mercoledì 30 aprile 2008

L'amore non ha spazio e non ha tempo


(appunti filmici)





L'amore al tempo del colera, film di Mike Newell, 2007


(Da Marquez, ovvio, da Marquez)




 




Lei, per quasi una vita, lo definisce un’ombra, adagiata nel tempo delle illusioni.


Lui è un antieroe caparbio, che decide di attendere.


Lei è una femmina orgogliosa che fa della scelta la “ferita” della propria vita.


Lui capisce che, agli abbandoni, è meglio reagire con un dolore puro, e che un abbandono, nell’economia vulnerabile dell’animo umano, può non essere definitivo.


Florentino Ariza si presenta il giorno del funerale del marito di Fermina Daza,


a ribadirle un amore vivo di 51 anni, tre mesi e quattro giorni.


Lei lo caccia, ancora una volta, con il sangue agli occhi.


E lui ricomincia a scriverle  lettere, semplici, appassionate lettere d’amore.


Con la freschezza dei suoi 80 anni.


Nel caldo umido dei Caribe.


Pone le sue parole e la sua presenza in un lutto, terra arida di solitudine, di deserto e di distanza,


accettando  il ruolo di ombra parlante.


E parla, con quel timbro di voce che, al momento giusto, sa anche tacere.


Nel quotidiano dei due vecchi, Florentino, a poco a poco, per lei, comincia a diventare carne, pelle un po’ grigia, capelli radi e bianchi, schiena curva, sorriso di dentiera, baffi  attorcigliati, mano di sostegno, passione discreta e Verbo, intesa, ancora Verbo.


Poi, partono su un battello della compagnia di lui, un piccolo viaggio a risalire il fiume,


per allontanarsi dalle voci di giudizio e scherno, e perché il viaggio


offre quel giusto senso di estraneamento.


Dai codici delle “lingue” usuali e dall’odore troppo stantio del buon senso.


Una notte succede.


Che i loro corpi si cerchino, che il pudore soccomba,


che, nella lentezza e nel calore del fiume, i due


si uniscano così come capita sul crinale tra la  vita e la morte: con tenerezza e passione,


e con l’intensità di un’attesa che riacquista senso  nella concretezza dell’evento.


L’unione carnale tra Florentino e Fermina racchiude più dimensioni e più vite possibili:


c’è l’impaccio degli adolescenti, l’energia dei trentenni,


l’arte  un po’ perversa e raffinata di due quarantenni,


la pacatezza dei sessantenni,


la malinconia poetica dei senza-spazio e dei senza-tempo.


E Lui, quella notte,  continua a chiamarla, come ha sempre fatto in 50 anni di solitudine, : “Mia dea incoronata”.


Florentino decide che la felicità sarà legata al fiume: fa issare sulla nave la bandiera che segnala casi di colera a bordo, così non potranno più attraccare. In nessun porto.


Rimarranno là dentro per il breve frangente di tempo che ancora  loro resta.


Un tempo che ha il sapore dell’eterno.


“Dopo 53 anni, 7 mesi, 11 giorni, il mio cuore, finalmente, si è placato.  Ed io ho scoperto, con mia grande gioia , che è la vita, e non la morte, a non avere confini”


 




lunedì 28 aprile 2008

Help, Help, Help


(caccia al virus)



foto Belsinski








In questo post non si dirà nulla di sensibile, nulla di profondo, nulla di poetico.


Insomma, non si dirà nulla.


( Come captatio benevolentiae questa premessa non mi sembra un granchè).


Comunque, andiamo avanti. J




La storia:


Più di uno, tra voi, mi ha segnalato che, non appena entra nel mio blog, si allertano tutti gli antivirus


e gridano, gridano, gridano. “Wè, guagliù, scappate, fujite, che questo posto è un bordello, un luogo di stravizi, il regno del male, ecc. ecc. In sintesi, qua dentro,


c’è un TROJAN, un trojan horse che vi farà a pezzi il Pc,


e vi distruggerà il lavoro di una vita, e le poesie d’amore che scrivete, di notte, quando i bambini dormono e non vi vede nessuno."


 


                                       Che vuole, ordunque, Diciche?      


 


Aiutatemiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii a cacciarlo.


Non voglio mica rimanere qui, da sola, a delirare.


Non ci prenderei più gusto.


Esimie menti informatiche, mettetevi all’opera.


