno che non sia Satie, Mozart, Beethoven, ecc. ecc.
Ma oggi mi sono fissata con questo pezzo dei Portishead, il mio inglese non è migliorato affatto perchè
non ho mai cominciato a studiarlo.
Che storia è questa del brano, che storia è?
I traduttori di internet mescolano tutto, non si capisce proprio niente.
Dunque, aiutatemi voi a decriptarlo.
Magari in più varianti, non fa niente.
venerdì 19 giugno 2009
Di notte

È una bella serata di giugno,
non ho sonno,
penso ai miei errori. C’è chi pensa a Berlusconi e alle sue puttane, c’è chi sta facendo una lunga passeggiata sulla spiaggia, preferendo il rumore del mare alla razionalità, c’è chi guarda le luci intermittenti di un neon arrugginito, un uomo sta convincendo il figlio che non vuole allontanarsi dalle giostre, un altro vuole l’amore a tutti i costi, costeggiando marciapiedi, periferie, un bar di prim’ordine fuori città.
E’ una bella serata d’estate, stanotte vorrei entrare nel sogno di qualcuno, di striscio, non malamente, e dirgli, con la mia voce, una cosa che conosce già: non ha colpa, nessuna colpa se io sono qua e penso ai miei errori, in cui non c’entra, o poco, o nulla.
La ripetizione di uno stesso errore è un capolavoro della nostra dis-abilità, e ci appartiene tutto, gli altri possono solo esserne involontari “complici” senza complicità.
Condurre il cuore verso situazioni rifiutanti è la medesima vertigine di un tempo personale che fa riemergere una storia originaria nemmeno tanto originale. Una storia come tante, che certe storie si assomigliano tutte, se non c’è un regista abile che riesca a creare l'opera artistica da un ammasso di banalità.
Non c’è davvero nessuno che abbia qualcosa da farsi perdonare da me.
Però non mi si ripeta che sono una visionaria ché lo so già e sentirselo dire tante volte fa un male cane proprio al centro dello stomaco e pensi solo a quello senza sentire più le bande occasionali che suonano motivi allegri e celebrano la vita di chi la vita ce l’ha e vuole urlarla a tutti i costi, in questa bella serata d’estate senza calure opprimenti , in questa bella serata di transitorie felicità, con le finestre tutte aperte sulle valigie che si disfano, sulle tende che si muovono, sui cuori che si predispongono a nuovi incontri con l’incoscienza di una saggezza nuova e di una paura antica, non gravata dalla severità.
Ecco, non sono completamente murata e sorda, a tratti li sento questi segnali di vita che non hanno la cifra di una fastidiosa quotidianità.
E accetto il mio esserne fuori, lo accetto.
Come fatto transitorio, come digiuno necessario, senza divinità.
Tom Waits, All the world is green
Paolo Conte, Un vecchio errore
lunedì 8 giugno 2009
Qualcosa, ieri sera.

Questo tableau meraviglioso è di Valentina Cipolla, mia ex allunna del Liceo Artistico. Farà parte di una sua serie di illustrazioni per "Le città invisibili", di Calvino. Io ne sono orgogliosa, certo.
Qualcosa, ieri sera, si è spezzato.
Accetto il buio, le ombre,
i diverticoli della vita,
la parte insignificante,
che non capisce e che non vuole essere capita.
Rimane l’essenziale: un corpo che non si vuole rivestire di bellezza,
né dimostrare bellezza.
Ha bisogno solo di essere curato cercando,
nel fondo,
i motivi veri per farlo.
Se pure quei motivi non ci sono,
occorrerà inventarli,
immaginarli,
acquisirli,
costruirli,
rinunciando agli incanti.
Mi tratto male,
ogni qual volta inseguo chimere e gentilezze.
Non bisognerebbe abbellire la solitudine con niente.
La si nasconderebbe,
invece è da lì, è da lì che si parte.
Nuda terra,
angolo minore,
io-diviso,
fraseggio interrotto di una bella storia.
Quante volte non ho detto, per paura di essere giudicata,
quante volte ora taccio
per nascondere che non sono affatto nel
flusso di un mondo!
Ma, ieri sera,
il mio corpo ha scelto, per parlare,
gli enigmi della pazzia.
Ho dato loro voce, li ho ascoltati.
Nessuna voglia di eroismo,
nessuna ascesi.
La speranza non è affatto una voce che scende da un cielo,
la speranza è una montagna aspra
che, sangue su sangue,
si conquista.
E certe volte ti scuote
con un fraseggiare disconnesso e assurdo
che mai, giammai, vorresti
immaginare
tuo.
Paolo Conte, Spassiunatamente
domenica 7 giugno 2009
Anche questa è poesia

