sabato 27 dicembre 2008

Curriculum scripturae


(Anche se didascalico, mi serviva assai scriverlo)



Fu il maestro delle elementari, don Peppino, a convincermi che possedevo il dono della scrittura. Io lo seguivo, soprattutto quando mi spingeva a cominciare le mie storie descrivendo angoli inusuali che, apparentemente, con le storie, non c’entravano proprio niente. E poi diceva quell’altra cosa bellissima, tu, quando scrivi, devi diventare un albero, sentire le radici che scendono giù giù in basso, nella terra, e, contemporaneamente, essere  i rami che aderiscono ai venti, nelle varie stagioni, un albero d’autunno, un albero d’inverno, un albero di primavera, un albero d’estate, un albero con la penna che, nei momenti di grazia, sente tutto dentro di sé, e sa descriverlo.


Lo ripeteva spesso anche ai miei, questa bambina dovrà fare studi classici, se sarà necessario, la seguirò io.


Mi rimbambiva, portandomi le vite dei grandi scrittori, spingendomi a leggerle, mi ci interrogava pure e, durante le prove di scrittura, mi metteva in un banchetto a parte, ora cerca l’albero. Io non sempre lo trovavo, certe volte prendevo tempo, mi grattavo la testa, scrivevo bigliettini osceni da lanciare ad Antonietta, che si scandalizzava sempre, per qualunque cosa. Alle sue sollecitazioni, rispondevo cose così: “Maestro, le radici del mandarino si sono impigliate nella terra, non sanno più che direzione prendere.” E lui: “Tranquilla, c’è tempo.”.


Le medie furono normali, senza particolari vibrazioni di venti e di alberi. Anzi, emerse una certa propensione alla scrittura comica. Non appena l’insegnante di italiano me ne dava occasione, utilizzavo tutti i personaggi di casa mia, caricaturalizzandoli senza pietà. Nelle letture corali in classe, ascoltando le cose mie, ridevano tutti, io mi sentivo felice e salva, tanto che, su quegli scritti, cominciammo a farci  teatro, nella palestra della scuola, e venivano anche i miei, che un po’ ridevano, un po’ piangevano, vedendo sputtanate tutte le loro  cose.    


Il ginnasio ed il liceo furono terribili: emerse la scrittura incomprensibile, quella fumosa, quella che parla parla e che non dice niente, senza teatro, senza stagioni, incastrata in una calligrafia anch’essa incomprensibile, bollata, da tutti, come irrimediabilmente criptica, IRRIMEDIABILMENTE.  Nessuno ci provò mai a dirmi come dovevo scrivere.


Così, non scrissi più, per anni.


L’università: dopo gli anni sprecati nella facoltà di chimica farmaceutica, di cui a me non fregava proprio un accidenti, cambiai verso le LETTERE, il cinema, il teatro…insomma, tempo perduto per tempo perduto, almeno facevo quello che piaceva a me. Il primo corso che seguii fu Storia del teatro e dello spettacolo, ed il professore, mite e piiccolo di statura, dava un senso di sicurezza, c’era una costante, pacata ed ironica passione nelle cose che diceva. Eravamo pochissimi, 16 cristiani tutti colorati, mi preoccupava solo una cosa che ripeteva spesso, Meglio così, meglio essere pochi, potremo lanciarci con più facilità nelle sperimentazioni.


Un giorno se ne venne  tutto entusiasta: nel nostro teatro Ateneo è finalmente arrivato l’”Hamlet Machine” di Heiner Muller. ORA, ora vi dico cosa dovete fare: andate a vedere lo spettacolo, da soli, o in gruppo, toglietevi dalla testa ogni velleità di critico teatrale. Dovete diventare tabulae rasae, mantenete solo le vostre emozioni, guardate davanti, la scena, ma cercate, cercate di percepire cosa succede intorno, c’è anche lo sguardo degli altri, non lo dimenticate. Una volta usciti, non fate passare molto tempo, scrivete, scrivete tutto quello che vi si affolla dentro, anche se sembra irrazionale, anche se sembra aderire poco a ciò che avete visto…lunedì prossimo, ci ritroviamo qua, per una lettura corale.”


Là intravidi la fine della mia carriera universitaria, appena ricominciata, con quell’ombra diventata ormai voce nella mia testa: “Maledetto, perché scrivere, io non so scrivere, non so scrivere, non ci andrò, anche qua dentro non ci rimetterò più piede…maledetto, perché…”


Invece ci andai, da sola, quella sera stessa.


