Curriculum scripturae
(Anche se didascalico, mi serviva assai scriverlo)

Fu il maestro delle elementari, don Peppino, a convincermi che possedevo il dono della scrittura. Io lo seguivo, soprattutto quando mi spingeva a cominciare le mie storie descrivendo angoli inusuali che, apparentemente, con le storie, non c’entravano proprio niente. E poi diceva quell’altra cosa bellissima, tu, quando scrivi, devi diventare un albero, sentire le radici che scendono giù giù in basso, nella terra, e, contemporaneamente, essere i rami che aderiscono ai venti, nelle varie stagioni, un albero d’autunno, un albero d’inverno, un albero di primavera, un albero d’estate, un albero con la penna che, nei momenti di grazia, sente tutto dentro di sé, e sa descriverlo.
Lo ripeteva spesso anche ai miei, questa bambina dovrà fare studi classici, se sarà necessario, la seguirò io.
Mi rimbambiva, portandomi le vite dei grandi scrittori, spingendomi a leggerle, mi ci interrogava pure e, durante le prove di scrittura, mi metteva in un banchetto a parte, ora cerca l’albero. Io non sempre lo trovavo, certe volte prendevo tempo, mi grattavo la testa, scrivevo bigliettini osceni da lanciare ad Antonietta, che si scandalizzava sempre, per qualunque cosa. Alle sue sollecitazioni, rispondevo cose così: “Maestro, le radici del mandarino si sono impigliate nella terra, non sanno più che direzione prendere.” E lui: “Tranquilla, c’è tempo.”.
Le medie furono normali, senza particolari vibrazioni di venti e di alberi. Anzi, emerse una certa propensione alla scrittura comica. Non appena l’insegnante di italiano me ne dava occasione, utilizzavo tutti i personaggi di casa mia, caricaturalizzandoli senza pietà. Nelle letture corali in classe, ascoltando le cose mie, ridevano tutti, io mi sentivo felice e salva, tanto che, su quegli scritti, cominciammo a farci teatro, nella palestra della scuola, e venivano anche i miei, che un po’ ridevano, un po’ piangevano, vedendo sputtanate tutte le loro cose.
Il ginnasio ed il liceo furono terribili: emerse la scrittura incomprensibile, quella fumosa, quella che parla parla e che non dice niente, senza teatro, senza stagioni, incastrata in una calligrafia anch’essa incomprensibile, bollata, da tutti, come irrimediabilmente criptica, IRRIMEDIABILMENTE. Nessuno ci provò mai a dirmi come dovevo scrivere.
Così, non scrissi più, per anni.
L’università: dopo gli anni sprecati nella facoltà di chimica farmaceutica, di cui a me non fregava proprio un accidenti, cambiai verso le LETTERE, il cinema, il teatro…insomma, tempo perduto per tempo perduto, almeno facevo quello che piaceva a me. Il primo corso che seguii fu Storia del teatro e dello spettacolo, ed il professore, mite e piiccolo di statura, dava un senso di sicurezza, c’era una costante, pacata ed ironica passione nelle cose che diceva. Eravamo pochissimi, 16 cristiani tutti colorati, mi preoccupava solo una cosa che ripeteva spesso, Meglio così, meglio essere pochi, potremo lanciarci con più facilità nelle sperimentazioni.
Un giorno se ne venne tutto entusiasta: nel nostro teatro Ateneo è finalmente arrivato l’”Hamlet Machine” di Heiner Muller. ORA, ora vi dico cosa dovete fare: andate a vedere lo spettacolo, da soli, o in gruppo, toglietevi dalla testa ogni velleità di critico teatrale. Dovete diventare tabulae rasae, mantenete solo le vostre emozioni, guardate davanti, la scena, ma cercate, cercate di percepire cosa succede intorno, c’è anche lo sguardo degli altri, non lo dimenticate. Una volta usciti, non fate passare molto tempo, scrivete, scrivete tutto quello che vi si affolla dentro, anche se sembra irrazionale, anche se sembra aderire poco a ciò che avete visto…lunedì prossimo, ci ritroviamo qua, per una lettura corale.”
Là intravidi la fine della mia carriera universitaria, appena ricominciata, con quell’ombra diventata ormai voce nella mia testa: “Maledetto, perché scrivere, io non so scrivere, non so scrivere, non ci andrò, anche qua dentro non ci rimetterò più piede…maledetto, perché…”
Invece ci andai, da sola, quella sera stessa.
Amleto trasferito a Berlino, durante la seconda guerra mondiale, Amleto che, ad un certo punto, diventa Ofelia in abito da sposa e si lancia in un vitalissimo valzer, mentre ai suoi piedi si affollano uomini morti, nel rumorio atroce di aerei e di bombe che cadono, che cadono, che cadono…..questo lo spettacolo e molto altro ancora.
Davanti al Verano, mitico cimitero di Roma vicino l’università, al ritorno, aspetto il tram e osservo il bar degli studenti sempre affollato, sempre caciara, sempre casino, il luogo-emblema della vita giovane…attaccata ad esso, una delle più famose agenzie di pompe funebri: è mezzanotte ma è chiaro che questa notte, come tutte le altre notti, essa non chiuderà, non chiuderà.
Tiro fuori il quaderno, la penna, comincio a scrivere proprio così: “Le pompe funebri sono aperte anche di notte…”E diventa tutto lampante: quell’accozzaglia sperimentale dell’Hamlet Machine parlava proprio di questo: la contemporaneità indifferente, crudele, “NATURALE” della vita e della morte, la contemporaneità.
Quella notte scrivo, scrivo, ribatto le parole in bella copia con la macchina da scrivere del mio amico M. che è provvista solo di nastro rosso, l’altro è finito. Lunedì, a lezione ci porto pure lui, ché dovrò leggerla ‘sta cosa e M. sa farmi sentire sempre meno sola.
Il prof, quando tocca a me, mi ascolta con grandissima attenzione, fa un sacco di domande, io rispondo impicciata tutta rossa, poi mi dice quelle parole-salvezza che non dimenticherò: “ Bene, signorina T., lei ha accolto in pieno la mia provocazione, ha ricreato l’altro spettacolo che io volevo avere, si sente, si sente davvero che lei ha il dono della scrittura.”
Quello fu solo l’inizio di una lunga sperimentazione con la scrittura-teatro, con i laboratori collaborativi tra studenti, con il “maestro” nuovo oppure ritrovato.
M. mi chiede sulle scale della facoltà di lettere come mi sento, come sto. Io rispondo soltanto: “Bene, benissimo, dopo tanti anni, troppi, finalmente, sta ricrescendo il mio albero. Ora è un ciliegio. Lo vedi tu?”
:)
Paolo Conte, Cuanta pasion