mercoledì 31 ottobre 2007

Tu, se ci sarai.




foto m. munkacsi


Ho le gambe pesanti,


a vedermi camminare ti prenderebbe una fitta dentro il cuore.


Ho i capelli sconvolti, delle persone ribelli.


Ho una vita incerta, di quelle che forse fanno un po’ paura.


Ma tu, se ci sarai,


avrai la leggerezza delle persone non consumate,


l’onestà caparbia di chi una soluzione la vede sempre,


la fragilità limpida che si fa parola.


Guarderemo molti film, perché ci piace il cinema,


la nostra casa sarà senza tappeti,


rideremo molto, perché entrambi siamo un po’ buffoni.


Tu, se ci sarai, non avrai chissà che di speciale,


e mi prenderai spesso in giro


per l’ossessione mia delle parole,


dicendo che contano molto di più i gesti concreti,


come uscire in un giorno di tempesta per comprare il pane.


Tu, se ci sarai, non avrai tentennamenti, capirai che non dovrai


accollarti le mie sofferenze e i miei bisogni, basterà solo aiutarmi


a fare uscire la mia forza, che è tanta e tale da colorare anche i tuoi.


Tu, se ci sarai, mi cercherai anche di notte,


quando sarò carne, vento, bocca, parola diversa e calda,


incontro.


Tu, se ci sarai, sentirai spesso il mio sguardo obliquo,


sguardo di amore-orgoglio, verso di te.


Anzi, per te.





Mercedes Sosa, Mon amour

martedì 30 ottobre 2007

" Incontro con uomini straordinari"



foto francesca woodman


Mal sopporto il mio egocentrismo.


Mal sopporto l’egocentrismo degli altri.


Darei tre dita, tre, per parlare due ore


con un artista vero: uno che abbia saputo “viaggiare”


nelle vite dell’Altro.


Un uomo (o donna) ho detto, non un santo.


Quell’uomo ne avrebbe di cose da raccontare, e non risulterebbe arido, noioso, ripetitivo.






Marco Paolini e I Mercanti di liquore, I nomi delle stelle

domenica 28 ottobre 2007

Oggi, 29 Ottobre


(in anticipo sempre, la mia cifra)



Ci siamo tutti, sì?


Oh, se il coro non è particolarmente stonato, io non lo voglio…


Si va? Si va.


Un, due, tre:


Tanti auguri attèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè


Tanti auguri attèèèèèèèèèèèèèèèèè


Tanti auguri Dicicheeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee


Tanti auguri attèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè.


 


Diciche, non scordarlo: anche le formiche, piano piano,


riescono a salire sopra gli alberi.


 


P.S. E oggi, forse, cioè domani,  ricorderanno ancora che sono nata di 8 mesi,


e che uno zio un po’ svitato aveva appena inventato


un’incubatrice per polli. Nella quale voleva infilarmi. Sì. A tutti i costi.


Non glielo hanno permesso, no.



J





Canzone per Iuzzella


la canzone "mia", da ragazzina.

sabato 27 ottobre 2007

Abiti e monaci



oeuvre de Joseph Beuys


Signore, ci dispiace, non possiamo accontentarla.


Di usato, abbiamo quasi tutto,


dagli spazzolini di Umberto II,


ai sogni di un anonimo venditore ambulante di Instanbul.


C’è la giacca di Sid Vicious, di quella notte maledetta,


i guanti di Rita Haiworth,


la pipa di Conan Doyle,


il sorriso disarmante


di Ghandi, quello della   marcia   del sale,


il rossetto di Juliette Binoche, ne “Il Danno”, di Louis Malle,


un modellino perfetto di lanterna magica,


l’ultima nota della Nona di Beethoveen,


i pantaloni di Rocco Siffredi,


ma il vestito che cerca lei noi non ce l’abbiamo.


Merce troppo comune, usuale,


al limite del dozzinale.


Oggi l’indossano quasi tutti l’Abito dell’inetto rinunciatario,


lo indossano fino al logoramento totale,


per poi comprarne un altro.


Ci rinunci, signore, pare che, a furia di  non toglierselo mai di dosso,


anche i sentimenti diventino lisi, intercambiali,


spersonalizzati e anonimi.


