mercoledì 31 dicembre 2008

A.


 



A tutti quelli che stanotte, tardi, sì, molto tardi,


andranno a dormire con la coscienza a posto.


Agli "invisibili", ai clochards, ché sulle strade gelide


scenda un po' del fiato di umanissimi angeli .


A chi, nonostante tutto, riesce ancora a chiedersi quale possa essere il


il suo modo di incarnare speranza, disprezzando il cinismo come il più semplice dei mali.


A chi sa sorridere, mentre dona parole.


A chi lotta, temendo l'avanzare del tempo, un augurio speciale


e tanti "ritorni" di amorevole grazia.


Ho finito?


Sì.


:)

sabato 27 dicembre 2008

Curriculum scripturae


(Anche se didascalico, mi serviva assai scriverlo)



Fu il maestro delle elementari, don Peppino, a convincermi che possedevo il dono della scrittura. Io lo seguivo, soprattutto quando mi spingeva a cominciare le mie storie descrivendo angoli inusuali che, apparentemente, con le storie, non c’entravano proprio niente. E poi diceva quell’altra cosa bellissima, tu, quando scrivi, devi diventare un albero, sentire le radici che scendono giù giù in basso, nella terra, e, contemporaneamente, essere  i rami che aderiscono ai venti, nelle varie stagioni, un albero d’autunno, un albero d’inverno, un albero di primavera, un albero d’estate, un albero con la penna che, nei momenti di grazia, sente tutto dentro di sé, e sa descriverlo.


Lo ripeteva spesso anche ai miei, questa bambina dovrà fare studi classici, se sarà necessario, la seguirò io.


Mi rimbambiva, portandomi le vite dei grandi scrittori, spingendomi a leggerle, mi ci interrogava pure e, durante le prove di scrittura, mi metteva in un banchetto a parte, ora cerca l’albero. Io non sempre lo trovavo, certe volte prendevo tempo, mi grattavo la testa, scrivevo bigliettini osceni da lanciare ad Antonietta, che si scandalizzava sempre, per qualunque cosa. Alle sue sollecitazioni, rispondevo cose così: “Maestro, le radici del mandarino si sono impigliate nella terra, non sanno più che direzione prendere.” E lui: “Tranquilla, c’è tempo.”.


Le medie furono normali, senza particolari vibrazioni di venti e di alberi. Anzi, emerse una certa propensione alla scrittura comica. Non appena l’insegnante di italiano me ne dava occasione, utilizzavo tutti i personaggi di casa mia, caricaturalizzandoli senza pietà. Nelle letture corali in classe, ascoltando le cose mie, ridevano tutti, io mi sentivo felice e salva, tanto che, su quegli scritti, cominciammo a farci  teatro, nella palestra della scuola, e venivano anche i miei, che un po’ ridevano, un po’ piangevano, vedendo sputtanate tutte le loro  cose.    


Il ginnasio ed il liceo furono terribili: emerse la scrittura incomprensibile, quella fumosa, quella che parla parla e che non dice niente, senza teatro, senza stagioni, incastrata in una calligrafia anch’essa incomprensibile, bollata, da tutti, come irrimediabilmente criptica, IRRIMEDIABILMENTE.  Nessuno ci provò mai a dirmi come dovevo scrivere.


Così, non scrissi più, per anni.


L’università: dopo gli anni sprecati nella facoltà di chimica farmaceutica, di cui a me non fregava proprio un accidenti, cambiai verso le LETTERE, il cinema, il teatro…insomma, tempo perduto per tempo perduto, almeno facevo quello che piaceva a me. Il primo corso che seguii fu Storia del teatro e dello spettacolo, ed il professore, mite e piiccolo di statura, dava un senso di sicurezza, c’era una costante, pacata ed ironica passione nelle cose che diceva. Eravamo pochissimi, 16 cristiani tutti colorati, mi preoccupava solo una cosa che ripeteva spesso, Meglio così, meglio essere pochi, potremo lanciarci con più facilità nelle sperimentazioni.


Un giorno se ne venne  tutto entusiasta: nel nostro teatro Ateneo è finalmente arrivato l’”Hamlet Machine” di Heiner Muller. ORA, ora vi dico cosa dovete fare: andate a vedere lo spettacolo, da soli, o in gruppo, toglietevi dalla testa ogni velleità di critico teatrale. Dovete diventare tabulae rasae, mantenete solo le vostre emozioni, guardate davanti, la scena, ma cercate, cercate di percepire cosa succede intorno, c’è anche lo sguardo degli altri, non lo dimenticate. Una volta usciti, non fate passare molto tempo, scrivete, scrivete tutto quello che vi si affolla dentro, anche se sembra irrazionale, anche se sembra aderire poco a ciò che avete visto…lunedì prossimo, ci ritroviamo qua, per una lettura corale.”


Là intravidi la fine della mia carriera universitaria, appena ricominciata, con quell’ombra diventata ormai voce nella mia testa: “Maledetto, perché scrivere, io non so scrivere, non so scrivere, non ci andrò, anche qua dentro non ci rimetterò più piede…maledetto, perché…”


Invece ci andai, da sola, quella sera stessa.


Amleto trasferito a Berlino, durante la seconda guerra mondiale, Amleto che, ad un certo punto, diventa Ofelia in abito da sposa e si lancia in un vitalissimo valzer, mentre ai suoi piedi si affollano uomini morti, nel rumorio atroce di aerei e di bombe che cadono, che cadono, che cadono…..questo lo spettacolo e molto altro ancora.


Davanti al Verano, mitico cimitero di Roma vicino l’università, al ritorno, aspetto il tram e osservo il bar degli studenti sempre affollato, sempre caciara, sempre casino, il luogo-emblema della vita giovane…attaccata ad esso, una delle più famose agenzie di pompe funebri: è mezzanotte ma è chiaro che questa notte, come tutte le altre notti,  essa non chiuderà, non chiuderà.


