giovedì 30 novembre 2006

Realtà.



Diglielo tu, io non posso andare.


Non ora, no.


Digli di viversi la sua inquietudine


come se fosse il regalo più prezioso.


Digli che passa questa malattia del “reale”,


che non molli, no.


Non insistere, non riesco ad alzarmi, la volontà non c’entra.


Non mi ricordare sempre


che un uomo può anche essere forte.


Le mie gambe ora sono rigide, io parlo


con il corpo.


Mi hanno sollevato, di peso, dal contatto


con il marmo grigio.


Le mie gambe sono rigide, io parlo anche con il corpo.


No, non dirglielo che questa parte di me, ora,


è così muta.


Ho paura.


Aspetto.


Ritornerà, la “voce”?

5 commenti:

  1. che dire? ..... splendida !

    buona giornata

    C.K. :-)

    (pare impossibile ! niente ps... :-)))

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  2. La voce torna.

    Se hai qualcosa da dire torna.

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  3. Gianfrà, la "voce" non è la voce, ma un'altra cosa...Scrittura, a volte oscura, la mia, mi rendo conto e chiedo venia :))))

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  4. Certo che il significato recondito è solo tuo, però anche io intendevo in senso metaforico.

    ;-.)))

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