La guarda mai la luna?


Sarebbe disposto a sorprendere qualcuno con un gesto inusuale?


Ecco, allora, adesso esca e cambi direzione.


Ancora,  forse Lei si può salvare.


 




Sting, You remember me

venerdì 26 ottobre 2007

Domande retoriche



Arrivano dall’alto.


Medicine dell’anima, sfasamenti spazio-temporali.


Le accolgo sempre, poi, spesso, le dimentico.


“Visualizzazioni creative”.


Un fondale blu, un ciliegio orientale,


300 nanerottoli che trasportano la luna.


Ne ho bisogno.


Se sapessi molte lingue,


ne arriverebbero a migliaia.


Ma la sera spariscono.


Una voce sola ripete che ho bisogno di realtà: “Guarda un po’ la tv,


attraversa le verità distorte.”


Mi adeguo, ma continuo a vedere nanerottoli che hanno disperso la luna,


ciliegi sterili che non daranno più frutti,


fondali melmosi invasi dalle alghe.


Capire è difficilissimo.


Dai movimenti piccoli di un immaginario limitato, alle intenzioni che muovono le azioni,


fino al Risiko globale.


Allora, perché continuo a ripetere che, per comprendere da quali perverse correnti


siamo trasportati, bisogna sforzarsi sempre,


un po’ di più?



 





























Talking Heads, Dream Operator

mercoledì 24 ottobre 2007

Tentativi di una preghiera al Sé



tableau Patrick Guallino


Innanzitutto, non mi fare mai rinunciare.


Continua a farmi sentire la solitudine come una terra fertile.


E le persone belle come una città dove rinoceronti e dinosauri


bevono cappuccini, leggendo fiabe con gli occhiali storti.


Fammi sentire il fiato della notte,


mentre i mentòri del tempo


apparecchiano tante virgolette per preservare i miracoli


che non hanno tempo.


Regalami uno sguardo nuovo, ogni volta che quello vecchio


si ostina a vedere un caleidoscopio come un insieme di colori,


e un cucchiaino come un coltello morbido.


Prenditi l’anima dei momenti fumo,


riportami quella dei momenti girasole.


Inverti la logica dei pensieri severi,


di quelli troppo frivoli


fanne tenerezza.


Ricordami che siamo uomini senza destino


Senza radici


Senza patria,


ma dell’errare fanne una musica certa.


Aprimi il cuore,


quando è chiuso,


muto, serrato,


ma dirigilo altrove


quando il battito diventa Vuoto,


più che imperfetto.


 





























Chet Baker, I remember you

martedì 23 ottobre 2007

Rosa



Rosa è una ragazzina di oggi, culo e tette bene in vista.


Un sorriso bellissimo.


Solo che Rosa ha gli occhi perduti, occhi di lato,


che si rifiutano categoricamente


di posarsi su altri occhi.


Rosa è quella che, quando le chiedo l’infinito del verbo avere,


mi risponde sistematicamente:


“io avrò,


tu avrai,


egli avrà…”.


Due settimane ad incazzarmi con Rosa occhiperduti, senza libri,


senza attenzione, rosa sorriso bellissimo,


culo e tette bene in vista.


La prima a finire il compito di italiano, oggi.


Lo leggo, parla di un padre lontano.


La chiamo, la faccio sedere vicino a me, lei è contenta perché finalmente ha comprato il libro di grammatica e me lo mostra con orgoglio.


“Dov’è tuo padre, Rosa?”


Mi guarda per la prima volta, Rosa occhi-smarriti.


“Prof., io…ecco…”


“E’ in carcere tuo padre, vero, Rosa?”


“Sì, Prof., una rapina, una cosa di molti anni fa,


ho scritto nel compito che dovevo andare a trovarlo, sabato, però poi ho scelto di comprare


il libro di grammatica”.


“Ehi, Rosa, sai che facciamo? La Prof scemissima che hai di fronte ti insegnerà a leggere, a scrivere bene, ma bene tanto, Rosa. Ci vorrà un po’ di tempo, ma diventerai la più brava di tutte. E ti regalerà tanti libri, no, non i mattoni pesanti, storie leggere, fiabe. Rosa, infinitodelverboavere, più parole avrai nel sacco, più sarai libera.