Tiro fuori il quaderno, la penna, comincio a scrivere proprio così: “Le pompe funebri sono aperte anche di notte…”E diventa tutto lampante: quell’accozzaglia sperimentale dell’Hamlet Machine parlava proprio di questo: la contemporaneità indifferente, crudele, “NATURALE” della vita e della morte, la contemporaneità.


Quella notte scrivo, scrivo, ribatto le parole in bella copia con la macchina da scrivere del mio amico M. che è provvista solo di nastro rosso, l’altro è finito. Lunedì, a lezione ci porto pure lui, ché dovrò leggerla ‘sta cosa e M. sa farmi sentire sempre meno sola.


Il prof, quando tocca a me, mi ascolta con grandissima attenzione, fa un sacco di domande, io rispondo impicciata tutta rossa, poi mi dice quelle parole-salvezza che non dimenticherò: “ Bene, signorina T., lei ha accolto in pieno la mia provocazione, ha ricreato l’altro spettacolo che io volevo avere, si sente, si sente davvero che lei ha il dono della scrittura.”


Quello fu solo l’inizio di una lunga sperimentazione con la scrittura-teatro, con i laboratori collaborativi tra studenti, con  il “maestro” nuovo oppure ritrovato.


M. mi chiede sulle scale della facoltà di lettere come mi sento, come sto. Io rispondo soltanto: “Bene, benissimo, dopo tanti anni, troppi, finalmente, sta ricrescendo il mio albero. Ora è un ciliegio. Lo vedi tu?”


:)


 



Paolo Conte, Cuanta pasion

lunedì 22 dicembre 2008

Arigatò


(che anno era? Forse il 1993)



foto nobuyoshi araki



Se devo partire per il Sud, devo partire. Se ci sono le agitazioni dei lavoratori ferroviari, devo trovare un altro mezzo, chiaro. Se ho paura dell’aereo, non rimane che la mia amica Elsa  o l’autobus della Simet, ovvio. Se non voglio passare il Natale ad arrovellarmi l’anima su dove la mia  amica Elsa possa essere sparita, dopo aver detto: esco un attimo, non rimane che quel maledetto autobus, cristo santo.


E così sia. 6 ore senza fumare, una sola fermata a metà strada per fare la pipì, bagaglio ridotto al minimo, e così sia.


N.36, ho chiesto un posto vicino al finestrino, il 35 è già occupato da una signora giapponese di mezza età, che  mi saluta nella sua lingua, mentre le cade il mio super zaino in testa, io sorrido, a lei e  ai buoni segnali della vita: non sarò costretta a conversare. NON SARO' CoSTretta a conversare. Almeno questo, amen. Comunque, a scanso di equivoci, tiro fuori i miei libri, 2, ed il walkman con dentro Mozart. Dopo mezz’oretta buona, mi sembra che la signora sorrida con più insistenza, che mi guardi forte, io alzo gli occhi verso di lei, e non lo so ancora che quel gesto così innocuo…"Tu ha occhi buoni buonissimi, di donna delicata, tu appare forte, decisa, tu invece ha anima come fiore di mia terra, tu è troppo sensibile, tu…” Che, poi, una, lì per lì, pensa che rispondere a due parole così, oltre che educato, possa essere una semplice parentesi, una digressione piccola piccola, come guardare il cielo o controllare l’andatura dell’autubus, casomai il conducente sia ubriaco. 3 domande faccio, 3: come si chiama, da dove viene, perché si è avventurata verso la mia oscurissima città del Sud. “Yukio”, dice, “mio paese vicino Hiroshima, io avere figlia sposata con dottore che lavora in tua città, io passa là vostre feste e conosce mia nipotina di 3 anni, che io non ha mai visto ancora.” . Se arriva da Hiroshima, se è sopravvissuta a Enola Gay, se ha una nipotina sconosciuta, e, soprattutto, se ha voglia di parlare, sono fottuta, fottutissima: moralmente, non la posso più ignorare. “Tuoi occhi parlano tanto, tuoi occhi bellissimi, perché tu non è felice di tornare a casa?”


Se è pure una veggente, chiudo definitivamente i libri e non se ne parla più.


Mi ci dedico completamente. Le indico quelle 4 o 5 nozioni geografiche che so, ma lei, più che al panorama, sembra essere interessata ai libri, sui quali io divago, perché, ogni volta, prima di partire, ne prendo due a caso, quelli che più si sporgono dal quarto scaffale della libreria.  Questi due li avevo già letti tanti anni fa e, purtroppo, ora, si ritrovano qua, perversa e monotematica accoppiata. Ma la signora Yukio, curiosa com’è, ha già preso il primo, mi chiede autori, personaggi e trame, io, fedele alla verità, già rispondo: “Carissima, ne La filosofia nel boudoir, questo tale, il Marchese De Sade, vissuto in Francia alla fine del ‘700, espone le sue teorie filosofiche, con parentesi di ignobili orge, dal gusto freddo e ripetitivo, che si concludono sempre così: - al bidet, al bidet!-, ovvero: - ora che ci siamo ben bene divertiti, andiamo tutti a lavarci, poi, vi esporrò ancora le mie tesi filosofiche, e poi ricominceremo a fare sesso, macchiandoci delle peggio cose, in primis l’incesto- " “Molto interessante, tu brava a spiegare, tu dice me anche dell’altro.” “Signora Yukio, ma lei non ce l’ha una macchina fotografica, non le piace fare fotografie?” “No, io non è mica come tutti gli altri giapponesi, io voglio portare via  ricordi veri, parole, voci, storie, ecco, tu parla me, ora.” “E vabbè. L’altro, Sodomie in corpo 11, è di un certo Aldo Busi, uno scrittore omosessuale molto bravo all’inizio, cioè prima di andare in televisione a fare pagliacciate che gli hanno fatto vendere tanti e tanti libri, ma che hanno oscurato la sua bravura di scrittore. Una storia di viaggi, qua e là nel mondo, persino in Africa, con linguaggio a volte sconcludente,  a volte crudo, che sempre là va a finire, nell’idea e nella prassi della sodomia”. “Tu dice me cosa significa SODOMIA?”. Mi accorgo solo ora che Yukio ha un tono di voce abbastanza alto e che tutti i passeggeri dell’autobus sono diventati solo Orecchie, pronte ad afferrare ogni minima sfumatura di ciò  che ci  diciamo . “Dopo, Signora, dopo. L’autogrill, lo vede? Scendiamo, ci ristoriamo, io mi sparo due caffè e due sigarette e continuiamo poi.”


