-Professoressa, ma, secondo voi, qual è una delle più belle frasi d’amore che siano mai state scritte?-
- C’è un uomo e c’è una donna, una notte in un bosco.
La luna è piena, nell’iconografia degli amanti la luna è sempre piena.
Si guardano, si cercano nella pelle, nell’anima, nel corpo, intorno tutto è trasfigurato, perché l’amore questo fa, trasfigura.
Il vuoto diventa calmo, dorato, i silenzi necessari,
lei però percepisce una frequente tendenza alla “distrazione”
negli occhi dell’uomo, che spesso si perdono verso l’alto, verso il basso, tutt’intorno.
E, quasi ansiosa, gli chiede: “Dove sei?”
Lui risponde, pacatamente risponde:
“Io ti stavo guardando altrove”
Ecco, lui è Pelléas, lei Mélisande,
in una storia dal finale triste,
ma una storia con delle bellissime parole d’amore. -
P.S. Il senso dell’Altrove non è stato necessario spiegarlo.
Miracolo dell’amore: l’hanno capito subito.
J
Nina Simonne, Everyones gone to the moon
mercoledì 30 gennaio 2008
Passaggi
Se là sopra hai delle parole che è fondamentale che io legga,
fermati un attimo.
Se là sopra hai delle parole che, a regalarle, potrebbero ancora
smuovere i mondi perduti di qualcuno,
fermati un attimo.
Se là sopra hai delle parole che amano cantare,
nei bassifondi di qualche strada triste,
fermati un attimo.
Altrimenti, vai, corri veloce,
segui il tuo destino di cosa di carta.
Non vedi quanto smarrimento?
L’anima ha bisogno di
qualcosa che resti
e che risuoni.
Fabrizio De Andrè, Un matto
lunedì 28 gennaio 2008
Amico mio
Sai, amico mio,
quando ti svegli di soprassalto la notte?
E trovi lui, là, che ti guarda e tu ti lasci tranquillamente frugare negli occhi gonfi,
perché in quello sguardo c’è tutto l’orgoglio di chi ribadisce a se stesso la felicità di una scelta,
ci sono i cieli d’irlanda,
il topolino che ha attraversato sulle strisce,
il riflesso attenuato delle vite che si sono messe di traverso,
ci sono le ultime parole della sera prima,
in quella storia di carta che finiva bene,
e c’è la morte che ride,
come fosse una piccola, insulsa
battagliera.
No, amico mio, ora non voglio
nulla di meno che questo.
Che questo.
The Everly Brothers, All I Have to do is dream
(mitico pezzo di un passato, passato molto :* )
domenica 27 gennaio 2008
Mulier
donna con sorriso
I misteri
mi piacciono solo nei libri di Conan Doyle,
di E. Allan Poe,
di Simenon,
di Raymond Carver
e di Manuel Vàsquez Montalban.
J
Ivano Fossati, I treni a vapore
venerdì 25 gennaio 2008
"Quattro funzioni vitali quanto i quattro elementi: il piacere, la parola, il pensiero e il prestigio".
J. Baudrillard, Taccuini
Troppe parole grasse
e rotonde, troppe.
Scusa,
conosci
la strada
della sintesi
(quasi ) perfetta?
Franco Battiato, Arrivederci amore, ciao.
giovedì 24 gennaio 2008
Casa di bambola
mercoledì 23 gennaio 2008
Il mito delle origini
foto anne rearick
Voglio imparare a scrivere.
Ho comprato il mio quadernino a 100 lire.
Sulla copertina c’è disegnata una barca di carta rossa.
Comincerò con i paletti.
Roba per fessi, ma le monache all’asilo dicono che si comincia da lì.
Intanto do’ uno scappellotto a mio fratello che ha lasciato sulla pagina l’impronta della tazza con il latte.
Voglio fare in fretta, ché le cose, se non sono nominate con la penna, sembra che non esistino.
Un mese di paletti dovrebbe bastare e forse basteranno solo 15 giorni.
Devo essere seria e faccio la faccia seria.
