domenica 30 novembre 2008

Per te



 


Marialetì, oh, siediti, che ti voglio parlare un po’. Ci vogliamo bene da 12 anni. Ricordi? Ci siamo conosciute nella mia creperie ambulante, che passò, dal settembre ’96 in poi, di paese in paese, di sagra in sagra, portandosi dietro Miles Davis, Theolonius Monk e tutti i miti del jazz.


Ultimamente, me lo fai capire spesso che provi un certo dolore nel vedere che io, io che scritto tanto, per te non ho buttato giù neanche uno straccio di lettera, o due parole che, al di là di noi, rimangano.


Tre giorni fa sei passata da casa mia, a sorpresa, come fai sempre tu. Solo che, questa volta, mi hai trovata arrampicata sulle scale, in piena crisi isterica, ché le gambe non ne volevano proprio sapere.


Su di esse ti sei piegata,  le hai accompagnate ad una ad una, gradino per gradino. Poi, mi hai portata in bagno, dicendo con il tuo sorriso, : “Oggi, niente storie, ti aiuto io”


E mi hai lavata, partendo dal collo, dalle ascelle, dai seni. I piedi no, non volevo, non volevo farti abbassare, ché eri vestita di un viola elegante, compresi il foulard e gli orecchini. Ma tu te ne sei fregata altamente, hai messo le ginocchia sul marmo blu, dicendo: “Oh, guarda che è arrivata l’ora di farti la ceretta”. Là abbiamo cominciato a ridere, senza isterismi, quella risata nostra, coinvolgente, che trascina pure le cose a ridere con noi. Non ti ho protetto più, e neanche mi sono vergognata di farti vedere come sono cambiata in questi anni, quanto bisogno c’è ora, nella mia vita. Quando hai finito con i piedi, siamo rimaste ancorate in quel cavolo di bagno, a ricordare i nostri frammenti di vita insieme. Perché io e te ne abbiamo fatte di cose scloncludenti, divertenti, “SCIANCATE di ogni logica”.  Come quando, in pieno agosto, ci siamo chiuse in un cinema di primo pomeriggio, a vedere la copia restaurata di Arancia Meccanica, così, giusto per tenere fede al nostro essere cinefile incallite. Solo che, all’uscita, la città era troppo assolata, troppo deserta. E, complice l’inquietante film, abbiamo cominciato a correre, a correre, a correre, allarmate, senza una direzione.  Come, apparentemente, vanno ancora le nostre vite.


Ecco, tre giorni fa, e chissà quante altre volte in questa, in tutte le nostre esistenze, il tuo fiato amico, il tuo amore mi ha “salvato”.


Marì, quei tuoi gesti discreti, spogli di ogni seppur minima ridondanza, di ogni ansia di “ritorno”, valgono per me più di 180.000 mila, bellissime parole.


Ecco, l’ho sempre pensato. Ora, te lo dico.


 


 




franco battiato, carmen consoli, tutto l'universo obbedisce all'amore

mercoledì 26 novembre 2008

L'autocensura di sempre. :)



Certe volte, io vorrei chiamarti "amore".





Ma, poi, sto zitta.




Si nascondono le aquile nel volo.





Andrea Parodi, No potho reposare


lunedì 24 novembre 2008

Se avessi un figlio, io gli direi così.


(E lui mi manderebbe a quel paese, ovvio, lo so. :) )



Assordante, ripetitivo, noioso


“…il ritmo di una lingua usata più per nascondere che per parlare…”.