Ma pure voi altri che, come me, siete scalcinati smanetattori su tastiere logorate dall’uso,


fatevi venire un’impennata d’orgoglio e provateci.


E ricordatevi: uccidere un virus dà soddisfazione, oh, sì, tanta soddisfazione.


J










amalia gré

sabato 26 aprile 2008

Quotidiani


(Sottotitolo: c'è una gallina che vola nei cieli di Calabria)



foto Belsinski


 



E’ che io, nella stanza dove dormo, ho un Mandala buddista, dentro ad un mobile di ciliegio sempre aperto.


Da tre anni sta qui, da quando cioè sono ritornata alla base.


Ha viaggiato con me, dovunque.


E’ ritornato con me, da dovunque.


In un piccolo cilindro rotondo, ben protetto.


Prima lui, poi io. Un compagno di vita, per la vita.


Dicono che sia una sorta di specchio-misura dello stato vitale.


Ultimamente, l’ho trascurato.


Probabilmente, non mi interessa molto il mio stato vitale.


Tanto, è la prima cosa che percepisci la mattina, quando ti svegli.


Stamattina, per es., il mio status vitae sapeva di brodo di gallina,


che alle 8 già grande madre stava cucinando.


E portava allegria l’odore di brodo che si intrufolava pure nel bagno, nel sapore del dentifricio,


nel colore dell’acqua e che, via, via, si è messo a viaggiare


persino verso le grandi montagne, fuori dalla finestra mia.


Ad un certo punto, ho visto proprio la gallina ritornata viva che volava, volava, volava.


E ho incominciato a ridere, al pensiero di come sia facile manipolare le realtà.


E ho riflettuto che il Mandala buddista io, invece, lo usavo per trasformarle le realtà, credendoci.


Partendo dai desideri.


Allora sono scesa, mi ci sono messa davanti e ho chiesto a lui, dunque a me stessa, un miracolo, un piccolo miracolo d’amore.


Un miracolo, con incluso il dono della trasformazione di tutto ciò che ha creato una solitudine troppo rumorosa.


Quella che fa bum bum nei sogni, di notte.


Lì per lì, non succede nulla. Ci mancherebbe: è chiaro che il miracolo lo devi costruire tu.


Partendo da che cosa?


Dalla tua vita mescolata al nulla. E’ sempre da lì che si parte. Pure gli artisti, forse, fanno così.


Non so, però ho avuto la sensazione che la ruga fissa e verticale che ho tra le due sopracciglia,


all’inizio della fronte, cominciasse a distendersi, non so…


J


 


P.S. Che dite? Il brodo di gallina non lo mangio, no…



 



 



 





Ciao Simò, ho riascoltato questo tuo bellissimo pezzo e lo metto qui.

lunedì 21 aprile 2008

Nevrosi fortemente condivisibili



Gli fanno il verso


quelli di “Striscia la notizia.”


“Ma come parli, le parole sono importanti”.


Tirando fuori il mio vecchio dizionario etimologico,


voglio gridarlo anch’io.


Sono sempre stata convinta che, anche nei territori dell’astratto,


risultano più incisivi i termini il cui intreccio regala immagini.


Da trattenere, su cui ritornare.


Quegli intrecci non se ne vanno più, mentre l’ammasso di parole buttate lì, prese in prestito, scivola scivola, scivola.


A rileggere, tutto scivola ancora di più.


Una delle forme più inquietanti del “Nulla”.


Forse, da qualche parte, esiste un cimitero di parole, quelle che sono morte, perché non sono mai state vive.


Quel luogo ormai è talmente grande che ha invaso ogni spazio vitale, pubblico e privato,


comprese le emozioni, le convinzioni intime, la struttura dei sogni,


persino l’amore.


Come si fa ad amare con pochi termini morti e  stantìi?


A scuola faccio spesso un gioco: recuperare con minuscole ambulanze le parole ferite,


(ci sono, sì, ci sono),


e si nota che le più difficili da guarire sono  quelle manipolate, a proprio uso e consumo,


da un soggettivismo banale o da freddi codici oggettivi ,


ben lontani da ogni, seppur piccolo, intento creativo.


Nanni sarà un grandioso egocentrico, ma a questo concetto lui ha dato delle immagini.


Potenti, indelebili.


 






sabato 19 aprile 2008

Simboli



Simboli da decifrare.