Dimmi di sì.”


Rosa occhi-che-ridono capisce, mi guarda,


e poi risponde di sì.









































Vinicio Capossela, Ovunque proteggi


Ecco, sarò patetica, ma mi piacerebbe davvero che qualcuno, un giorno, rivolgesse  a Rosa le parole di questa canzone.

lunedì 22 ottobre 2007

Raccontino (ino- ino)


(la mia demenza si nasconde dietro ogni angolo di strada, ma emerge, sigh, emerge:* )




 




-         E i baci di quella notte?-


Parlava da sola.


Era evidente che in quella stanza non c’era proprio nessuno.


Aspettando comunque una risposta,


si grattò un po’ la testa


e si rimise a dormire.


Sognò che, lontano lontano, esisteva un popolo di baciatori,


alti belli e intelligenti,


che non ti lasciavano proprio parlare.


Ti prendevano, ti appoggiavano delicatamente contro un muro e, a turno, ti baciavano per ore e ore.


Nella foga della splendidissima situazione,


non riuscì a controllare


se essi andassero tutti, regolarmente,


dal dentista.


J




Quartetto Cetra, Un bacio a mezzanotte

sabato 20 ottobre 2007

Aperture poco ciniche :*



foto rené burri


Sono belle le storie che non rimangono


“dentro”,


quando si mettono a camminare sulle strade,


incuranti dei denigratori di passaggio.


Sono belle le storie che si incontrano,


e,


senza tanti formalismi,


decidono di andare all’incontrario.


Mentre qualcuno,


qualcosa, il vento distratto


o la noia,


sta già serrando le porte,


alle loro spalle.


 




Franco Battiato, Le aquile non volano a stormi

venerdì 19 ottobre 2007

Fotogrammi/Inversioni



(riflessioni sbilenche, ed anche un po’ inutili, alle due del pomeriggio)


Una delle espressioni più usate, “Tu non mi incanti più”,


sembrerebbe, a prima vista, semplicemente il contrario di “Mi incanti”.


E Stop.


Invece, ad analizzarla bene, forse qualcosa in più se ne può ricavare.


(Starò diventando  come Piero Angela? Boh)


L’espressione sottende un insieme di piani temporali:


c’è stato un Prima, una fase dell’Incanto,


nella quale il Soggetto ha volontariamente contratto l’Area Razionale,


allargando sempre di più quella che gli esperti chiamano: “Sospensione dell’Incredulità”.


Succede, per es., che essa venga attivata al Cinema, a Teatro, e in tutte le situazioni che


richiedono allo spettatore un patto: far finta che ciò che si sta vedendo non sia solo finzione.


Woody Allen ne ha dato un esempio potente ne: “La rosa purpurea del Cairo”,


la “povera” protagonista, che noi vediamo intrappolata in una realtà dilaniante,


si ritrova contesa tra due Personaggi del film che lei sta vedendo, i quali oltrepassano la Soglia, e  si intrufolano nella “vita reale”(metalinguaggi).


Oh, dunque, dove eravamo? Ah, sì, nel momento in cui l’Incanto finisce, ecco scattare il desiderio


di esplicitare linguisticamente il fatto con : “Tu non mi incanti più”.


Ennò, signori e signore, questo non significa affatto che l’Area razionale riprende il suo spazio.


Ahimè no, c’è qualcosa di diverso.


Essa ha subito un contraccolpo reattivo, si è apparentemente allargata a dismisura, in realtà


è solo distorta, ma può essere pericolosa assai perché, in questa nuova fase,


è una produttrice spontanea di CINISMO.


E allora? Dove è stato l’errore?


Scordarsi che nella Vita, così come al cinema, le storie che noi viviamo


spesso sono solo FINZIONE, che ad un certo punto l’Incredulità bisogna riprendersela, prima che finisca il “film”.


Dite che sono CINICA?


E che vi devo di’?


Forse, pure io, sono in quella fase là.


J


 P.S. grazie per la pazienza.




Stranglers, Outside Tokio

giovedì 18 ottobre 2007

Parole piccole



Gioco con il cane sotto l’albero di kaki.