Lo sportello si apre e scappo, ho bisogno di 5 minuti di sana solitudine, scappo, ma Yukio mi corre dietro, appresso appresso a me.  Mi blocca un braccio, mi guarda dritto negli occhi: “Io offre te caffè, tu fai me promessa: perdona, tu perdona chi di tua casa ha fatto te male, lasciando  ferite sull’anima tua così forte che io vede con miei occhi e sente con mie mani. Perdona, tu”. Potrei domandarmelo, ma non me lo domando proprio come ha fatto questa straniera a capire che io e mio padre sono anni che… a mala pena ci parliamo io e lui; quando scendo giù, dai miei, mi viene subito voglia di ripartire, sentendomi immersa in un’aria totalmente straniera, come se quello che è stato, la naturalezza dell’amore non esistessero più. Me l’abbraccio forte, è piccola, come tutte le giapponesi, giriamo veloce veloce nell’autogrill, lei compra cadeaux per la bambina sconosciuta, pure io, sì, vedo le caramelle piene di coloranti con i ciucciotti (quanto le ho amate da bambina!), e gliele metto in mano: “Da parte mia, Yukio, dalle alla tua nipotina sconosciuta."


Le ultime due ore e mezza di viaggio lei le passa a dormire.


Io non faccio nulla.


Respiro semplicemente aria di casa, parole sempre più di casa: Pollino, Tarsia, Spezzano Albanese, giù giù fino alla strana città, già avvolta nella notte, piccola, meschina, perbenista, protetta nella  sua valle circondata da montagne.


Mio padre, nella ritmo diesel bluette, dai finestrini posteriori offuscati per risparmiare sulle spese, sta là, molto nervoso, per i suoi tre quarti d’ora d’anticipo. Yukio scende ed è travolta dall’abbraccio dei suoi, non ci siamo salutate per bene, ma non me ne dice di farlo ora, disturbando il loro incontro. Entro in macchina, li guardo ancora da lontano,  vedo mani giapponesi, mani grandi e mani piccole, che salutano proprio me. Riconoscente, sorrido.


“Papà, che dici, come stai, è già caduta la neve?”


Lui mi guarda stupito, i suoi occhi orgogliosi,  sì, un po’ gioiscono.


“Non ancora, figlia mia, ma domani, o domani l’altro, di sicuro, cadrà.”


 



Ryuichi Sakamoto, David Sylvian, Merry Christmas Mr. Lawrence

giovedì 18 dicembre 2008

"Se una notte d'inverno un viaggiatore..."



 


foto daniel herrera


Ce l’avete presente quando, in una sera di tempo cattivo, state aspettando qualcuno che è fuori, per le strade, in una macchina? Sta venendo da voi, comunica con voi, vi dice che è tutto tranquillo, le strade sono quasi deserte e percorribili, la testa è dolcemente intasata di musica jazz, di pensieri lineari e non difficili, senza nuvolette e contrattempi, senza “ma” o senza “se”. Lo stesso, però, pensate agli scherzi della vita, a quanto essa si diverta ad allontanare le persone, spalancando percorsi tortuosi e secondari, perdite, rallentamenti, frane. Iperrealismi. Allora, nell’attesa, non sapendo che fare, contro l’irrazionale ed il razionale che raramente circola nella vostra testa, vi preparate ad una specie di abbraccio, un abbraccio mistico, così forte da accogliere tutte le facce conosciute della persona che si è messa in moto per voi, ma anche tutti gli stranieri che si porta dentro, che voi non sapete e non saprete mai, perché è giusto, è bello non sapere tutto, non indagare nemmeno, se, in risposta a quell’abbraccio, lui vi regalerà parole, parole nuove, come il colore della prima neve ancora intatta, come il vostro primo giorno di coscienza- ecco Madre, ho capito cosa sono gli occhi, il naso, le orecchie-, come le cose che, invece, non hanno ancora un nome, sospese tra la terra e l'acqua, tra il cielo ed il fuoco, in cui è tranquillo perdersi, senza domandare…


Ovvio, l’esempio è solo fittizio.


Però, io mi vorrei sentire così.


J


 



Miles Davis - It Never Entered my Mind

lunedì 15 dicembre 2008

Dire, perché?



foto hana jaklrova


Si potrebbe scrivere qualunque cosa,


eppure non basterebbe.


Si potrebbe utilizzare la scrittura come riflesso di un mondo interiore bellissimo, in cui ci siano almeno  un cono di luce e la sua ombra.


E ancora non basterebbe.


Ma se qualcuno dicesse: ho letto tre parole, tre parole soltanto, mentre la pioggia cadeva sulla città sporca, correvo verso un precipizio, mi sono fermato. Ho guardato il fiume stanco arrampicarsi sugli argini, mi sono messo a ridere, appoggiato sul niente, tatuando quelle parole nella testa. Con esse, ho afferrato uno dei tanti sigilli di vita e non voglio lasciarlo più.


Ecco, la scrittura diventerebbe respiro.