Se riesci a capire che senso abbiano quelle strisce blu e rosse


che passano da un albero all’altro del lungo viale,


sai che potrebbe entrare uno spazio in più.


Qualcosa vorranno dire,


come i titoli dei romanzi, che sono in genere


l’elemento più pensato e ripensato perché risulti deduttivo, estraniante,


seduttivo, un bing bang esplosivo, e se lo apri ti escono fuori già prima


lo spazio e il tempo su cui poggiare i segni di una storia.


Simboli da decifrare.


Stanotte ho sognato una casa di campagna, dove si andavano a rifugiare


le Vite periferiche, e ci ero arrivata anch’io.


In una stanza un po’ sfatta sembravano aggrovigliarsi tanti piccoli topi.


E invece no.


Erano solo pulcini gialli gialli che correvano dietro ad una madre chioccia, erano solo tenerezza allegra.


E poi c’erano tanti castelli di rabbia che sembravano indistruttibili,


ma bastava


un vento,


uno strano vento di piccole risate a buttarli giù.


Qualcuno, sollevato, diceva che su quella rabbia avrebbe


potuto costruire l’interpretazione sbagliata di un’intera vita.


Simboli da decifrare.


Non è impossibile, sai?


Ci vuole pazienza, tanta, ché capire è l’attività più difficile al mondo, la meno quotata,


la più svalutata.


Ma, a furia di insistere, qualcosa, qualcosa in più si riesce  a strappare


agli ammassi insensati di grovigli,


dove la luce dorme,


anche se non fa mai buio.




 



Radiodervish, Taci


(riproposta di un brano pieno di calore)

giovedì 17 aprile 2008

Anch'io sono colpevole



Io sono colpevole...


 


Sciò, sciò,  a coloro che dicono: io sono il bene,


a chi non sa camminare nella merda.


Anche noi abbiamo le nostre colpe:


stavamo tutti qui, arroccati ad un pc, nauseati dalle realtà,


in cerca di affini, in cerca di un “io buono”, costruito dalle parole.


Le cose di questa realtà peggiorano sempre,


e noi lo sapevamo,


e noi cercavamo di dimenticarlo.


E noi ci siamo dentro.


Davvero si può pensare che la colpa sia solo di chi ha votato per Berlusconi e affini?


Mi dissocio,


perché anch’io sono colpevole.


Di essermi rintanata nel mio dramma personale,


di non aver avuto più coraggio.


Non sono andata nemmeno a votare, perché, in un seggio, io e la mia sedia a rotelle saremmo stati troppo evidenti.


Paura di un giudizio e di uno sguardo.


E allora a che serve piangere?


Alziamo il culo dalle nostre sedie e guardiamoli in faccia i ponti che crollano,


gli individui che festeggiano,


le ombre che avanzano,


le bocche che verranno ricucite.


Guardiamo la nuova danza di Bruno Vespa.


I ragionamenti da “vittima” non sono stati mai troppo efficaci.


E se c’è un’analisi che può rendere più forti,


quella è solo l’analisi dell’errore.


Le relazioni, i progetti, verranno, ci saranno.


Al momento basterebbe soltanto una somma,


la banale somma di tanti piccoli coraggi individuali.


Coraggi da riprendere.


O da ricreare.

lunedì 14 aprile 2008

Une tendresse, dans la nuit



Da quando Stefano era scomparso, non erano molti i motivi per rallegrarsi di avere 20 anni.


Si lasciò semplicemente vivere, senza decisione. E si trovò a sperimentare l’impensabile, a ritrovare ogni mattina nel proprio letto una faccia nuova, poche parole, una sigaretta dopo l’altra, lenzuola spiegazzate dal non amore. Un’esistenza –non dialogica-, dove le cose importanti sembravano rimanere apparentemente al loro posto. Apparentemente al loro posto.


La sera di una grande città riservava sempre qualche incontro, trovarsi in un interno o in un esterno aveva la stessa importanza del volto da cui lasciarsi fiutare, senza il carico dovuto al gioco delle affinità, dell’intrigo, di un po’ di vita buona. Essere. Spogliarsi. Allontanare da sé ogni piccolo rituale di conforto, abitare le altrui dimenticanze. Cedere ad un corpo, poi cancellarlo meticolosamente, capelli, viso, naso, denti, statura, tic all’occhio sinistro, odore senza parole, sguardi sul mondo, visioni politiche, codici.