Però mi viene da ridere se penso che la prima parola che vorrò comporre
è “melanzana”, perché è così che mi chiamavano quando sono nata, melanzana corta e nera.
In realtà, sono viola scuro le melanzane del mio orto.
Forse ci vorranno due mesi, che la parola è troppo lunga.
Forse di meno.
Chissà…
John Coltrane, Greensleeves
martedì 22 gennaio 2008
Specchi
foto Pascal Renoux
Che fai lì, alla finestra, che fa freddo, entra in classe, dai…Sì, un attimo professorè…
Ed io ti guardo, mio specchio. Solo che tu hai solo 16 anni, e io 43, la faccia vispa, tu, io stanca già alle 8 di mattina, ma c’è quella maledetta cosa che ci accomuna e tu sembri averci fatto il callo, io ancora no, e me la meno, faccio l’handicappata, mi faccio spingere su e giù per i corridoi e fuoria fumare la sigaretta delle 11 meno un quarto.
E tu oggi mi confessi che sei innamorata, di fabio della V° C e ogni mattina vicino alla finestra aspetti finché non passa lui. Ed io vorrei proteggerti, sì, vorrei proteggerti da futuri dolori e comincio col dirti che magari è troppo grande, o troppo magro o troppo grasso, o troppo deficiente, per te. Ma tu insisti, e gli occhi ti si fanno larghi e sorridenti, i capelli brillanti, ti agiti tutta su quella sedia in movimento, poi, mi spari il colpo micidiale –ma voi lo conoscete l’amore?-
Lo conosco l’amore, sì, anche se ultimamente sembra sia entrato nella categoria “piccoli miracoli”.
E lo sai che ti dico, mio specchio?
Ama, ama pure, con la determinazione delle cose taglienti,
insisti, mostra i tuoi occhi belli, il tuo sorriso e la tua fame di vita,
sii cagna, ruscello, polvere di marmo, montagna ferma,
collina dolce o piega lagunare,
perla di fiume e cielo, cielo, cielo…
fruga, fruga nel mondo in cerca del tuo spazio,
pesta i piedi a chi, per il solo dono delle gambe, un giorno
si permetterà di guardare te, con supponenza, dall’alto verso il basso.
Urla il tuo amore, urlalo.
E raccogli, raccogli con dolcezza le piccole e delicate minuzie del tuo tempo bello.
Magari non sarà quel fabio lì,
ma un giorno, con naturalezza e gioco, qualcuno adagerà per te quella sedia nel portabagagli di una macchina.
Un altro gesto d’amore per quella propaggine di te.
Per te.
Negramaro, Solo per te.
( il blog non lo leggerai mai, ma so che questa canzone ti piace tanto)
lunedì 21 gennaio 2008
Quando il monologo tuo gira l’angolo della strada a fianco.
Esserci.
Così, senza spiegazioni…
domenica 20 gennaio 2008
Tranquilli, Diciche non è passata all'Hard
Prendimi.
Dal lato meno spigoloso.
Mettimi al centro, adoro troppo le periferie.
E le spinte centrifughe.
L’amore.
Poi, parleremo anche d'altro, se mi va, se ti va.
Non mi tediare, prima, con le tue paure,
con la tua conoscenza, con il succo di mirtilli,
che fa tanto bene agli occhi.
L’amore.
Un uomo, una donna
e l’essenziale.
Due corpi e una trama scarna.
Sembra poco.
Ma è già storia.
P.S. Ad un uomo, io ora direi queste poche parole.
Rido, calcolando l’ipotetico tempo
che impiegherebbe per mandarmi a quel paese.
J
In sottofondo? Magari La Marseillese, nella versione di Django Reinhard
giovedì 17 gennaio 2008
Proiezioni
(nelle immagini astratte ci vivo bene)
Giacciono le cose che ti aspettano, giacciono.
Pensano con quell’apparente indifferenza
di chi sa guardarti a fondo e donarti calore.
Si chiedono curiose quale architettura macchinosa,
quale linea semplice ti porterà a colmare
la distanza.
Tra te e loro.
E sperano che tu sia un artista, le cose sperano, oh sì,
che in spazi angusti, in tempi ristretti,
in colori sbiaditi, tu veda già, in lontananza,
il riflesso di un mondo.