E allora basterebbe.


Almeno.


Per un po’.


 



madeleine peyroux, dance me to end of love

venerdì 12 dicembre 2008

E.T.


(dai, cercando altro, ho ritrovato un frammento di Diciche adolescente... :)  )



foto L. Leen


Ehi, tu, tu che vieni da un altro pianeta, da una galassia lontana lontana, dici che ti ho liberato perché mi sei entrato in sogno…Ti ho visto, ti ho accolto, non ho paura dei mostri, io, nessuna paura. Pensa che anche gli umani aspirano a questo: entrare nel sogno di qualcuno, essere coccolati, sentirsi un po’ importanti. Questa, da noi, si chiama solitudine. Non mi spaventa, so riempirla di tante cose e, se devo urlare, lo faccio da sola, quando nessuno mi sente. Non è buona educazione mostrare agli altri umani i propri esaurimenti. Sono fragili, si spaventano e cominciano a scappare.


Ti dicevo che gli umani vogliono essere solo accolti: a loro piace parlare, parlare, l’importante è metterli al centro, farli sentire come se fossero in un talk -show televisivo. Il dialogo conta poco o niente. E’ troppo faticoso: si parte dall’essere in due e si diventa altro, schiettamente, osservando con stupore, commozione, ma sì, anche leggerezza, tutti quei fantasmi legati alle parole che escono impazziti e si riprendono il loro spazio. Un asilo di fantasmi impazziti. Sono tanti, ti sembra di non riconoscere più nemmeno i tuoi.  Il miracolo, in due, è che quei fantasmi poi si lasciano dolcemente allineare, e ci si sente naturalmente vuoti, tanto che non si ha più paura del silenzio. E’ un miracolo, amico mio straniero, che non si prova tante volte. A dire la verità, mi pare siano secoli che non lo sento più. Anche se mi sembra di essere diventata un grande Orecchio, a furia di ascoltare, in realtà mi sa che sono peggio degli altri: vorrei un posto al centro, nella vita di qualcuno, e non venire sempre dopo, dopo, dopo.


Tu dici che mi devi un favore. Io, ora,  ti chiederò una cosa stravagante: quando non sto bene, non me ne dice di ascoltare, quando mi sento un bozzolo ripiegato o un materasso  vecchio, riparo per i topi, tu fammi sparire proprio. Portami un po’ con te. Ho solo 17 anni. Ci sarà tempo, magari, per ritornare, quando ci accorgeremo che là sotto si sarà creato un po’ di spazio. Anche per me.


 



eugenio finardi, extraterrestre

martedì 9 dicembre 2008

Eclissi totale di luna



foto Edouard Boubat


Adriana, stanotte non c’è quasi luna nel cielo. Non cederai al suo richiamo, a lei non urlerai la tua rabbia e tutte quelle domande che ti si annidano nel petto.


Stanotte, starai vicino a lui, a lui ti avvolgerai, chiedendogli calore. Lui ti accarezzerà i capelli con le sue mani nodose di uomo, ti racconterà di come possono essere lunghi i giorni quando la vita lo porta lontano, lontano da te. E poi ti bacerà, a lungo, cedendoti, come un guerriero, la sua anima vinta, le lame con cui finirlo, i pennelli con cui dipingere frammenti d’arte semplice. Sulla sua pelle, nei suoi occhi, nel sapore del suo alito, mandarini e mare, mandarini e mare, parole essenziali.


Adriana, ritrovi la tua luna nel suo letto ma, con lui, sei libera di urlare il tuo essere bisogno d’amore, stupore rigido e tenue, smarrimento sul confine di un’eccessiva bellezza.


In questa notte senza luna, guardi le cose come giocano a confondere i loro contorni, come si fondono per diventare altro, altro, altro…


Tu, invece, ti senti tu.


 



Daniel Melingo, Sin luna

giovedì 4 dicembre 2008

Flash



I tuoi sogni di bambina:


un libro,


una casa comoda per quando non starai bene,


tre risate da condividere la sera, prima di dormire,


con due occhi che la sappiano lunga lunga,


mentre disprezzano i carri dei vincenti,


una lucciola per comodino,


la frase, da te inventata,


che vive e incide,


staccandosi da te.


L’albero è vecchio,


le linee di quei sogni sembrano arrugginite,


rimane un concetto forte e chiaro:


determinazione.


Cercalo, c’è ancora,


c’è.




 


 


 



lunedì 1 dicembre 2008

Inquietudini nomadi.


Non so dove metterle. Le lascio qui.



foto marco delogu


Ci sarà pure un angolo,


un angolo


in cui guardare, senza sentire le fibrillazioni del cuore.


Non voglio un posto al centro, piuttosto un posto piccolo, arieggiato dai venti del sollievo.


Tu mi ripeti di non contrarmi, di non separarmi dal dialogo continuo con l’universo,


ché è meglio, cento volte, cedere alle lusinghe stupide di una bestemmia.


Tu mi dici di urlare, di scegliere le voci più calde, le altre allontanandole senza rimorsi.


Tu mi sussurri di non aspettarmi niente e, nonostante tutto, continuare a cercare


la culla tiepida in cui sentirsi figlia, madre, strega e maga,


vittima invece no.


Tutto si muove, tutto.


Le mie parole. Le tue parole.


La voglia mia di pace.


Il respiro affannato, lacero, risorto.


Le dita di una sola mano.


Contratti e Rese verso nuovi inizi.


E mai si placano le domande-spina.


Su come e quando il giorno finirà,


su come e quando esso comincerà,


se esiste o meno un angolo, un angolo in cui guardare,


senza sentire le fibrillazioni del cuore.