Lui, una sera, letteralmente la raccolse, buttata sui gradini della Chiesa, davanti alla grande piazza, dopo ore cerimoniose attraversate a parlare di libri, ore di gin senza nessun ascolto. Se ne era scappata, senza avvisare nessuno e nessuno se ne era accorto, continuando a bere dentro i bar del corso, parlando francese, giusto così, il gusto di sentire lo scarto necessario agli uomini per adeguarsi ad una lingua nuova. Stranieri a se stessi, come il titolo di un testo molto bello che stava leggendo di mattina.


Lui la raccolse, letteralmente la raccolse, e faceva domande, ma poche. Poi, non domandò più nulla. Lo sentì salutare qualcuno mentre la trascinava di peso verso una renault rossa con dentro un cane che cominciò a leccarla. Momenti in cui era inutile chiedersi se ci fosse, che senso avesse una direzione. Chiuse gli occhi, dormì un po’.


 Si ritrovò su un letto, in una stanza poco coltivata, in alto due finestre con le inferriate tipiche di un seminterrato. La bocca arsa, vicini gli sguardi suoi e del cane. Lo invitò ad avvicinarsi al suo letto, anche se questa volta sentiva nell’altro una riluttanza pudica, come di uno che avesse la capacità quasi etica  di sottrarsi ai giochi scontati, o addirittura di proteggere.


Fecero l’amore come due disperati. E forse erano due disperati. Lei, per la prima volta, dopo tanto tempo, percepì , tra le mani di un estraneo, un piccolo deposito di tenerezza, un silenzio impacciato, un odore naturale  di vita amplificato dal rumore dei tram notturni, sopra le loro teste. E vide flussi di uomini muoversi nella notte, diminuire le distanze, cercare piccole epifanie tra i fanali confusi dalla pioggia. Per la prima volta, dopo tanto tempo, percepì l’esistenza di un “dentro” e di un “fuori”, netti, vicini, ma separati.


La mattina, poche parole e poco tempo per guardarsi. Lui aprì il suo armadio e tirò fuori un impermeabile imbottito perchè fuori faceva freddo. L’accompagnò alla porta, la salutò, scarabocchiando su un pacchetto di sigarette vuoto un numero di telefono. “Di che ti occupi tu?”


“Di editoria, e tu?” “Io? Di pura sopravvivenza”


Molti mesi dopo si ricordò di quella notte, cercò a lungo il pacchetto di sigarette vuoto senza trovarlo, cercò di ricostruire la topografia di quel quartiere, forse alle spalle della grande piramide.


Poi spense nel sorriso la prima sigaretta della giornata, ed uscì nella città quasi nuova, perché era primavera e perché, intanto, aveva cambiato vita.


 






Jeanne Moreau, La politesse

lunedì 7 aprile 2008

Storie


(Mi piace inventare, o ricordare, figure di uomini decenti) :)



foto jeffrey ladd


-Non ripetermelo più, che tanto non ci credo. Abbiamo condiviso troppo, io e te, perché non parlare d’altro, perché fissarsi sui sentimenti? Certe volte penso che ora ti faccio pena. Nonostante ce la metta tutta ad essere sgradevole, tu continui a guardarmi impassibile, con quell’aria veramente comprensiva. Perché non urli, perché non ti incazzi?-


- Te la ricordi quella sera? Lui non c’era, io ero rimasto qui, con te. Nulla di strano, amico fraterno suo, tuo, avremmo potuto condividere lo stesso letto e non sarebbe sembrato assurdo. Eppure, quella sera, c’era nell’aria uno strano pudore, come se scivolassimo sulla colla per topi. Ogni gesto era misurato, hai messo persino i tovaglioli di stoffa sul tavolo, quelli per tracciare le grandi distanze. Come dicevi tu. Eravamo diventati estranei, un’improvvisa amnesia aveva cancellato ogni segno della nostra familiarità sfacciata. Sei andata in bagno, chiudendo la porta a chiave. Ed io, straniero, ti aspettavo, facendo finta di leggere il tuo ultimo articolo. Del quale non ho capito un cazzo. Sei tornata impacciata chiedendomi che volessi fare quella notte e la tua voce implorava una mia scusa qualunque per andarmene, per andarmene, per andarmene…Sono rimasto. Ho aspettato che tu ti mettessi a letto, lavavo piatti, toglievo tovaglioli di stoffa, rispettavo distanze. Cercando di convincermi che se non andavo via era solo per non lasciarti sola. Ma lo sapevamo che non era così. Non era così. Dormivi: me lo diceva il tuo respiro, i tuoi movimenti bruschi, in contrasto con il tuo viso rilassato, che avevo osservato, di nascosto, tante volte. Non mi è mai costato fatica guardarti. Neanche quella notte. Solo che, ogni tanto, sentivo una strana agitazione. Avrei voluto svegliarti, baciarti, parlarti, possederti, urlare il desiderio che mi portavo dietro da anni, nascosto nel mio eskimo, nella mia barba rassicurante, nel mio silenzio…-