Uno di quei mondi delicatamente solidi,
attaccati caparbiamente ad un sogno.
Giacciono le cose vive che ti aspettano, giacciono,
ogni tanto si diradano capricciose,
per ingannare
la tua attesa.
J
Lino Cannavacciuolo, Partenza
(Sentite a me, distendetevi su di una soglia qualunque e godetevi questo pezzo)
mercoledì 16 gennaio 2008
Altre Acquisizioni.
foto regalatami da Manù.
Ho trovato per strada una sindrome da abbandono.
Le ho intimato di non sentirsi
Sola,
abiurata,
cacciata.
Ho alzato la mano verso il cielo,
là dove si detergono le occasioni più piccole,
le parole incisive,
quello che resta di più bello,
quando gli sguardi si allontanano,
quando le scatole si chiudono,
quando nellacamera dell’ albergo anonimo si estraggono
le lenzuola sporche.
Senza cura alcuna delle pieghe, senza cura.
E ho visto che quello che resta non è mai così poco,
da non voler osare più.
martedì 15 gennaio 2008
Je suis comme je suis
Yan Nascimbene, I silenzi di Palomar, illustrazioni sull'opera di Calvino
E prendi John Coltrane in questo pezzo
E l’accettazione totale di ogni tuo difetto.
Forse, potresti dire che la giornata
è buona.
John Coltrane, Dedicated to you
lunedì 14 gennaio 2008
Voglia, voglia di leggerezza.
Ma a voi, per caso, è rimasta impressa dentro dentro
una frase,
una parola,
un po’ anomala, bizzarra,
che qualcuno ha utilizzato per definirvi,
magari buttandola là, senza neanche troppa concentrazione,
e che ogni tanto vi ritorna in testa con un pensiero ad essa/esse
subito collegato: “Vuoi vedere che quello c’aveva ragione?”
A me sì. J
Nel ’90 mi scoprirono un nodulo freddo tiroideo, e mi misi in cura da un endocrinologo
del mitico Policlinico Umberto I di Roma ( la maison dei topi, sì, quella lì. ). Vivevo nella grande City e dovevo andarci ogni settimana. Lui ripeteva sempre: “Signorina, lo dobbiamo operà”,
io rispondevo sempre parlando d’altro, e trattenendo la parola quanto più possibile, per non sentire il termine: o-p-e-r-a-z-i-o-n-e. Era un colpo terribile dritto dritto nel cervelletto, che mi procurava, senza alcuna connessione eziologica, delle pruriginose labirintiti vaganti.
Questo inutile balletto tra me e il Doctor andò avanti per tre mesi, quando un giorno, forse esasperato dalle mie sballate aritmie logorroiche, mi guardò a lungoe se ne uscì così:
“Signorina, lei è davvero uno strano incrocio…”
“Tra cosa, Doctor?”
“Ecco, oserei dire, se non se la prende a male…”
“ Dica dottò, che non mi offendoooooooooo.”
“Lei è il risultato preciso preciso di quello che si otterrebbe mischiando, impolpettando,
alchemizzando il ragionier Fantozzi e Carmelo Bene”
“(…) (…) (…)”
Rocky Horror Picture Show, The time Sharp
(ho infilato la manina in un passato lontano lontano e ne è uscito fuori questo brano qui)
sabato 12 gennaio 2008
Il paese incantato
tableauxTwombly, Zitko
E se potessi creare un Paese nuovo,
utilizzerei le parole con le quali Arrabal descrive il paese incantato di Tar, nell’opera teatrale Fando e Lis.
Jodorowsky riprende il tutto e ne fa il suo primo film, Il Paese incantato, appunto.
Lis, su una rudimentale sedia a rotelle, e Fando si mettono in viaggio per cercarlo, ma non hanno una mappa, e il loro andare è caratterizzato da stazioni tra personaggi e paesaggi che sono le esasperazioni dell’incubo più brutto.
La bruttezza, nell’anima, contamina.
Allontana, separa.
I due ragazzi non sanno né accettarla, né combatterla.