VUOI RACCONTARE QUALCOSA? E RACCONTALA, NO. INVECE, TU CHE FAI? GIRI A DESTRA, POI VAI A SINISTRA, SALI IN ALTO, SCENDI GIU’, COMINCI UNA DIGRESSIONE, E NE INSERISCI UN’ALTRA. CE NE METTI ALTRE DUE, SI’, SI’, SALTI L’INTRODUZIONE, MA PREPARI LA PREFAZIONE,  SCRIVI SENZA CAPPELLO, POI SCRIVI CON I GUANTI, ENUNCI LE TUE TEORIE, TI SALTANO I SENTIMENTI, RIPRENDI I SENTIMENTI, SI PERDONO LE TEORIE. NA ‘MBOINA E’. Calmati, ia’. Beviti un bel caffè. Poi fatti una scaletta: che cosa voglio dire? A chi? Perché? E soprattutto: qualcosa da dire io ce l’ho? No, figurati, quello non è un problema, tutto si può inventare. Ma, per carità, non ti lanciare subito in periodi lunghi, lunghi: 4 principali, 80 subordinate, sei Cicerone, tu? Proust? E allora…Soggetto, predicato, complemento. e punto. Ancora: soggetto, predicato e complemento. E punto. Dentro, a poco, a poco, ci ficchi un’ideuzza, pure una cosa piccola, bella, pulita, chiara. E la complessità? La complessità? Già, quello è un gran bel problema…Wè, peccerè, tu potresti avere pure ragione, ma non t’illudere, e non ti illudere no,  che se tu scrivi in modo che non si capisca un cazzo, sei l’essere più complesso, profondo, affascinante. Una mania questa è: corteggiare l’Oscuro, l’oscuro, l’oscuro. La complessità è una faticosa conquista. Intanto, vuoi far ridere? Vuoi far piangere, far riflettere o fare cosa? E allora, se ti rileggi, ti devi scompisciare, commuovere, devi connettere i fenomeni, ad uno ad un uno. Per primo, tu. Altrimenti, non ti illudere, ti stai parlando addosso e forse non ti capisci neanche tu. LECITO. Ma non venirmi a raccontare che vuoi comunicare attraverso la scrittura. Comunicare che? Anche lo smarrimento, per smarrirsi veramente, ha bisogno della cura che poni alla tua mente, tra le tue dita. Gli artisti sai che fanno? Ti trapanano la testa, il cuore, il fegato, forse pure la colicisti. Ti regalano parole che creano delle immagini, vive, vive quanto può essere il tuo sorriso, qui, ora. Se parlano del mare, il mare tu lo vedi, lo senti, lo tocchi, annusi quell’odore di salmastro che lasciano le onde, e sudi, sudi, cercando di fuggire via dal morso dello scirocco. Che dici? Vuoi diventare un artista pure tu? E allora cominciamo, su, su: soggetto, predicato, complemento, magari punto e virgola, al momento, niente di più.  


:)                                                                                                                                          


 


 



N.C.C.P., 'A rumba de' scugnizzi.

Fiore e Marialaura


(a.s. 2004-5)




 


 


Tutti gli altri sono convinti che nessuno dei due sia una cima…


Fiore è capitato nella nostra scuola, dopo un triennio di media in cui ha avuto un insegnante di sostegno. Fiore è alto alto, allampanato, con due occhi un po’ cisposi, protetti dagli occhiali spessi spessi. I capelli sono di un biondo un po’ rossiccio,  tinto e innaturale. Mi ha colpito subito perché, già dal primo giorno, ha abolito ogni frontiera  di ruoli, chiamandomi:”Signò”.


Maria Laura ha un sedere enorme, i capelli nerissimi corti corti, i denti resi grigi dai sogni già appassiti di quindicenne rassegnata…Si ricopre di tute spesse e di scarponi abbottonatissimi:  mi chiedo spesso in quale angolo del  corpo sia naufragata la sua  femminilità..


Maria Laura piange spesso, ride ancora più spesso e, se si arrabbia con qualcuno, gli toglie il saluto  de-fi-ni-ti-va-men-te. Non vive molto la classe. Vive solo in simbiosi con Ida. Quando si muove è un carrarmato, ma i suoi compagni non osano non volerle bene. Per la sua genuinità.


Fiore mi ha raccontato che, alle elementari, è stato bocciato due volte, che la  scuola è molto complicata, che non capisce nulla  e che è meglio per lui accudire i maiali di suo padre, costruire casette per i presepi, infilare catenine con le perline, cantare nel coro della chiesa. “Ma più di tutto, Signò, mi piace cucinare”. Fiore, vedendomi zoppicare, abbarbicata al mio bastone, mi ha "consolato", parlandomi  dei suoi interventi all’anca, che gli hanno procurato una curiosa e complicata andatura a ypslon.