Non c’è frontiera contro la commozione.


Di fronte ad un kaki


che ricorda, non ci sono haiku che tengano.


Terzani diceva che anche gli alberi hanno gli occhi.


E “vedono”.


Forse ridono, o piangono.


Gioco con il cane sotto l’albero,


la realtà cade a piccole gocce.


E tutto sembra meno duro.




 





Tito Schipa, Una furtiva lacrima

mercoledì 17 ottobre 2007

Reclami ad un banale ufficio metafisico



Senta, ho fretta, mi so’ rotta d’ aspettà,


ho un rigurgito acido per la dolcezza,


e non mi ripeta di stare calma, se no faccio una strage.


Mettiamola così: sono una brava persona in standby temporaneo,


una di quelle che gli psichiatri impiegati alla televisione, sì tipo quel Crepet che si crede bello,


definirebbero: soggetto ad alto rischio raptus.


Ah, si è convinto, mo posso parlà, mo si rivolge a me con accortezza,


e non rida di quel sorriso finto, che mi viene l’irritazione e ricomincio ad urlare,


ascolti:


nel pacco, le ho rimesso in ordine tutti i punti interrogativi (?????????

                                 ???????


????????????)


a me recapitati, per errore, negli ultimi due mesi.


Non sono i miei.


Voglio ritornare a dormire il sonno dell’aspirante giusto.


Li riporti al mittente.


Ma sì, forse ce ne è scappato qualcuno di quelli storici,


patrimonio atemporale della falsa umanità.


Non fa nulla.


E la prossima volta controlli, accetto per un po’ solo


realistiche esclamazioni (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


!!!!!!!!!!!!!!!


!!!!!!!!!!!!!!!!)


Ok, se quelle a colori sono esaurite,


ci accontenteremo


dell’eleganza.


In bianco e nero.


  




Mike Stern, I know you

lunedì 15 ottobre 2007

Shortbus










Shortbus, film di John Mitchell, 2006




Il sesso.


Come chiave di lettura “forte” di un disagio che,


da collettivo, in fase di rimozione, diventa blocco personalizzato,


anemia espressiva, depressione, voyeurismo


e contraddizione.


Dopo l’11 settembre, a New York.


Due esempi, per tutti.


Sofia, consulente sessuale per coppie in crisi,


non ha mai provato un orgasmo in tutta la sua vita.


James, omosessuale depresso ex marchettaro per scelta, non ha mai avuto


un rapporto completo, pur amando, ricambiato, Jamie.


Ci si ritrova in tanti allo Shortbus, locale notturno dove tutto è permesso,


lecito, con l’esagerazione tipica “dovuta” a chi è appena uscito da una tragedia


e dall’ecatombe si è salvato.


C’è una stanza, là dentro, in cui tutti fanno sesso, ma non è un’orgia, no.


Due persone insieme, tre al massimo.


L’impressione, invece, è che si sia disposti a sacrificare quella parte di Privato, in cui si annidano


le Ombre peggiori.


Si fa sesso davanti agli occhi di tutti, per non sentirsi soli.



Ma allo Shortbus c’è altro: un gruppo di cantori melanconici,


il cui suono raggruppa e porta alla luce la mestizia di ognuno,


punti di aggregazione varia, quasi di autocoscienza,


maschere clownesche, come direttori del gioco.


E la luce che va e che viene, a preannunciare nuove catastrofi con scioglimento quasi immediato.


E c’è uno Spannung sessuale,


e poi un momento in cui il superamento di singoli drammi privati


sembra riportare un Senso più fiducioso


ai frequentatori del locale.


Là ci si ritrova, alla fine.


L’irruzione di una banda di suonatori chiassosi e allegri


pare simboleggiare un nuovo inizio, ma la vita è un insieme di frammenti,


e una continuità preventiva non ci è mai data di sapere.


AVVERTENZE. Ci sono scene forti, ma mica è un film pornografico.


Mandate a letto i vostri bambini, previa fiaba, poi, piazzatevi sul divano,


patatinepopcorn e accendete il lettore.