 


 



the verve, Bittersweet Symphony




il valzer di holden

domenica 30 novembre 2008

Per te



 


Marialetì, oh, siediti, che ti voglio parlare un po’. Ci vogliamo bene da 12 anni. Ricordi? Ci siamo conosciute nella mia creperie ambulante, che passò, dal settembre ’96 in poi, di paese in paese, di sagra in sagra, portandosi dietro Miles Davis, Theolonius Monk e tutti i miti del jazz.


Ultimamente, me lo fai capire spesso che provi un certo dolore nel vedere che io, io che scritto tanto, per te non ho buttato giù neanche uno straccio di lettera, o due parole che, al di là di noi, rimangano.


Tre giorni fa sei passata da casa mia, a sorpresa, come fai sempre tu. Solo che, questa volta, mi hai trovata arrampicata sulle scale, in piena crisi isterica, ché le gambe non ne volevano proprio sapere.


Su di esse ti sei piegata,  le hai accompagnate ad una ad una, gradino per gradino. Poi, mi hai portata in bagno, dicendo con il tuo sorriso, : “Oggi, niente storie, ti aiuto io”


E mi hai lavata, partendo dal collo, dalle ascelle, dai seni. I piedi no, non volevo, non volevo farti abbassare, ché eri vestita di un viola elegante, compresi il foulard e gli orecchini. Ma tu te ne sei fregata altamente, hai messo le ginocchia sul marmo blu, dicendo: “Oh, guarda che è arrivata l’ora di farti la ceretta”. Là abbiamo cominciato a ridere, senza isterismi, quella risata nostra, coinvolgente, che trascina pure le cose a ridere con noi. Non ti ho protetto più, e neanche mi sono vergognata di farti vedere come sono cambiata in questi anni, quanto bisogno c’è ora, nella mia vita. Quando hai finito con i piedi, siamo rimaste ancorate in quel cavolo di bagno, a ricordare i nostri frammenti di vita insieme. Perché io e te ne abbiamo fatte di cose scloncludenti, divertenti, “SCIANCATE di ogni logica”.  Come quando, in pieno agosto, ci siamo chiuse in un cinema di primo pomeriggio, a vedere la copia restaurata di Arancia Meccanica, così, giusto per tenere fede al nostro essere cinefile incallite. Solo che, all’uscita, la città era troppo assolata, troppo deserta. E, complice l’inquietante film, abbiamo cominciato a correre, a correre, a correre, allarmate, senza una direzione.  Come, apparentemente, vanno ancora le nostre vite.


Ecco, tre giorni fa, e chissà quante altre volte in questa, in tutte le nostre esistenze, il tuo fiato amico, il tuo amore mi ha “salvato”.


Marì, quei tuoi gesti discreti, spogli di ogni seppur minima ridondanza, di ogni ansia di “ritorno”, valgono per me più di 180.000 mila, bellissime parole.


Ecco, l’ho sempre pensato. Ora, te lo dico.


 


 




franco battiato, carmen consoli, tutto l'universo obbedisce all'amore

mercoledì 26 novembre 2008

L'autocensura di sempre. :)



Certe volte, io vorrei chiamarti "amore".





Ma, poi, sto zitta.




Si nascondono le aquile nel volo.





Andrea Parodi, No potho reposare


lunedì 24 novembre 2008

Se avessi un figlio, io gli direi così.


(E lui mi manderebbe a quel paese, ovvio, lo so. :) )



Assordante, ripetitivo, noioso


“…il ritmo di una lingua usata più per nascondere che per parlare…”.


VUOI RACCONTARE QUALCOSA? E RACCONTALA, NO. INVECE, TU CHE FAI? GIRI A DESTRA, POI VAI A SINISTRA, SALI IN ALTO, SCENDI GIU’, COMINCI UNA DIGRESSIONE, E NE INSERISCI UN’ALTRA. CE NE METTI ALTRE DUE, SI’, SI’, SALTI L’INTRODUZIONE, MA PREPARI LA PREFAZIONE,  SCRIVI SENZA CAPPELLO, POI SCRIVI CON I GUANTI, ENUNCI LE TUE TEORIE, TI SALTANO I SENTIMENTI, RIPRENDI I SENTIMENTI, SI PERDONO LE TEORIE. NA ‘MBOINA E’. Calmati, ia’. Beviti un bel caffè. Poi fatti una scaletta: che cosa voglio dire? A chi? Perché? E soprattutto: qualcosa da dire io ce l’ho? No, figurati, quello non è un problema, tutto si può inventare. Ma, per carità, non ti lanciare subito in periodi lunghi, lunghi: 4 principali, 80 subordinate, sei Cicerone, tu? Proust? E allora…Soggetto, predicato, complemento. e punto. Ancora: soggetto, predicato e complemento. E punto. Dentro, a poco, a poco, ci ficchi un’ideuzza, pure una cosa piccola, bella, pulita, chiara. E la complessità? La complessità? Già, quello è un gran bel problema…Wè, peccerè, tu potresti avere pure ragione, ma non t’illudere, e non ti illudere no,  che se tu scrivi in modo che non si capisca un cazzo, sei l’essere più complesso, profondo, affascinante. Una mania questa è: corteggiare l’Oscuro, l’oscuro, l’oscuro. La complessità è una faticosa conquista. Intanto, vuoi far ridere? Vuoi far piangere, far riflettere o fare cosa? E allora, se ti rileggi, ti devi scompisciare, commuovere, devi connettere i fenomeni, ad uno ad un uno. Per primo, tu. Altrimenti, non ti illudere, ti stai parlando addosso e forse non ti capisci neanche tu. LECITO. Ma non venirmi a raccontare che vuoi comunicare attraverso la scrittura. Comunicare che? Anche lo smarrimento, per smarrirsi veramente, ha bisogno della cura che poni alla tua mente, tra le tue dita. Gli artisti sai che fanno? Ti trapanano la testa, il cuore, il fegato, forse pure la colicisti. Ti regalano parole che creano delle immagini, vive, vive quanto può essere il tuo sorriso, qui, ora. Se parlano del mare, il mare tu lo vedi, lo senti, lo tocchi, annusi quell’odore di salmastro che lasciano le onde, e sudi, sudi, cercando di fuggire via dal morso dello scirocco. Che dici? Vuoi diventare un artista pure tu? E allora cominciamo, su, su: soggetto, predicato, complemento, magari punto e virgola, al momento, niente di più.  