foto burt
“ Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che ti guarda sotto gli enormi lampioni illuminati o sotto le puttane anch’esse illuminate.
O davanti alle fanciulle che sembrano lievitare.
Io sono quel bambino antipatico con la faccia sporca che proietta l’insulto della sua faccia sporca.
Io sono quell’antipatico bambino di sempre arrabbiato e solo e ti lascio l’insulto di quell’arrabbiato bambino di sempre e ti avverto:
se ipocritamente mi accarezzi sulla testa io colgo l’occasione per rubarti il portafoglio.
Io sono il bambino con la faccia sporca davanti al panorama di terrore imminente, lebbra imminente, pulci imminenti, di offese e crimini imminenti.
Io sono quel bambino dispettoso che improvvisa un letto
con un vecchio scatolone e che aspetta, certo che verrai con me”
kd lang, costant craving
domenica 31 maggio 2009
Trasfigurazione in-volo-ntaria


Tante parole mi hanno donato nel corso degli anni, tante.
Tra le più importanti, un posto particolare riservo ad un racconto scritto, per me, da Maria Grazia, una mia alunna di qualche anno fa, dotata di straordinario talento. In classe, spesso si parlava del ruolo e dell’essenza degli Angeli, magari scherzando, magari planando dalle pagine di letteratura sui dipinti di Paul Klee.
Ricordo ancora la forte emozione che provai nel leggere il suo scritto, ritrovandoci dentro quell’angelo un po’ smarrito, proveniente da un cielo qualunque, umanamente vicino, quasi torturato dalla sua stessa invisibilità, in cerca di una voce. Quell’angelo imperfetto, sempre cercato.
A distanza di anni, io la ringrazio ancora, per avermelo donato.
“TRASFIGURAZIONE IN-VOLO-NTARIA
Nella solitudine della mia attesa, riposo ai piedi di un albero di ciliegio ormai fiorito, le ali raccolte su di me per proteggermi dalle imprevedibili variazioni del cielo di primavera.
Mi chiedesti di fermarmi per scendere, tempo fa; nel ricordo rivedo la tua camminata instabile, più libera, evidentemente, ti muovevi verso la casa dalla quale quella famosa mattina d’ inverno ti rubai, un giorno grigio e vuoto, che io resi luminoso, per entrambi.
È possibile per me competere con le gioie che la natura offre in una stagione così rigogliosa? Su di me volano le rondini, nell’azzurro profumo floreale dei prati: luce che si muove tra le strade rumorose, vive.
Una vita a me estranea, in cui invano ho cercato di scorgerti le volte in cui, a tua insaputa, ti ho seguito, incapace di dimenticarti. Ho visto, dedicati a te, sorrisi di confusa provenienza sostituirsi ai miei; mia principessa cosa è accaduto?
Nei miei occhi non vedevi qualcosa che da sempre faceva parte di te? Errori, molti errori, da lassù mi hanno destinato, rendendomi incapace di farti felice.
Il segreto del tuo cuore non era a me stato rivelato? Durante i profondi viaggi notturni della mente di inusuali individui , per me era stato costruito un destino, e, seppure incerto nel momento conclusivo della sua profezia , nel suo effettivo verificarsi , io restavo per sempre l’angelo nato per te e da te.
Ora io stesso contribuisco alla mia ineluttabile disfatta.
Per un meccanismo estraneo al mio controllo sbiadisce l’illusione, tutta mia, di essere colui accorso in tuo aiuto; la storia del mio allontanamento mi suggerisce una diversa interpretazione della mia esistenza o di come in realtà sono stato sempre visto: un finto angelo ferito dalla sua incapacità di diventarlo, bisognoso di sentirsi importante e decisivo nella vita di qualcuno.
Oh, me dannato!
Presuntuoso protagonista di due racconti scadenti !
Voglio essere colui che,
nella solitudine della sua attesa, riposa ai piedi di un albero di ciliegio ormai fiorito, le ali raccolte su di sé per proteggersi dalle imprevedibili variazioni del cielo di primavera.
Importante per te, sincera pretesa di un angelo abbandonato da sempre.
Maria Grazia, a.s. 2005-2006”
Tom Waits, Ol' 55
martedì 26 maggio 2009
L'albero è un po' cresciuto ed io mi sento meglio.