Se ne lasciano sporcare e poi l’agiscono, l’uno contro l’altra.
L’unocarnefice, l’altra vittima.
Ruoli intercambiabili, pose perdenti entrambe.
E quel paese così bello, che pure esiste, anche solo
come sacra rappresentazione, anche solo come porta sull’invisibile, o frammento più delicato
dell’anima,
loro non lo raggiungeranno mai.
“C’era una volta, tanti e tanti anni fa, un paese incantato, di nome…Tar.
A quel tempo, le nostre vecchie città erano intatte, non avevano ancora collezionato ruderi,
perché la guerra definitiva non era ancora cominciata…Quando sopravvenne la grande catastrofe, tutte le città scomparvero, ma Tar sopravvisse, Tar sopravvive ancora e se tu saprai come cercarla,
finirai per raggiungerla. Ti verranno offerti vini delicati, e potrai far musica, con le vecchie, dolci pianole a manovella. Poi, quando arriva l’autunno, aiuterai a vendemmiare, quando arriva lo scorpione, che si nasconde sotto la pietra bianca, conoscerai l’eternità, vedrai l’uccello che beve una goccia dal mare, ogni cento anni…Quando sarai a Tar, comprenderai la vita, e sarai cane, gatto, elefante, bambino e vecchio, sarai solo e in compagnia, amante e amato, sarai qui e là nello stesso istante, e possiederai finalmente il sigillo dei sigilli. Appena entrerai in questo futuro, l’estasi si impadronirà di te, per non abbandonarti mai più…”
Ecco, questo inizio del film volevo regalarvelo, perché risuonerà in voi, come ha risuonato in me.
Il resto è angosciante, non cercatelo, non guardatelo.
Franco Battiato, L'oceano di silenzio
mercoledì 9 gennaio 2008
Blu
“ Ho camminato verso il cielo…
-Che cosa cerchi?-
Il blu, di una felicità insondabile”
Derek Jarman “Blue”
Cassandra Wilson, Someday my prince will come
martedì 8 gennaio 2008
Au théâtre
Prendete un teatro, un semplice teatro borghese.
Vi invitano ad una rappresentazione che durerà a lungo.
Gratuitamente.
Spinti dall’idea, per una volta, di non pagare niente vi fate belli e ci andate.
All’ingresso, qualcuno vi rifornisce di penna e block notes.
La cosa vi puzza di partecipazione attiva dello spettatore, di palle sperimentali,
e vi mettete sulla difensiva, ché non avete voglia di pensare a niente, di acquisire coscienza su niente,
per una sera volete solo rilassarvi. Magari, commuovervi un po’,
come succede, per es., davanti ad un belGiardino dei ciliegi, di Cechov.
Il Sipario si apre, la scenografia è d’epoca, per cui la palla sperimentale parrebbe essere scongiurata.
La trama è semplice, i personaggi sono pochi, le parole scandite in una poesia prosastica, nulla che offra collegamenti con la realtà, Napoli e la sua monnnezza, le primarie per l’elezione del presidente americano, al qaeda, il pakistan e l’iraq, ecc. ecc.
Il primo atto finisce nel momento in cui Lui e Lei stanno per baciarsi.
Se non fosse per i costumi, state assistendo ad una storia d’amore decisamente atemporale.
Il secondo atto comincia esattamente da dove è cominciato il primo,
e tutto si svolge precisamente come l’avete già visto, fino all’ultima scena, quando Lui e Lei stanno per baciarsi.
Molti di voi smaniano, sbuffano, si agitano sulla sedia o masticano chewin gum nervosamente.
Poi, sulla scena, appare un omino che vi dice di prendere la penna e il block notes,
e vi chiede, con voce impostata: “Signori e signore, conoscete per caso Aguzzate la vista,
quel giochino della Settimana Enigmistica, in cui, ferme restando due immagini uguali, voi dovete individuare la diversità solo in piccoli particolari? Ecco, ora voi dovete sforzarvi di ricordare, se, tra il primo e il secondo atto, avete visto piccole e quasi trascurabili differenze, nelle cose, nelle parole, nei tempi dell’azione”
Un signore dell’ultima fila, che nella vita fa il macellaio, viene preso da un impulso frenetico, si leva una delle sue scarpe pesanti e la butta furiosamente sul palco.