:)                                                                                                                                          


 


 



N.C.C.P., 'A rumba de' scugnizzi.

Fiore e Marialaura


(a.s. 2004-5)




 


 


Tutti gli altri sono convinti che nessuno dei due sia una cima…


Fiore è capitato nella nostra scuola, dopo un triennio di media in cui ha avuto un insegnante di sostegno. Fiore è alto alto, allampanato, con due occhi un po’ cisposi, protetti dagli occhiali spessi spessi. I capelli sono di un biondo un po’ rossiccio,  tinto e innaturale. Mi ha colpito subito perché, già dal primo giorno, ha abolito ogni frontiera  di ruoli, chiamandomi:”Signò”.


Maria Laura ha un sedere enorme, i capelli nerissimi corti corti, i denti resi grigi dai sogni già appassiti di quindicenne rassegnata…Si ricopre di tute spesse e di scarponi abbottonatissimi:  mi chiedo spesso in quale angolo del  corpo sia naufragata la sua  femminilità..


Maria Laura piange spesso, ride ancora più spesso e, se si arrabbia con qualcuno, gli toglie il saluto  de-fi-ni-ti-va-men-te. Non vive molto la classe. Vive solo in simbiosi con Ida. Quando si muove è un carrarmato, ma i suoi compagni non osano non volerle bene. Per la sua genuinità.


Fiore mi ha raccontato che, alle elementari, è stato bocciato due volte, che la  scuola è molto complicata, che non capisce nulla  e che è meglio per lui accudire i maiali di suo padre, costruire casette per i presepi, infilare catenine con le perline, cantare nel coro della chiesa. “Ma più di tutto, Signò, mi piace cucinare”. Fiore, vedendomi zoppicare, abbarbicata al mio bastone, mi ha "consolato", parlandomi  dei suoi interventi all’anca, che gli hanno procurato una curiosa e complicata andatura a ypslon.


Lui  non vive affatto la classe. Ogni tanto va in bagno a fumare, poi ritorna, appoggia la testa sul banco e si rifugia nei suoi lunghi sonni di ragazzo più che giusto.


Quando scrive, è davvero allarmante perché è uno specialista nel costruire orrori ortografici e grammaticali, talmente clamorosi che, da subito, ho pensato: questo ragazzo è  un artista! Quando si muove è un carrarmato, ma i suoi compagni non osano non volergli bene. Per la sua ingenuità.


Nei miei momenti peggiori, di crisi personali, di “amori non ancora cominciati e già finiti”, di solitudine lancinante, di scazzi con i colleghi, di progressione della malattia, Maria Laura, classe 2C, diventa ancora più silenziosa, timida e preoccupata, mi guarda con occhi accoglienti, chiedendomi sottovoce:”Professorè, volete aiuto?”


Nei miei momenti di pianto, di accorata ricerca di un minimo di senso per arrivare al giorno successivo, nei sogni di vita che vorrei loro passare, traditi dagli squilli dei telefonini, Fiore, classe IB, si avvicina: “Signò, si vede che non state bene, che avete bisogno di parlare. Ià, sfogatevi con me, poi  vi sentite meglio…”


Insomma, li ho avuti intorno tutti e due per un intero anno, pronti ad offrirmi il loro aiuto ricco di un’altra grazia, carichi di occhiali spessi, di carrarmati, di tenerezza.


Molto mi hanno preoccupato, loro così capaci di percepire il mio “mondo ” e così incapaci di gettarsi nella mischia per costruire se stessi.


Perciò, ho cercato spesso di svegliarli, di prepararli alle cattiverie del mondo, rifiutandone, qualche volta, le mani: le avessero impiegate a cercare per loro un qualche piccolo, minuscolo grado di indispensabilità, di indispensabilità, sarebbe stato molto meglio.


Macché…niente.


Fiore, pluribocciato di I B, e Maria Laura, ragazza cannone di 2C, hanno continuato a dispensarmi cura e determinate, accortissime attenzioni.


Una mattina è successa una cosa strana.


“Giornata della creatività studentesca”, nel cortile della scuola: murales, canzoni, la musica regalata dal mio collega-amico Castello, le tarantelle e gli ola. Nell’aria, una cascata di odori di tarda primavera, nel cuore la voglia di liberare tutte le gabbie, dimenticarsi  dei conflitti, lasciando correre  momenti un po’ così,  anarchici e casuali, senza bloccare niente.


Fiore costruisce catenine, Maria Laura disegna nuvolette.


E, fin qui, tutto normale…


Poi, sulle note di una famosa canzone di Jovanotti, me li sono visti davanti, abbracciati…Fiore-occhicisposi accarezza i fianchi enormi di Marialaura-cannone, entrambi si girano verso di me all’unisono, ridendo come matti: "Professorè, volete aiuto?”


Il loro amore circola nella scuola: si cercano, si inseguono, si scrivono lunghe, sgrammaticate lettere  di passione. Affrancati, finalmente, dai pregiudizi del mondo, affrancati dalle loro paure, affrancati persino da se stessi.


Io li guardo, do qualche piccolo consiglio di scrittura, osservo il miracolo di questa curiosa intesa.


Fiore, la sua camminata strana e Marialaura, farfallina ritrovata.


 


18-05-05


 



francesco de gregori, la donna cannone

Le voyage



C’era la luna quella sera, la città urlava,


ma urlava piano.