foto stanko abadzic
Quale fertile finzione è ora, per me, pronunciare queste parole:
mi hai dato il taglio dei tuoi occhi, senza reticenza
e lo spazio giusto per narrarti il mio passato,
senza anteporti, senza anteporti,
come se l’ascolto delle mie lunghe storie
fosse più importante di un’intera Primavera,
con le sue rose languide, con le sue rose languide,
con le sue promesse d’aria,
con le sue promesse d’aria,
d’amore.
Mi hai reso Rosa Gialla,
luce sul Nilo,
enigma che si rivela al mondo,
parola che si distende,
prezioso balbettìo,
una panchina, quella,
che abita gli amanti,
il loro fiato
al centro.
Oggi mi sento io,
non è importante,
no,
ma tu non dirlo a nessuno.
gianmaria testa, come di pioggia
sabato 16 maggio 2009
Continuerò.

“...e dunque continuerò, bisogna dire parole fin quando ce ne sono, bisogna dirle, fino a quando esse mi trovino, fino a quando mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse ormai è stato fatto, forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia, davanti alla porta che s'apre sulla mia storia, mi stupirebbe se si aprisse, sarò io, sarà il silenzio, lì dove sono, non so, non lo saprò mai, nel silenzio non si sa, bisogna continuare ed io continuo». (Samuel Beckett, L'innominabile)”
E dunque continuerò ad inciampare nelle cose, a perdere tutti i movimenti fini, ad osservare un corpo, sentendolo ora pietoso, ora estraneo, continuerò ad andare chi sa dove, per cercare la nuova medicina, il medico esperto, le alleanze di parole che non siano aride, corte, di pura occasione. Continuerò a “stare”, accogliendo la memoria che si fa sottile, ché mai come adesso si è messa a riprodurre analiticamente le strade già percorse, tutti i rapporti, le connessioni con gli affetti, i pensieri, le facce, i “tu” intravisti per un istante nel sottopassaggio di un treno, in una libreria periferica, sull’orlo di un’acacia in fiore. Continuerò a sentire l’ansia come sollecitatore verso pensieri che rimangano, pagine da consultare, riconsultare, visioni e altre visioni di un mondo troppo complesso, a farmi straniera per concedermi il permesso di incantare, ad accettare che la percezione si trasforma ed i sensi, ora, provano dolore, nei pomeriggi di vento caldo, con la vita che trama il nuovo e l’antico per l’arrivo intenso dell’altra stagione. Continuerò a mangiare ciliegie, limoni aspri, succhi di mirtilli, a contemplare possibili volti nuovi sulle facce conosciute da decenni e vie percorribili che il tedio e la necessità non riducano a minimi elementi transitori, sotto la spinta di velocimetri che, delle cose, non misurano mai lo spessore, mai le emozioni. Continuerò a sorridere, a volte con sarcasmo, di come i più vengano resi ciechi, artefici di surrogati di parole, totalmente inetti alle proprie fortune, e lo farò utilizzando la mia condizione con gioco, con dispetto, con amore.
Continuerò a dormire di tutte le stanchezze repentine, a svegliarmi di tutti gli entusiasmi sonnolenti, a incazzarmi con le voci che vorrebbero trascinarmi nel più totale isolamento, continuerò a cercare spazi di respiro che portino il lontano. E possano chiamarsi esseri umani, città, sussurro, terra, cielo gracchiante, mano, arte di scarto, silenzio metropolitano.
sabato 9 maggio 2009
La gita