Amleto trasferito a Berlino, durante la seconda guerra mondiale, Amleto che, ad un certo punto, diventa Ofelia in abito da sposa e si lancia in un vitalissimo valzer, mentre ai suoi piedi si affollano uomini morti, nel rumorio atroce di aerei e di bombe che cadono, che cadono, che cadono…..questo lo spettacolo e molto altro ancora.


Davanti al Verano, mitico cimitero di Roma vicino l’università, al ritorno, aspetto il tram e osservo il bar degli studenti sempre affollato, sempre caciara, sempre casino, il luogo-emblema della vita giovane…attaccata ad esso, una delle più famose agenzie di pompe funebri: è mezzanotte ma è chiaro che questa notte, come tutte le altre notti,  essa non chiuderà, non chiuderà.


Tiro fuori il quaderno, la penna, comincio a scrivere proprio così: “Le pompe funebri sono aperte anche di notte…”E diventa tutto lampante: quell’accozzaglia sperimentale dell’Hamlet Machine parlava proprio di questo: la contemporaneità indifferente, crudele, “NATURALE” della vita e della morte, la contemporaneità.


Quella notte scrivo, scrivo, ribatto le parole in bella copia con la macchina da scrivere del mio amico M. che è provvista solo di nastro rosso, l’altro è finito. Lunedì, a lezione ci porto pure lui, ché dovrò leggerla ‘sta cosa e M. sa farmi sentire sempre meno sola.


Il prof, quando tocca a me, mi ascolta con grandissima attenzione, fa un sacco di domande, io rispondo impicciata tutta rossa, poi mi dice quelle parole-salvezza che non dimenticherò: “ Bene, signorina T., lei ha accolto in pieno la mia provocazione, ha ricreato l’altro spettacolo che io volevo avere, si sente, si sente davvero che lei ha il dono della scrittura.”


Quello fu solo l’inizio di una lunga sperimentazione con la scrittura-teatro, con i laboratori collaborativi tra studenti, con  il “maestro” nuovo oppure ritrovato.


M. mi chiede sulle scale della facoltà di lettere come mi sento, come sto. Io rispondo soltanto: “Bene, benissimo, dopo tanti anni, troppi, finalmente, sta ricrescendo il mio albero. Ora è un ciliegio. Lo vedi tu?”


:)


 



Paolo Conte, Cuanta pasion

25 commenti:

  1. sei fortunata, a me dicono sempre che sono un pero

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  2. Jonny, il pero è comunque un albero dignitoso.

    :))

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  3. ci sono cose belle, che vengono usate per descrivere qualcosa, un modo, un capacità, come è qui per gli alberi.

    poi, ci sono cose che sono come sono, ed accostarle ad altre cose è gesto quasi inutile, poichè non ci si avvicina davvero.



    se posso dire una cosa ( e posso, lo so, anzi, lo faccio anche senza saperlo davvero ) credo che ci sia un modo, oltre la scrittura, oltre altre forme di arte, che è come una redenzione.

    pur piccola. qualcsoa che sana. qualcosa che chiunde piccoli spazi. non tutto, forse, ma molto.

    l'aria che c'è qui, ad esempio. è una cosa così, come medicale.



    non danno pagnotte, ma ci son gli alberi del pane.

    questa è l'aria che c'è qui. di pane.



    non esiste, ma esiste da ora. eccolo, l'albero del sale. questo è quanto cresce nei solchi di certe scritture.





    chi deve capire, capisce. chi no, al diavolo

    ;-)

    mars per tutti, offri tu, miss Renata.







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  4. Io, il tuo albero l'ho sempre visto, te l'ho detto e quindi ammetti finalmente di essere una grande scrittrice :)

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  5. Mia cara Renata, a te è servito scriverlo. A me è servito leggerlo. Moltissimo.

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  6. a volte gli alberi non sanno d'essere alberi

    poi mettono ciliegie

    ...dolci e aspre ciliegie

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  7. io sono una pinta selvatica, che cresce un po' come tira il sole, un po' come piove, a volte bene a volte male, ma d'altro canto tutti hanno sempre detto che son portata per le materie sceintifiche, quindi forse sono io che sbaglio a incaponirmi ;-)



    Buon tutto René, ci son poco ma ti penso spesso

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  8. [regina dell'assenza.io.mi perdonerai renèè?]

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  9. Renatì, si 'na marra!!!

    Mò mi spiego il tuo "sono seduta sull'albero e..." se vai sul mio blog c'è un regalo per te

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  10. E allora, scrivi!