Misi nella valigia lo stretto necessario: una scatola di madreperla, con dentro le conchiglie, il sorriso delle cicogne color maestrale, una vecchia barzelletta non tanto consumata, una tartarughina eterna per ricordare la pazienza.


C’era la luna quella sera, un vento placido che accoglieva solo le foglie, la città urlava,


ma urlava piano.


Una vecchia signora fuori tempo batteva i suoi tappeti per mezzo di un sonoro battipanni, con una mano. Con l’altra accarezzava le figlie mandorlate di un’agave ormai appassita.


In macchina accesi la radio e chiusi tutti i finestrini.


La città smise di urlare, risucchiata in un montaggio serio e muto.


Io chiesi, sorridendo, concordia e plauso ad uno dei tanti cieli capovolti, perché venivo, venivo da te.


 



the pogues and the dubliners, jack's heroes

mercoledì 19 novembre 2008

Movimenti  (allegretto, ma non troppo)



 tableau troy henriksen




-mi regali un’immagine di te?-


-senza definizioni? –


-senza-


-allora, ecco, ascolta, mi capita di avvertire certe volte la vita in questo solare, minuscolo assurdo qui: quando i fiori di camomilla si travestono da margherite, gli alberi di ciliegio emigrano, felici, verso Sud. :) –


- si viaggia un po’ questa notte?-


- ci possiamo  provare, amico mio, sì, ma non ti aspettare lunghi discorsi, mi fai ancora un po’ soggezione, e, tra noi due, le cose più belle le dici sempre tu. -


 


 



The Patti Smith Group , People Have The Power

domenica 16 novembre 2008

Bugie, videotapes sì, ma sesso, giuro, no. :)



 


E così, quando mio padre mi chiamò al numero telefonico 06  2323 ecc ecc, dicendomi: bella mia, io vado in pensione, tu hai perduto tempo, hai cambiato facoltà, ok, va bene, va tutto bene, ma adesso il padre tuo non ti può mantenere più,


io,


sì,


io,


continuai tranquillamente a fare quello che facevo già da anni: la venditrice ambulante a Porta Portese, la lavascale nel condominio, l’intervistatrice di medici al Policlinico Umberto I°, le lezioni di latino ad orario variabile, con una sola aggiunta: la donna di fiducia in due appartamenti.


In uno dei due, vedevo solo l’appartamento appunto, ché la signora tornava dal lavoro, si buttava sul letto, sarebbe potuta arrivare pure l’aviazione civile, lei avrebbe continuato a dormire e a russare, vabbè.


Con Roberto, pilota dell’Alitalia, la cosa invece fu molto diversa, fin dall’inizio: l’incipit, si sa,  in un incontro è assai importante: “Puoi venire a lavorare sempre vestita di nero? Un filo di perle ce l’hai? Non ti dispiace, vero, se, mentre tu sbrighi le faccende di casa, io me ne sto qui sul divano a guardarti?” Certo, una sana di mente, in situazioni analoghe, avrebbe sfoderato una scusa potente, poi, con nonchalance, avrebbe aperto la porta, sarebbe scappata e, per respirare, avrebbe percorso almeno un paio di kilometri. Io no. In fondo, gli occhi di Roberto mi sembravano assai tristi, assai, ma buoni. Così, dissi di sì a tutto, prendemmo accordi sugli orari di lavoro, sulla paga, e la volta successiva ritornai nella sua casa conciata come la più brutta delle copie di Audrey Hepburn.


Cominciai dalla cucina, ne aveva urgente bisogno, ruppi subito tre o quattro piatti di quelli raffinati, ma Roberto fece finta di niente, rimase nell’altra stanza a suonare il suo sax. E quel giorno scivolò così, tranquillo, tranquillo: me ne uscii dopo 4 ore, trascinando sacchi di spazzatura, sudata.  Prima di andarmene, però, rimisi i guanti lunghi di pelle nera ed il mio solito sorriso. Nessuna ammazzatina, nessuno stupro, niente di niente, il che, forse, voleva dire che avevo visto giusto.


Per l’incontro seguente, concordammo  la pulizia radicale del grande salone. Roberto, sempre sul divano, sembrava veramente immerso nei cacchi suoi, leggeva l’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, parole tra me e lui  assenti, imperante il rumore di un modernissimo aspirapolvere.


Se, ad un certo punto, mi girai di scatto nella sua direzione, fu solo per quella sensazione strana che provano gli uomini quando si sentono spiati. Roberto aveva una videocamera in mano, mi stava riprendendo. “Robè, scusa, che fai?”  “Ti guardo”. Cribbio, e però tu mica me lo avevi  detto che questo era il  tuo modo di “guardare”, che già l’idea in sé era morbosa, cazzo, Robè, faccio lavori così per mantenermi all’università, mica per partecipare a stupidi giochi esibizionistici, con risvolti che non voglio nemmeno immaginare, e che diamine, un po’ di rispetto! Queste le parole che avrei dovuto dire. Invece, non dissi niente. Mi ricordai soltanto di un film che avevo visto di recente, Sesso, bugie e videotape, ed applicai lucidamente la mia regola di vita principale: rendi utile il Cinema e, quando non sai che pesci pigliare, ispirati ad una delle migliaia di scene che hai visto, scandendo veloce veloce tutti i files. Se non ti stanno ammazzando, hai tempo per impostarne anche il “registro”. Così, mi sedetti vicino a lui, gli chiesi se mi passava la videocamera, gli dissi: “Robè, è evidente che tu hai voglia, bisogno di parlare. Il gioco si inverte: tu mi racconti i tuoi voli, la tua vita, le colorate o cupe catene di pensieri ed i loro anelli mancanti. Io sto zitta e buona, ti riprendo. Giuro, senza interpretare”.