- Perché non l’hai fatto, perché? Tu lo sapevi che io e lui…-


- Vigliaccheria, pudore. Il tuo sguardo di rifiuto, di disprezzo non l’avrei sopportato. E ti avrei perso completamente. Perché tu fai così. E non ti avrei più raggiunta. Hai idea della voragine che mi procurava questo pensiero? Hai idea? No, tu non puoi saperlo. Ti sei rintanata in una fottuta stanza, mantieni solo le forme del tuo carattere amabile, del tuo sorriso. Hai adottato la forma della tua stessa vita, tu che le forme le odiavi, tu che amavi il sangue vivo delle cose vive. Ecco, qualcosa te l’ho detta. Ma non mi sento più leggero, no. Ho il peso dentro, il peso della tua “sconfitta”. Ignori la primavera, ignori la bellezza delle nostre lotte, ignori tutto quello che mi hai insegnato tu, compreso lo sguardo sbilenco sulle cose, sguardo che immagina, sussurra, crea…Ora io vado. No, stai tranquilla, non ritornerò, non più, hai ragione, è tardi, tardi. Continuerò ad odiarlo questo stramaledetto avverbio…-


- No, Gabriele, stasera non è tardi, domani non sarà tardi, non ci sarà mai più un “tardi”. Ti prego, stasera non andartene, stai con me. –


The end


J



Enya, Exile

domenica 6 aprile 2008

C'est Printemps



E’come avere in testa cartelli brechtiani in bianco e nero,


con su scritto “No”.


“No” all’andazzo generale delle cose,


“No” ai sensi distorti,


“No” alle sterili follie,


“No” alle finte determinazioni,


“No” alle proiezioni dell’amore


che, dell’amore, esaltino solo il bisogno triste e non le stelle,


“No” alla strada unica, senza ritorno,


“No” al lamento per una solitudine inventata,


allungata e poco credibile,


“No”.


Eppure, l’altro giorno, in macchina, la radio passava questo vecchio pezzo,


in coincidenza con un sole prepotente,


quello che allunga le ombre,


quello che  si insinua nei farraginosi quotidiani,


quello che si traveste da voce calda


e che sembra darti indicazioni poco convenzionali su


come “sentire” l’altra vita.


Tutti i cartelli si sono abbassati,


le ombre si sono trasformate in artisti di strada.


Io, per un attimo, sono diventata Primavera.


 



Raggio di sole


(a chi riesce ad immaginare altre primavere :) )

mercoledì 2 aprile 2008

Quando sarò.









Che rivivano.



Da questo momento, nel blog, verranno inseriti,


periodicamente, piccoli: "In memoriam" di personaggi


che non hanno trascorso la loro vita a scegliere le soluzioni più


comode, o quelle tipicamente denominate: "all'italiana".


Banalmente,


imbrogliacci,


 o "gnommeri",


come direbbe Gadda.


A tal fine, si utilizzeranno persino gli orribili (personalissima opinione) video youtube, di cui, in mancanza di parole, si fa un uso spropositato.


Cominciamo con Pasolini.


Che parla, nel primo video, di un libro che non invecchia mai:


"Lettere ad una professoressa", di Don Milani.


La "fortuna" me lo ha posto tra le mani, prima di incominciare ad insegnare,


in scuole sfatte, dannate, periferiche.


Brevissimo, ma incisivo, il secondo video sull'engangement.


E sono pesante, sì, in questo periodo, e che ci vogliamo fare...


 



 ehi, fate attenzione alla definizione che si dà di poesia...:)