    Tu hai il dono.

    Io mi compiaccio della mia prosa filosofica elegiaca e delirante. Spero chiara. Traduco pensieri. Non è ancora scrittura. Sto all'inizio. Cerco di rendere la scrittura femminile che è in me: Ombra e Delirio, Autocoscienza e Confessione.

    Ti leggo diligentemente e godo.

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  11. In mente ''Ci vuole un fiore'' testo di Gianni Rodari voce Sergio Endrigo...





    Un bacio....(Bellissimo post...)

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  12. Come una fattucchiera paziente, ti vedo là fuori, rimescoli una terra pescosa. Fili di nebbia e fumo fra i rami ti si impigliano nei capelli, mentre ti muovi delicatamente tra le righe: dita macchiate di inchiostro e nicotina.

    Scrivi.

    Lascia che ci siano solo la terra, i semi, le radici.

    E, poi, il raccolto.



    Giardinaggio magico? Sorrido.

    Ciao Dickie.



    Costanza

    :***

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  13. Io ho visto una panta di gran tirco, va bene lo stesso, signorina diciche?

    :)



    A parte gli scherzi ho letto un gran bel testo che parlano di immagini e di parole, di parole immaginate e di immagini parolate, di parti parlate, di libertà di parola. E del grado zero del tetro, tra l'altro.



    Io non ho cominciato a scrvere presto, la pittura è stata la ma compagna per anni, poi ho appso il pennello alchiodo.



    Sono uno che scrive con i colori e che dipinge con le parole. O almeno ci provo.

    E provando e riprovando non credo di essere così riprovevole!



    Buongiorno

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  14. Errata Corrige:



    Ho visto una pianta di gran turco ( non un ciliegio :)), va bene lo stesso, signorina diciche?





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  15. io ci ripenso spesso al tuo maestro sai rena?

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  16. Sono stata pigrissima in questi giorni.

    Ma qua voi tutti avete lasciato bellissime parole.

    Inanzitutto, volevo dirvelo e ringraziarvi, sì.

    :)

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  17. 15 miliardi di anni fa il big-bang. i frammenti dell'universo si avviano a darsi un ordine.

    2 milioni di anni fa, in africa: conquista della stazione eretta e nascita della mano umana. quella che lavora

    100 mina anni fa il linguaggio umano fa il suo salto evolutivo.

    3500 avanti cristo: il linguaggio evolve nella scrittura

    dopo ci siamo noi, o meglio le generazioni che ci hanno preceduto.

    è con il linguaggio che diventiamo esseri relazionali.

    pensa che cosa vertiginosa.

    ogni volta che prendi in mano una penna o ti accosti ad una tastiera, tu presentifichi dentro di te questo processo evolutivo, propiziato anche da qualche buon maestro.

    perchè non educhiamo il linguaggio senza bravi maestri (un applauso a don peppino!)

    per il resto mi metto in coro con gabriele e faccio eco a quello che lui ti sussurra: ...e allora scrivi ... hai il dono .. assecondalo ...

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  18. "perchè non educhiamo il linguaggio senza bravi maestri (un applauso a don peppino!) "

    Caro Amalteo, due anni fa, quando don Peppino Via "decise di andarsene" l'ultimo canto per lui toccò proprio a me scriverlo. Uscì fuori limpido ed armonioso e lo chiamai così: "Il grande noce".

    :)



    Ai commenti di questo post, risponderò, uno per uno.

    :)

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  19. Io, nel frattempo, ho risposto alla tua domanda. (post del trentuno)



    Bonjour Renée





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  20. Buongiorno, Bò.

    Vista tua risposta. Però, ahi, ahi, manca ancora il testo.

    :)

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  21. Manca il testo perché ho perso la testa!



    :)





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  22. ho letto ed ho sentito un senso di pace e di rivelazione, e mi ritrovo nelle parole di ramificazione. questa e' una bellissima storia. il tuo modo di scrivere e raccontare mi si scioglie dentro come un quadro. penso pure agli esperimenti di scrittura, per me nascosti a dire il vero. e poi un ricordo tenero che mi e' venuto in mente: avevo 5 anni e mi portarono ad una mostra. c'era in esposizione un albero di Klimt, l'abero di pere. all'asilo avevamo una stanza per dipingere, con tanto di cavalletti enormi e pennelli e tempere. si poteva dipingere per davvero e liberamente. cosi' io feci una versione dell'albero di pere. un po' il mio albero :)

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  23. Ludovica, anche questa tua è una bellissima storia. :)

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