A questo punto, si è capito quale divenne il mio lavoro principale?


Stavo lì, con il macchinario in mano e lui parlava, parlava, ridendo, piangendo, intrecciando storie piccole, grandi, comiche, tragiche, con spazi e tempi intercambiabili, a volte senza finale, ché, a volte, si addormentava prima, ed io ne approfittavo per mettere a posto la sua casa, senza fare eccessivo rumore, senza disturbare: i sognatori, quando sono fragili, hanno bisogno di un’infinita cura.


Di un’infinita cura.


Nei tre o quattro autobus che prendevo al ritorno, talvolta, raramente, mi capitava di chiedermi se ci fosse un motivo preciso per cui la mia vita attirasse sempre situazioni un pochino stravaganti. Ma, la maggior parte del tempo, guardavo fuori la "mia" grande città di Sole e di Vento, sentendomi felice che quel Caos  immenso, quel Caos immenso, contenesse anche me.


 


J



 



wim mertens, close cover


(Le immagini del video sono brutte brutte ( puah), ma il pezzo di Mertens è uno di quelli che mi piacciono di più)

sabato 15 novembre 2008

Due parole dal mio albero



Vivo molto a letto, ma  ho voglia di informarmi. Seguo tutto quello che succede in questi giorni, incazzandomi spesso con quella mia rabbia impotente che, al momento, tenta soltanto flebili tracce argomentative. Prevalgono, ora come allora, l’istinto e la capacità d’immedesimazione.


Mi sento Eluana, suo padre, suo madre, sono i fili invadenti che si sono accaniti contro una morte già avvenuta, ridivento Welby ed i suoi occhi decisi. Quasi mi sento in un osservatorio privilegiato, perché capisco “veramente” il rapporto con la morte e la necessità di trovarsi, almeno di fronte ad essa, liberi, liberi di decidere. “La morte si sconta vivendo”, lo diceva Giuseppe ( Ungaretti n.d.r.) ed io Giuseppe non l’ho mai amato tanto, ma questi versi sì. Se è vero che non è bello maciullare le parole poetiche, cercandone il senso univoco, è vero anche che la poesia  è duttile, si infila nella tua vita solcandone i passi, ed è allora che gli ossimori, come questo, diventano lampanti, più che chiari.


Mi indignano, mi indignano le parole che partono da principi teorici astratti per definire cosa sia la vita, i suoi palpiti, i suoi drammi, mi deprimono i volti di quelle persone che se ne stanno lì, ben protette, lontanissime da ogni forma di confine, lontanissime dalla disperazione quotidiana: non sanno un cazzo, eppure continuano a parlare. Che schifo lanciare vacui teoremi “morali” sulla morte, solo per mantenere un potere politico su di essa, che pena il pianto di un Ferrara. Si parlano, si citano addosso, i media si attrezzano per i prossimi scoops, io sono qui, a guardare la pioggia, consapevole che, un giorno, potrei trovarmi in una situazione analoga ( a dire il vero, mi ci sento già). Rimbambisco mia madre, mio padre, persino il cane con ipotetici testamenti biologici, al punto che loro mi ripetono: “Basta, non dirlo più, abbiamo capito, il concetto è chiaro”. Momenti come questo richiederebbero il Silenzio, il Grande Silenzio, quello che ognuno potrebbe utilizzare al meglio per sentire dentro di sé il film della propria esistenza, dall’inizio alla fine, immaginandone possibili, drammatici imprevisti, con il sollievo, quasi la speranza, di poter decidere, in questo mondo amorale di stratificazioni sempre più impotenti, sì, decidere cosa, della nostra vita, sia più giusto fare.


 



giorgio gaber, non insegnate ai bambini

venerdì 7 novembre 2008

"Ricomincio da capo"




foto marianne breslauer



Copioni ripetuti.


Vite che leggono, everyday, delle  battutacce scontate. Sempre le stesse.


Mi aggiro e guardo, dormendo un po’, un po’ cercando.


Oggi, per es., se incontrassi la luna, mi siederei su una  panchina di cartone sotto un tiglio e, balbettando, le parlerei dei panni di stanchezza messi a posto ad uno ad uno, facendo attenzione alle solite pieghe, uguali, identiche a quelle del giorno precedente. Uguali uguali? Dai,  forse no. Più propense a battute quasi comiche con l’irrequietezza.



 



vinicio capossela, non c'è disaccordo nel cielo.

mercoledì 5 novembre 2008

Barack



Bene. tu hai ben altro a cui pensare, ora. c’è un’intera parte di mondo che da te si aspetta l’impossibile, fiduciosa nella  tua faccia energica e pulita. Martin Luther King, Malcom X, in te, oggi, rivivono, rivivono gli sbandati della terra. Bel carico, vero Barack? Che folle, meravigliosa responsabilità.


I grandi poteri, le lobbies cercheranno di strangolarti in tutti i modi, probabilmente faranno di tutto per ammazzarti. Caro Barack, non deluderci, non deluderci. Tu, oggi, sei stato l’unico motivo per alzarmi. Mi hai spinto ad "esserci", a lavarmi, a combattere la fatica del mio corpo che sta male, e vorrebbe solo riposare definitivamente. Anche lui, però, sente, come tutti, il riflesso di un evento intelligente. Di questo gode. In questo respira. Barack, dal mio sperduto angolo di sud, ti volevo dire solo questo: voglio resistere per vedere se e come tu riuscirai ad invertire le antilogiche balorde del cuore e della mente. So che ci proverai, le terre, i deserti, i mari, i cieli vuoti degli uomini hanno urgente bisogno di nuovi Segni. Solo segni umani. “Umano”, Barack, lo sai benissimo tu, è una parola generica, svilita, ma potrebbe ritornare ad essere molto, molto di più…



http://it.youtube.com/watch?v=_GM7Mx6CcDQ