In platea scoppia un parapiglia generale, c’è chi urla, c’è chi fischia, c’è chi dice che se ne andrà a casa, che a questo punto è meglio Bruno Vespa,e c’è chi, scordandosi di non aver affatto pagato,
strepita come un dannato: “Aridatece i soldi…”
Improvvisamente, vi placate, ognuno riprende il suo posto,
il macellaio recupera la scarpa sul palco e si fa un silenzio partecipato e attento, si sente soltanto
un respirare leggero, che tradisce come un’ansia che arrivi subito la ripresa, che la cosa è importante.
Dopo che avete scritto, si rialza il sipario e si procede così, a rivedere l’apparente unico atto, a cercare di cogliere i particolari differenti, per tutta la notte.
Assonnati, ma entusiasti, stanchi, ma significativamente presenti, molti di voi si arroccano in quel teatro,
e gridano a gran voce: "Bisssssssssssssssssssssss”.
Nessuno davvero si chiede più che cosa sarebbe successo se Lui e Lei,
finalmente, fossero riusciti a baciarsi.
P.S. Questa storia ha un senso? La scrivente, che l’ha scritta, davvero, davvero, non lo sa.
J
Gianmaria Testa, Sono belle le cose
lunedì 7 gennaio 2008
Francamente
Do i numeri e non ci badate.
Vedo, sento nemici dappertutto.
Sto male, evidente.
Alla ricerca di risorse, per quello che devo fare: la scuola, i soldi, la fisioterapia.
Un senso di oppressione potente, che scivola giù, dalla testa, lungo i muscoli del collo, le braccia, le gambe.
O lascio macerare, o cerco di reagire.
No finzioni, no savoir faire, no, non mi riesce.
Mi viene in mente una frase del mitico Calvero: “Eppure, sono morto tante volte…”,
mi viene in mente che questo tipo di malessere senza tante parole
capita quando c’è qualcosa che è necessario che muoia e tu opponi resistenza,
perché, senza di esso, ti sentiresti come una vuota struttura metallica.
Amo questo posto, amo voi.
E non voglio chiudere, come la voce distruttiva mi dice di fare.
Aspetto, da qualche parte queste risorse emergeranno.
domenica 6 gennaio 2008
La Giardiniera
(metafore e giardini)
foto liva rutmane
Sì, vieni, vieni pure, un piccolo momento di riposo.
E finalmente possiamo parlare.
Sto potando, con queste forbici nuove,
talmente potenti che, questa volta, mi verrà fuori un bel giardino.
A forma di “concertato e ridente equilibrio”, com’è nella moda di questi anni.
Certo che mi devo adeguare, il lavoro più difficile è tutto da fare:
non ti fidare dell’apparente bellezza che già vedi, questa è solo superficie.
Mi tocca ora procedere alla potatura delle ricorrenti tendenze, quelle mie, di chi, se no?
Già mi preoccupa, tra queste, la più dura: tagliare lo Slancio,
quello che mi porta a fare subito di certe persone Alberi Imponenti di grandezza,
Alberi da venerare, da ammirare,
con scritture piccole, per non turbare le loro altezze.
Non posso tagliare loro, loro non c’entrano, che colpa ne hanno questi poveri cristiani
se, tutti assetati di Ego quali siamo, cominciano a credersi come li vedi tu,
nella tua foga esagitata di risentire grandi mari,
grandi parole,
grandi venti controcorrente,
grandi amanuensi in un silenzio fervido.
O forse, semplicemente, grandi cuori pulsanti.
Tu mi capisci, vero?
Mi sa che questo lavoro tu l’hai già fatto,
non c’è nessuna rabbia sul tuo volto,
hai colorato come un artista le tue mancanze,
te le sei prese per mano,
ci hai costruito su un grande parco di passaggio,
dove tutti arrivano liberi di essere quello che sono. E quello che vorranno.