 






I' m easy, Keith Carradine


(Domanda: ma quanto era bello Keith, nel film di Altman, mentre cantava questo pezzo? ) :*

sabato 13 ottobre 2007

Una bottiglia e un messaggio smarrito



Una bambina,


 caparbia,


su una spiaggia, distante da tutto.


Da tutti. E’ intenta in un rito che gli altri, forse, non capirebbero.


E, comunque, non è rivolto a loro,


che sono vicini, familiari, volti dai quali ha già succhiato tutto.


Arrotola foglietti di carta, ha una busta di bottiglie, quelle per la salsa,


e tappi di sughero. Tanti. Un foglietto accuratamente arrotolato,


una bottiglia. Nel primo c’è una domanda importante, “Dio esisti?”,


alla quale nessuno ha mai saputo rispondere.


Neanche il prete del paese, che, tutti dicono, ha già tre o quattro figli.


La bambina caparbia ha molte altre domande e, su quel lato di spiaggia, ci passerà le ore.


Del mare l'attira il fatto che è un posto grande, e può contenere tante parole, quelle che a lei piacciono tanto,


“straniero”, “lontano”, “sconosciuto”,


o quelle lunghe lunghe come: “impercettibilmente”, che associa al movimento della volpe,


di notte, mentre si sente il fruscio delle foglie, ma il suo passo no.


E’ così che, dice il nonno, si mangia tutte le  galline.


“Amabilmente”, invece, è una brioche appena sfornata, con lo zucchero a granelli, un po’ dorato.


“Amabilmente” è il gesto che la porge, ogni mattina, prima della scuola.


La bambina caparbia, oggi, ha un blog, e continua a scrivere parole verso


volti lontani, stranieri, sconosciuti.


Non fa più tante domande,


forse, invece, tira le somme, in messaggi molto meno lucidi di allora.


Non cerca il senso.


Però le piacciono le parole che ritornano,


che, a guardarle bene, ci vedi delle voci lontane,


delle luci straniere,


un modo di appoggiarsi al mondo “impercettibilmente sconosciuto”.


A volte, qua e là, a gustarle, le parole che ritornano hanno il sapore di brioche.


Con lo zucchero a granelli, un po’ dorato.





Angelo Branduardi, Se tu sei cielo

giovedì 11 ottobre 2007

Umorismo grigio-nero


(Compito in classe: descrivi l’elemento più bizzarro della tua famiglia)



So di certo quale sarà la mia fine.


Io e Papi moriremo spiaccicati sulla statale 107, affrontando una curva tutta a sinistra,


o in fase di sorpasso multiplo ( 5 o 6 camion, di fila).


Papi è l’autista volontario, che tutti i giorni mi porta a scuola


e mi viene a prendere.


Ha 74 anni, ma guida come se ne avesse 21 e mezzo, con la spericolatezza del principiante


ormai svezzato.


Gli viene persino il labbro inferiore pendulo, per la concentrazione,


e sembra l’uomo, dopo Bush, più importante del pianeta.


Infatti, ha sempre fretta,


e fa valere i suoi diritti sapete come?


Prendendoseli.


Per cui, se, ad uno stop, lui ha la precedenza, se ne infischia altamente che l’altra automobile


abbia già invaso la corsia, la mano sul clacson,


il piede sull’acceleratore, e via…


E se io, sull’orlo del collasso cardiocircolatorio, mi metto ad urlare: “Papàààààààààààààààààààààààààààààààààà”,


lui si gira verso di me e, mentre la macchina se ne va per conto suo,


tranquillamente mi risponde: “Oh, statti zitta, ma che vuoi?


Lo vedi quanti disonesti ci sono sulla strada?”.


Papi, però, è forte, sempre in anticipo,


e, quando io esco da scuola, lo trovo già all'ingresso:


sta lì da mezz’ora, a discutere con il bidello Silvio


delle ingiustizie del mondo.


Se capitate da queste parti, e se incontrate una Yaris grigia 1300 benz,


con un tranquillo signore tutto imbiancato e una donna con gli occhi


resi ipertiroidei  dalle quotidiane disavventure viarie,


per l’anima dei morti,


spostateviiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.



J




























Lucio Dalla, Nuvolari