l'autobus era così, più o meno.
- Nonno, questa potrebbe intendersi come corruzione di minori-
- Intendila come vuoi, bambina, ti do tremila lire, tu mi compri le cipolline di Tropea, il resto te lo spendi in gelati e caramelle. –
- Nonno, dimmi: per te, le cipolline sono una passione?-
- Di più, bambina, di più, un Rito, ma questa cosa te la spiegherò concretamente in cucina, al tuo ritorno. Prepareremo le cipolle in agrodolce, misurando goccia a goccia la giusta quantità di dolce e di amaro. E’ importante non creare sbilanciamenti, i sapori si devono fondere perfettamente però, quando le metti in bocca, tu devi sentire prima l’amaro , in ultimo, il retrogusto dolce. Allora, ci conto?-
La bambina partì, il giorno dopo, per la sua prima gita scolastica in una ridente cittadina calabrese, il cui nome fa pensare ad atroci bufere di pioggia, al gorgheggiare delle tempeste, ai giorni in cui le barche temono il mare e vanno da sole, senza timoniere, ribellandosi, ribaltandosi tra le onde alte, seguendole, poi docilmente, perché le barche lo sanno capire che quello è solo un astuto gioco del mare.
Le pesava quella promessa.
Dalle quale si distrasse subito.
Perché era maggio, e gli autobus correvano veloci su quella strada che doveva essere larga larga, invece era piccola piccola: prima vedevi solo montagne e montagne, all’improvviso, il mare. Piedi nudi sulla spiaggia, piedi nudi nell’acqua, sole, sole, sole, senza una goccia di tempesta, cammini, tracce, filastrocche infantili, fame, tanta fame.
La bambina entrò, per la prima volta, in un ristorante. Lì imparò che la voracità deve sapere aspettare e che, in quei luoghi, è necessario diventare un poco estranei da se stessi, come gli adulti, non dire, per es: “Questa è una vera schifezza”, “Voglio mamma”, “Devo fare la pipì e la devo fare subito”.
Mangiò, senza lasciare nulla: gnocchi con il formaggio, dimenticando che il formaggio sulla pasta la faceva vomitare; fettine cariche di nervi con i buchi, dimenticando che i buchi dentro i nervi della carne le facevano venire le vertigini, inducendola a delirare.
Li raccolsero tutti dentro l’autobus, dopo, ma neanche allora la bambina si ricordò dell’impegno che aveva preso con il nonno. Si parlava soltanto della famosa gelateria che avrebbero raggiunto, le papille gustative le si facevano sporgenti e lucide nel’ascoltare la descrizione della nocciola che si scioglie in bocca, del cioccolato acerbo, del torrone artigianale.
Fu una salita ripida, nella parte più angusta del paese, a spingerle gli occhi sulla destra, giusto il tempo per rubare l’insegna del negozio: “Abbiamo qui le cipolle, le più dolci cipolle di Tropea.”
- Fermatevi, fermatevi, devo scendere, un attimo, in nome della Madonna, di Gesù Bambino, è urgente, è urgente che io scenda!-
Gridava, ma nessuno sembrava ascoltarla, si alzò, precipitandosi verso l’autista: - Signore, la prego, mi viene da vomitare. –
E quello accostò, accostò docilmente nel più vicino piazzale di sosta, mise il piede sul freno, si fermò. Aprì le porte. La bambina, il suo zaino incominciarono a correre, a correre lungo la strada in discesa, inseguiti dalle voci, dai piedi dei maestri, dal mare in tempesta, da quello dolce e musicale, dagli gnocchi stracolmi di formaggio, dai buchi nervi di carne, profondi come pozzi, dal viso del nonno, da una miscela saggia ed accorta per ritrovare sempre il dolce nell’amaro.
Al ritorno, nonostante la lunga reprimenda, i musi lunghi, quel senso d’esclusione che, talora, la sfiorava, guardava orgogliosa sulle sue gambe il bottino prezioso, 5 chili di cipolle, 5, chiedendosi se la felicità, nella sua vita, avrebbe avuto un peso. Sbilanciato verso il dolce. O verso l’amaro.
gian maria testa, sei la conchiglia
venerdì 1 maggio 2009
Dalle montagne scendevano i nevai

Tu mi dicesti:
-Traccia il mio ritratto.-
Io maledicevo quella notte e quel buio così salmastri,
toccavo il tuo volto con le mani
e riconoscevo un naso, delle orecchie, una bocca, ma non eri tu.
La tua vita stava nella distanza, avrei potuto cercare, cercare, cercare, rubare delle luminarie accese,
un fuoco di cartone, la luce di una candela, i lampi di un temporale di passaggio. Ma quello che avrei visto non saresti stato tu.
Servivano altri occhi ed io non ce li avevo,
servivano altre notti,
la voce del lattaio fuori la porta,
i preparativi oziosi e sonnolenti del mattino,
un banale silenzio d’intesa,
un banale silenzio d’intesa.
Quanto è ricca quella distanza!
Io me ne nutro ancora, così, come una straniera col pennello,
che non sa dipingere
e traccia una sola linea per il mare,
una linea che cambia colore
perché il mare, di notte, non è mai solo blu.
erik satie, gymnopedie n.1
martedì 28 aprile 2009
C'est ma vie.