Lui  non vive affatto la classe. Ogni tanto va in bagno a fumare, poi ritorna, appoggia la testa sul banco e si rifugia nei suoi lunghi sonni di ragazzo più che giusto.


Quando scrive, è davvero allarmante perché è uno specialista nel costruire orrori ortografici e grammaticali, talmente clamorosi che, da subito, ho pensato: questo ragazzo è  un artista! Quando si muove è un carrarmato, ma i suoi compagni non osano non volergli bene. Per la sua ingenuità.


Nei miei momenti peggiori, di crisi personali, di “amori non ancora cominciati e già finiti”, di solitudine lancinante, di scazzi con i colleghi, di progressione della malattia, Maria Laura, classe 2C, diventa ancora più silenziosa, timida e preoccupata, mi guarda con occhi accoglienti, chiedendomi sottovoce:”Professorè, volete aiuto?”


Nei miei momenti di pianto, di accorata ricerca di un minimo di senso per arrivare al giorno successivo, nei sogni di vita che vorrei loro passare, traditi dagli squilli dei telefonini, Fiore, classe IB, si avvicina: “Signò, si vede che non state bene, che avete bisogno di parlare. Ià, sfogatevi con me, poi  vi sentite meglio…”


Insomma, li ho avuti intorno tutti e due per un intero anno, pronti ad offrirmi il loro aiuto ricco di un’altra grazia, carichi di occhiali spessi, di carrarmati, di tenerezza.


Molto mi hanno preoccupato, loro così capaci di percepire il mio “mondo ” e così incapaci di gettarsi nella mischia per costruire se stessi.


Perciò, ho cercato spesso di svegliarli, di prepararli alle cattiverie del mondo, rifiutandone, qualche volta, le mani: le avessero impiegate a cercare per loro un qualche piccolo, minuscolo grado di indispensabilità, di indispensabilità, sarebbe stato molto meglio.


Macché…niente.


Fiore, pluribocciato di I B, e Maria Laura, ragazza cannone di 2C, hanno continuato a dispensarmi cura e determinate, accortissime attenzioni.


Una mattina è successa una cosa strana.


“Giornata della creatività studentesca”, nel cortile della scuola: murales, canzoni, la musica regalata dal mio collega-amico Castello, le tarantelle e gli ola. Nell’aria, una cascata di odori di tarda primavera, nel cuore la voglia di liberare tutte le gabbie, dimenticarsi  dei conflitti, lasciando correre  momenti un po’ così,  anarchici e casuali, senza bloccare niente.


Fiore costruisce catenine, Maria Laura disegna nuvolette.


E, fin qui, tutto normale…


Poi, sulle note di una famosa canzone di Jovanotti, me li sono visti davanti, abbracciati…Fiore-occhicisposi accarezza i fianchi enormi di Marialaura-cannone, entrambi si girano verso di me all’unisono, ridendo come matti: "Professorè, volete aiuto?”


Il loro amore circola nella scuola: si cercano, si inseguono, si scrivono lunghe, sgrammaticate lettere  di passione. Affrancati, finalmente, dai pregiudizi del mondo, affrancati dalle loro paure, affrancati persino da se stessi.


Io li guardo, do qualche piccolo consiglio di scrittura, osservo il miracolo di questa curiosa intesa.


Fiore, la sua camminata strana e Marialaura, farfallina ritrovata.


 


18-05-05


 



francesco de gregori, la donna cannone

Le voyage



C’era la luna quella sera, la città urlava,


ma urlava piano.


Misi nella valigia lo stretto necessario: una scatola di madreperla, con dentro le conchiglie, il sorriso delle cicogne color maestrale, una vecchia barzelletta non tanto consumata, una tartarughina eterna per ricordare la pazienza.


C’era la luna quella sera, un vento placido che accoglieva solo le foglie, la città urlava,


ma urlava piano.


Una vecchia signora fuori tempo batteva i suoi tappeti per mezzo di un sonoro battipanni, con una mano. Con l’altra accarezzava le figlie mandorlate di un’agave ormai appassita.


In macchina accesi la radio e chiusi tutti i finestrini.


La città smise di urlare, risucchiata in un montaggio serio e muto.


Io chiesi, sorridendo, concordia e plauso ad uno dei tanti cieli capovolti, perché venivo, venivo da te.


