Per te
Marialetì, oh, siediti, che ti voglio parlare un po’. Ci vogliamo bene da 12 anni. Ricordi? Ci siamo conosciute nella mia creperie ambulante, che passò, dal settembre ’96 in poi, di paese in paese, di sagra in sagra, portandosi dietro Miles Davis, Theolonius Monk e tutti i miti del jazz.
Ultimamente, me lo fai capire spesso che provi un certo dolore nel vedere che io, io che scritto tanto, per te non ho buttato giù neanche uno straccio di lettera, o due parole che, al di là di noi, rimangano.
Tre giorni fa sei passata da casa mia, a sorpresa, come fai sempre tu. Solo che, questa volta, mi hai trovata arrampicata sulle scale, in piena crisi isterica, ché le gambe non ne volevano proprio sapere.
Su di esse ti sei piegata, le hai accompagnate ad una ad una, gradino per gradino. Poi, mi hai portata in bagno, dicendo con il tuo sorriso, : “Oggi, niente storie, ti aiuto io”
E mi hai lavata, partendo dal collo, dalle ascelle, dai seni. I piedi no, non volevo, non volevo farti abbassare, ché eri vestita di un viola elegante, compresi il foulard e gli orecchini. Ma tu te ne sei fregata altamente, hai messo le ginocchia sul marmo blu, dicendo: “Oh, guarda che è arrivata l’ora di farti la ceretta”. Là abbiamo cominciato a ridere, senza isterismi, quella risata nostra, coinvolgente, che trascina pure le cose a ridere con noi. Non ti ho protetto più, e neanche mi sono vergognata di farti vedere come sono cambiata in questi anni, quanto bisogno c’è ora, nella mia vita. Quando hai finito con i piedi, siamo rimaste ancorate in quel cavolo di bagno, a ricordare i nostri frammenti di vita insieme. Perché io e te ne abbiamo fatte di cose scloncludenti, divertenti, “SCIANCATE di ogni logica”. Come quando, in pieno agosto, ci siamo chiuse in un cinema di primo pomeriggio, a vedere la copia restaurata di Arancia Meccanica, così, giusto per tenere fede al nostro essere cinefile incallite. Solo che, all’uscita, la città era troppo assolata, troppo deserta. E, complice l’inquietante film, abbiamo cominciato a correre, a correre, a correre, allarmate, senza una direzione. Come, apparentemente, vanno ancora le nostre vite.
Ecco, tre giorni fa, e chissà quante altre volte in questa, in tutte le nostre esistenze, il tuo fiato amico, il tuo amore mi ha “salvato”.
Marì, quei tuoi gesti discreti, spogli di ogni seppur minima ridondanza, di ogni ansia di “ritorno”, valgono per me più di 180.000 mila, bellissime parole.
Ecco, l’ho sempre pensato. Ora, te lo dico.
franco battiato, carmen consoli, tutto l'universo obbedisce all'amore