Anne Brancfort , Anna dei miracoli
Diversi i motivi, oggi, di commozione. Non ultimo, il fatto che molti dei miei alunni continuano a inviarmi sms e messaggi su facebook per farmi ritornare. Ed io che me la cavicchio benino con le spiegazioni, non riesco loro a spiegare, proprio non posso, che mi sento così stanca che non riuscirei a stare in classe nemmeno per mezz’ora. Le censure, talvolta, sono necessarie. “Pensare a se stessi, talvolta, è vitale”. Parole ripetute, queste, magari anche vere, che non ti fanno smettere di pensare. Rivedo gli occhi di Matteo che, all’inizio, mi ha fatto una vera e propria guerra personale, occhi cattivi che si trasformano, nel tempo, e diventano gemme rispettose, poi orgogliose, quando vedono sul registro il
Ersilia pure, oh, lei è una tosta, cercavo di farla esprimere con la scrittura creativa e personale e mi riportava sulla cattedra i fogli in bianco con parole aspre: “Lo sa, professoressa, che lei è passibile di denuncia per violazione della privacy? Quindi, è inutile che insista, tanto i cazzi miei non glieli racconto”. Ersilia aveva tante spine dentro al cuore, continua ad averle, ma, nell’ultimo compito di italiano, mi ha volontariamente raccontato di quel padre assente, di tutte le assenze, di tutte le carenze di una parola lieve. E gli altri, tutti gli altri, 60 ragazzi , qualcuno in più, qualcuno in meno,
cribbio, che fare?
Aspettare, aspettare fino a lunedì, poi, se questo corpo non mi regge, trovare le parole giuste per far loro capire che potrei essere comunque una presenza nell’assenza, che potrebbero esserci 20.000 modi creativi per poterli aiutare. Un timoniere fantasma, io, che è capace ancora di parlare.
Un timoniere che non si sente affatto essenziale, no, ci mancherebbe, con difetti tremendi, tipo utilizzare metodi “forti”, parole agguerrite, all’Anne Brancfort,di “Anna dei miracoli”. Però questo sgangherato timoniere una cosa l’ha capita subito, d’istinto: non bisogna mai fermarsi nella scoperta di un cuore, quante, quante bellezze si possono svelare, regalando una cosa che poi non costa niente: parole, solo parole di fiducia vera.
E intendiamoci, non soltanto a scuola.
J
A tutti i miei ragazzi, perché un giorno sappiano pronunciare parole così
lunedì 20 aprile 2009
venerdì 17 aprile 2009
Ecco.

è ritornata la passione antica per la poesia.
ecco, io credo che la poesia faccia diventare più intelligenti.
uno legge legge, viene scelto dalla sua poesia,
poi viene meglio tutto: la frittata, il sugo per la pasta, la lettura frammentaria di cotanto mondo ottuso.
In questo tempo, c'è una sola categoria che non sopporto: la poesia d'amore.
Non entra, non scivola, non viene giù.
Forse perchè tanti poeti si crogiolano e s'attorcigliano sulle languidezze dell'amore finito,
del vuoto spalancato,
dell'afasia inquieta.
Forse, semplicemente, non sono innamorata
e quello che mi perdo non lo capisco più.
"A dispetto
A dispetto del mentore
la vita non si scrive in stampatello.
È in clinato corsivo, corsivo accidentato
virgole, macchie, late esitazioni
un solo punto fermo.
Nell’impero dispotico del bianco
qualche sorriso incanta.
Lucio Mariani"
Adios nonino
Certo, non è Astor Piazzolla, ma è così bella questa ragazza che suona uno dei suoi pezzi più intensi. Ai bordi. Di una qualunque strada.
giovedì 16 aprile 2009
"La notte deve voltare pagina"
(come se scrivesse una bambina)

Cos’è la notte, per me?
Cartografia di volti mai più visti,
incombenze vitali in luoghi molto freddi,
cifra di parole ambigue, per nulla indecifrabili,
confluenze tra speranza e resa,
fede, la fede grande che non si è mai formata,
una pianta grassa che mi respira sulla testa,
con la sua folla di essenziali insetti,
la notte
è
campo,
campo di ricerche
su come restituire arte alla vita
il cuore alle streghe
il silenzio agli orchi
il male al Male
l’inchino di un poeta
al ciliegio nuovo
che si è appena svegliato.
Wonderful tonight
domenica 12 aprile 2009
Orizzonti
(la solita Diciche )