 



the pogues and the dubliners, jack's heroes

mercoledì 19 novembre 2008

Movimenti  (allegretto, ma non troppo)



 tableau troy henriksen




-mi regali un’immagine di te?-


-senza definizioni? –


-senza-


-allora, ecco, ascolta, mi capita di avvertire certe volte la vita in questo solare, minuscolo assurdo qui: quando i fiori di camomilla si travestono da margherite, gli alberi di ciliegio emigrano, felici, verso Sud. :) –


- si viaggia un po’ questa notte?-


- ci possiamo  provare, amico mio, sì, ma non ti aspettare lunghi discorsi, mi fai ancora un po’ soggezione, e, tra noi due, le cose più belle le dici sempre tu. -


 


 



The Patti Smith Group , People Have The Power

domenica 16 novembre 2008

Bugie, videotapes sì, ma sesso, giuro, no. :)



 


E così, quando mio padre mi chiamò al numero telefonico 06  2323 ecc ecc, dicendomi: bella mia, io vado in pensione, tu hai perduto tempo, hai cambiato facoltà, ok, va bene, va tutto bene, ma adesso il padre tuo non ti può mantenere più,


io,


sì,


io,


continuai tranquillamente a fare quello che facevo già da anni: la venditrice ambulante a Porta Portese, la lavascale nel condominio, l’intervistatrice di medici al Policlinico Umberto I°, le lezioni di latino ad orario variabile, con una sola aggiunta: la donna di fiducia in due appartamenti.


In uno dei due, vedevo solo l’appartamento appunto, ché la signora tornava dal lavoro, si buttava sul letto, sarebbe potuta arrivare pure l’aviazione civile, lei avrebbe continuato a dormire e a russare, vabbè.


Con Roberto, pilota dell’Alitalia, la cosa invece fu molto diversa, fin dall’inizio: l’incipit, si sa,  in un incontro è assai importante: “Puoi venire a lavorare sempre vestita di nero? Un filo di perle ce l’hai? Non ti dispiace, vero, se, mentre tu sbrighi le faccende di casa, io me ne sto qui sul divano a guardarti?” Certo, una sana di mente, in situazioni analoghe, avrebbe sfoderato una scusa potente, poi, con nonchalance, avrebbe aperto la porta, sarebbe scappata e, per respirare, avrebbe percorso almeno un paio di kilometri. Io no. In fondo, gli occhi di Roberto mi sembravano assai tristi, assai, ma buoni. Così, dissi di sì a tutto, prendemmo accordi sugli orari di lavoro, sulla paga, e la volta successiva ritornai nella sua casa conciata come la più brutta delle copie di Audrey Hepburn.


Cominciai dalla cucina, ne aveva urgente bisogno, ruppi subito tre o quattro piatti di quelli raffinati, ma Roberto fece finta di niente, rimase nell’altra stanza a suonare il suo sax. E quel giorno scivolò così, tranquillo, tranquillo: me ne uscii dopo 4 ore, trascinando sacchi di spazzatura, sudata.  Prima di andarmene, però, rimisi i guanti lunghi di pelle nera ed il mio solito sorriso. Nessuna ammazzatina, nessuno stupro, niente di niente, il che, forse, voleva dire che avevo visto giusto.


Per l’incontro seguente, concordammo  la pulizia radicale del grande salone. Roberto, sempre sul divano, sembrava veramente immerso nei cacchi suoi, leggeva l’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, parole tra me e lui  assenti, imperante il rumore di un modernissimo aspirapolvere.