Ehi, però le tue rose, sotto questo Sole, si sono un po’ appassite.
Vieni, che ci diamo una potatina.
Così, davvero, a Lei non le puoi presentare…
Fabrizio De Andrè, Creuza de ma
sabato 5 gennaio 2008
Le passanti
La puttana quella notte era stanca.
Stanca di dare, incondizionatamente.
La puttana quella notte chiese di essere lasciata in pace.
No, non voleva neanche parlare, che tanto lei non si fidava di nessuno.
Non sognava affatto l’altra vita.
Le piaceva quasi tutto del suo mestiere.
Era bella.
La sua vita.
La sua vita.
Solo che quella notte era stanca di fare da mediazione tra la terra e il cielo.
Tra le spine e le rose.
Tra i deserti e le foreste.
Tra le parole simili e quelle così diverse.
Spense la stufa elettrica.
Chiuse delicatamente la porta.
E se ne andò.
Caterina e il Coraggio
venerdì 4 gennaio 2008
Io, che sono l'idiota.
tableau G. Capogrossi
A vent’anni fumavo, come adesso.
A vent’anni leggevo Dostoevskij, come adesso.
A vent’anni mi facevo strane domande, come adesso.
A vent’anni scribacchiavo, come adesso.
E stamattina, leggendo un bel Post di Onda, è riemerso il ricordo di un ingenuo racconto, scritto proprio allora. Conservo tutto, sono figlia di uno strano elefante, ed eccolo qua.
Clemenza, please, a vent’anni ero timida J
Missmì, non ti lamentare che è lungo, capì?
Per me, anche le cose semplici diventano complicate.
Per me, camminare è un peso indicibile, quando posso scoprire che,
da un lato e dall’altro della mia faccia, la gente mi guarda, mi osserva, mi scruta, e,
senza che io faccia il minimo gesto, ammutolito dal suo rigore, ride, sì, ride.
Con le mani, con il corpo, con la complicità negli occhi e con l’unica cosa che io non possiedo: la TESTA.
La mia vita è un continuo fuggire, da loro, dai sofisticati splendori della luce dell’alba, dai tepori autunnali, ma anche dalle tempeste di pioggia, dalle conversazioni troppo prolungate, dalla trasparenza del vivere e dagli occhi dei bambini dal cranio smoderatamente grande perché…sono io stesso un bambino. I miei ricordi sono giostre, quelli degli altri sono parole.
Eppure, eppure ci sono delle persone che mi amano e si affidano a me per il loro cercare. No, io non le capisco, non riesco a sentire lo scorrere dei loro pensieri, ed interpretare è un lavoro troppo difficile, che non so fare.
La mia è una domanda lenta, casta, che comincia al mattino, mentre il mondo si sveglia e lasciale sue tracce sulle strade affollate o nelle nebbie delle campagne.
Allora guardo la Vita, come lancia i suoi allentanti appelli pieni di fumo, come sceglie quotidianamente gli eroi da innalzare su chiari cavalli alati, fino a portarli tanto in alto
da fargli osservare lo specchio con alterigia e possenza, con amore e violenza, con crudeltà e pazienza, fino a renderli parte del cielo.
Eppure il mio cuore palpita, mentre sono costretto a correre, i miei istinti reagiscono,
eppure non sono né cieco, né sordo quando vedo il mio oggetto alzarsi con me
e vivere lui stesso tra le mie mani…
Forse, a modo mio, sono importante: guardandomi, ciascuno può sentirsi in pace, anche nella sciagura più brutta, ubriacarsi, azzuffarsi con la vita come si fa con il fango o gioire semplicemente di fronte alla propria immagine. Perché nessuno è come me.
Eppure, sì, a volte, mentre la folla corre, corre e combatte investita dai cavalieri del Sole, io posso riposare e forse anche dormire: e, nel buio, quante immagini mi cullano, quante stelle mi guardano illuminandomi, quante vite profonde e parallele io riesco a vivere, e in ognuna di esse ho un ruolo diverso, senza maschere né pensieri, senza la paura del Dopo, con la certezza che non c’è fine all’eterno ritorno…