Buona rinascita,
a voi.
Il vostro sorriso, il vostro pianto, le vostre solitudini paiono quasi non toccarvi. E’ solo che siete consapevoli che, attraverso la vostra vita, è il mondo a parlare. Talvolta, il mondo balbetta o non è all’altezza delle parole che dice. Talvolta tace ed è
Il senso non è mai immediato, talvolta bisogna cercarlo lontano, talvolta desideriamo che si sia nascosto tra le confusioni di chi almeno c’è, tra le sue rabbie, nel suo ridere pudico, fugace.
Siamo ancora oscuri naviganti che raccolgono qualunque spiraglio di luce, siamo ancora, siamo secondarie proiezioni dai riflessi importanti.
In tutto questo frastuono, nel desiderio di un silenzio che non sia quello della morte, vi prego, non dimenticate le vostre lotte.
martedì 31 marzo 2009
Il ricordo delle parole nelle cose

foto marc riboud
Il comunismo non erano solo le bandiere rosse, le teorie pulite, lavate, ben sistemate.
Il comunismo era mio padre, la sua piccola ditta di costruzioni edili, il suo volersi rifiutare di partecipare a tutte le gare di appalto, per rimanere onesto, il suo andare, venire, correre tra cantieri e figli con i pantaloni sporchi, le sue rabbie sfogate in famiglia, il suo pianto nascosto, le sue notti insonni.
Il comunismo era mia madre, che non si lamentava mai, preparava i suoi pasti con tutto l’amore possibile e non faceva mai pesare al suo uomo le cose mancanti, la casa scomoda, le mura scrostate, l’assenza di lusso, le incertezze, i conti lunghi dal panettiere, i disastri dei figli.
E quando i debitori non pagavano, qualche volta li si sentiva persino ridere mentre lui le diceva: “Io E Berlinguer siamo i più onesti del partito, non sei contenta tu? “
Mia madre rispondeva: “Sì, sono contenta” e intanto pensava al Natale, a quando le cose si sarebbero complicate, perché il marito doveva pagare le tredicesime a tutti i suoi operai, comprare loro i panettoni, la bottiglia di spumante, le noccioline e le cioccolate per i loro bambini. “Prima loro!”, diceva, prima loro, poi noi. Noi non capivamo, ma eravamo sempre d’accordo, sempre . Guardavamo le costruzioni degli altri imprenditori, palazzi enormi, che spuntavano, spuntavano, i loro traslochi continui, di meglio in meglio, i gioielli delle mogli, il sorriso dei figli, e si provava un po’ d’invidia, ma solo un po’. “Chi fa molti soldi non può mai essere onesto, non può”.
Il comunismo erano anche le bandiere rosse, che riempivano la piazza durante i comizi elettorali, che spuntavano dalla sua 600 azzurra in movimento, mentre io, stipata là dentro, cantavo a squarciagola l’Internazionale.
Quella sua 600 azzurra messa eternamente a disposizione del partito, che era proprio divertente andarci a prendere le vecchine per portarle a votare e sentirgli ripetere cento volte: “La croce dovete metterla su “falce e martello”, cercate di non sbagliare”.
Il comunismo era quell’aria lì, un sentimento delle cose, la certezza che non saremmo mai potuti diventare disonesti, rubare, imbrogliare, dilaniarci per una macchina, per una promozione, per un mattone.
Il comunismo era il nostro futuro fallimento come soggetti investiti dal successo, ma non ci interessava, non ci interessava.
Una volta, solo una volta, d’estate, davanti ad una tavola imbandita sotto il pergolato dei nonni, gli chiesi: “Papà, ma il comunismo deriva da comune?” Lui mi rispose soltanto: “Guardati intorno”.
C’erano Totonno, Francesco, Fiorenzo, Luigi, tutti gli altri operai, le loro mogli, i figli e un’anguria rossa rossa che spuntava al centro, l’odore di basilico nella pasta, il nostro dialetto latino, latino anche nelle risate.
Revisionismi dopo revisionismi, adultità dopo adultità, il comunismo, nel mio cuore, è ancora così.
Ryuichi Sakamoto - High Heels



striscia che fa al caso mio