Se, ad un certo punto, mi girai di scatto nella sua direzione, fu solo per quella sensazione strana che provano gli uomini quando si sentono spiati. Roberto aveva una videocamera in mano, mi stava riprendendo. “Robè, scusa, che fai?”  “Ti guardo”. Cribbio, e però tu mica me lo avevi  detto che questo era il  tuo modo di “guardare”, che già l’idea in sé era morbosa, cazzo, Robè, faccio lavori così per mantenermi all’università, mica per partecipare a stupidi giochi esibizionistici, con risvolti che non voglio nemmeno immaginare, e che diamine, un po’ di rispetto! Queste le parole che avrei dovuto dire. Invece, non dissi niente. Mi ricordai soltanto di un film che avevo visto di recente, Sesso, bugie e videotape, ed applicai lucidamente la mia regola di vita principale: rendi utile il Cinema e, quando non sai che pesci pigliare, ispirati ad una delle migliaia di scene che hai visto, scandendo veloce veloce tutti i files. Se non ti stanno ammazzando, hai tempo per impostarne anche il “registro”. Così, mi sedetti vicino a lui, gli chiesi se mi passava la videocamera, gli dissi: “Robè, è evidente che tu hai voglia, bisogno di parlare. Il gioco si inverte: tu mi racconti i tuoi voli, la tua vita, le colorate o cupe catene di pensieri ed i loro anelli mancanti. Io sto zitta e buona, ti riprendo. Giuro, senza interpretare”.


A questo punto, si è capito quale divenne il mio lavoro principale?


Stavo lì, con il macchinario in mano e lui parlava, parlava, ridendo, piangendo, intrecciando storie piccole, grandi, comiche, tragiche, con spazi e tempi intercambiabili, a volte senza finale, ché, a volte, si addormentava prima, ed io ne approfittavo per mettere a posto la sua casa, senza fare eccessivo rumore, senza disturbare: i sognatori, quando sono fragili, hanno bisogno di un’infinita cura.


Di un’infinita cura.


Nei tre o quattro autobus che prendevo al ritorno, talvolta, raramente, mi capitava di chiedermi se ci fosse un motivo preciso per cui la mia vita attirasse sempre situazioni un pochino stravaganti. Ma, la maggior parte del tempo, guardavo fuori la "mia" grande città di Sole e di Vento, sentendomi felice che quel Caos  immenso, quel Caos immenso, contenesse anche me.


 


J



 



wim mertens, close cover


(Le immagini del video sono brutte brutte ( puah), ma il pezzo di Mertens è uno di quelli che mi piacciono di più)

sabato 15 novembre 2008

Due parole dal mio albero



Vivo molto a letto, ma  ho voglia di informarmi. Seguo tutto quello che succede in questi giorni, incazzandomi spesso con quella mia rabbia impotente che, al momento, tenta soltanto flebili tracce argomentative. Prevalgono, ora come allora, l’istinto e la capacità d’immedesimazione.


Mi sento Eluana, suo padre, suo madre, sono i fili invadenti che si sono accaniti contro una morte già avvenuta, ridivento Welby ed i suoi occhi decisi. Quasi mi sento in un osservatorio privilegiato, perché capisco “veramente” il rapporto con la morte e la necessità di trovarsi, almeno di fronte ad essa, liberi, liberi di decidere. “La morte si sconta vivendo”, lo diceva Giuseppe ( Ungaretti n.d.r.) ed io Giuseppe non l’ho mai amato tanto, ma questi versi sì. Se è vero che non è bello maciullare le parole poetiche, cercandone il senso univoco, è vero anche che la poesia  è duttile, si infila nella tua vita solcandone i passi, ed è allora che gli ossimori, come questo, diventano lampanti, più che chiari.


Mi indignano, mi indignano le parole che partono da principi teorici astratti per definire cosa sia la vita, i suoi palpiti, i suoi drammi, mi deprimono i volti di quelle persone che se ne stanno lì, ben protette, lontanissime da ogni forma di confine, lontanissime dalla disperazione quotidiana: non sanno un cazzo, eppure continuano a parlare. Che schifo lanciare vacui teoremi “morali” sulla morte, solo per mantenere un potere politico su di essa, che pena il pianto di un Ferrara. Si parlano, si citano addosso, i media si attrezzano per i prossimi scoops, io sono qui, a guardare la pioggia, consapevole che, un giorno, potrei trovarmi in una situazione analoga ( a dire il vero, mi ci sento già). Rimbambisco mia madre, mio padre, persino il cane con ipotetici testamenti biologici, al punto che loro mi ripetono: “Basta, non dirlo più, abbiamo capito, il concetto è chiaro”. Momenti come questo richiederebbero il Silenzio, il Grande Silenzio, quello che ognuno potrebbe utilizzare al meglio per sentire dentro di sé il film della propria esistenza, dall’inizio alla fine, immaginandone possibili, drammatici imprevisti, con il sollievo, quasi la speranza, di poter decidere, in questo mondo amorale di stratificazioni sempre più impotenti, sì, decidere cosa, della nostra vita, sia più giusto fare.


 



giorgio gaber, non insegnate ai bambini

venerdì 7 novembre 2008

"Ricomincio da capo"




foto marianne breslauer



Copioni ripetuti.


Vite che leggono, everyday, delle  battutacce scontate. Sempre le stesse.


Mi aggiro e guardo, dormendo un po’, un po’ cercando.


Oggi, per es., se incontrassi la luna, mi siederei su una  panchina di cartone sotto un tiglio e, balbettando, le parlerei dei panni di stanchezza messi a posto ad uno ad uno, facendo attenzione alle solite pieghe, uguali, identiche a quelle del giorno precedente. Uguali uguali? Dai,  forse no. Più propense a battute quasi comiche con l’irrequietezza.



 



vinicio capossela, non c'è disaccordo nel cielo.

mercoledì 5 novembre 2008

Barack



Bene. tu hai ben altro a cui pensare, ora. c’è un’intera parte di mondo che da te si aspetta l’impossibile, fiduciosa nella  tua faccia energica e pulita. Martin Luther King, Malcom X, in te, oggi, rivivono, rivivono gli sbandati della terra. Bel carico, vero Barack? Che folle, meravigliosa responsabilità.


I grandi poteri, le lobbies cercheranno di strangolarti in tutti i modi, probabilmente faranno di tutto per ammazzarti. Caro Barack, non deluderci, non deluderci. Tu, oggi, sei stato l’unico motivo per alzarmi. Mi hai spinto ad "esserci", a lavarmi, a combattere la fatica del mio corpo che sta male, e vorrebbe solo riposare definitivamente. Anche lui, però, sente, come tutti, il riflesso di un evento intelligente. Di questo gode. In questo respira. Barack, dal mio sperduto angolo di sud, ti volevo dire solo questo: voglio resistere per vedere se e come tu riuscirai ad invertire le antilogiche balorde del cuore e della mente. So che ci proverai, le terre, i deserti, i mari, i cieli vuoti degli uomini hanno urgente bisogno di nuovi Segni. Solo segni umani. “Umano”, Barack, lo sai benissimo tu, è una parola generica, svilita, ma potrebbe ritornare ad essere molto, molto di più…



http://it.youtube.com/watch?v=_GM7Mx6CcDQ

domenica 2 novembre 2008

Aporia. Una parola dura, ma bellissima.





Scrittore, dimmi qualcosa su di noi che possa cambiare la nostra vita,


poesia di un’aporia, di una strada senza uscita.


 - O torni indietro, o guardi in alto, o ti affidi a due venti laterali che ritornano con la sabbia del deserto. E, nell’aporia, ti siedi, aspetti che qualcun altro arrivi per fare due chiacchiere sul mondo, prendendo appunti, se ne vale la pena, se no, nell’aporia, sbucci patate da cucinare con il pollo, coltivi il cactus, rubi qualche parola difficile, dai sensi millenari, che giri e rigiri nella testa, senza esaurirsi mai. Potresti farti dio, inventare una nuova religione, nell’aporia, canticchiare un motivetto francese degli anni ’30, stendere le lenzuola lavate con residui di preziosissimo sapone della nonna, mangiare un melograno rosso rosso che tinge lingua e mani, il cuore no, quello rimane azzurro.  Certe volte, anche nell’aporia, si insinua un profumo strano, non eccezionale, non unico, solo diverso. Vicino, ti ritrovi un albero che prima non svettava, parole nuove non ancora consumate, una bocca che non si limita a snocciolare degli eventi, due occhi vispi che si riaccendono di notte, con l’intermittenza delle lucciole, il disegno confuso di un Oltre, che è dolce immaginare. Costruisci trame con la pazienza delle trottole, gli impossibili tempi  si spezzano dalla lunghezza, il sonno arriva, le ore aderiscono, tranquille, alle avanguardie del blu. -






Amy Winehouse, moody's mood for love