Soddisfazioni fuoricorso

A quale anno fuoricorso ero,
quando mi sono laureata?
Boh
Non mi ricordo più.
Però avevo cambiato facoltà ed altri alibiJ
Dite che è noiosa la foto di laurea,
come quelle dei matrimoni e dei battesimi?
La mia, vi giuro, no.
Di cifra tragicomica
(ettipareva…)
Aprile 1996 ( io, 30 anni)
Facoltà di lettere, Roma.
Mi sveglio con un acutissimo dolore al cervello. E scopro che ho dormito, nel lettone, con tutta mia nipote (grassa assà) sulla testa.
Comincio a piangere già subito. E, al contrario di quello che si dice, non c’è quasi mai un motivo per le lacrime. Si piange e basta.
Lo specchio:
quello che vedo riflesso non è un uomo, né una donna. E’ un essere strano, indefinito, sul quale spiccano bubboni rosso-fuoco di varie dimensioni. Ricostruisco subito: il giorno prima, non sapendo ndo cazzo andà, visto che casa mia era invasa dai parenti, mi ero recata nel giardinetto vicino, per scegliere e ripetere argomenti discussiò. Tirando e ritirando, nevroticamente con le mani, qualunque forma d’erba, e facendo montagnelle con la terra. Risultato: orticaria acuta. Oggi, proprio oggi?Sì.
Preparazioni:
Mio malgrado, mi trascinano dal parrucchiere. All’uscita so n’ammasso di bubboni già viola ma con i capelli in ordine.
Mo mi vogliono vestì, come una sposa. Insisto, batto i piedi per la mia amatissima tuta jeans, ma, stavolta, non me la fanno passà. Ottengo solo, come concessione portafortuna, una mia vecchia giacca, a strisce e davvero assai consunta, ma consunta assai (li ho fregati, tiè J )
Bussano sempre: un parente si improvvisa vigile e smista ospiti, dentro mia casa. Un gruppo, nutrito con bambini, ha idea brillante di andare a visitare zoo cittadino.
Ore 14,30:
Bisogna muoversi, ore 15 me dovrei laureare. I convitati giacciono; qualcuno, dopo lungo viaggio da terre calabre, si è messo a fare pennichella. Gruppo zoo irrintracciabile. In questo manicomio, sento solo una voce, la mia, propaggine impazzita: “Cazzooooooooooooooooooo, io, oggiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, me devo laureareeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee”. Prendo miei bubboni, giacca vecchia, e comincio a scendere le scale, con 50 zombie rinsaviti che, con ferocia, mi inseguono. Nel cortile, gruppo trafelato zoo, e bambini con zucchero filato.
Organizzazione macchine:
Mi ficco in quella di mia amica Elsa, che, per mestiere, fa la commerciante di olio. Ci sono, infatti, lattine colme, chiuse male e chiazze giallastre dappertutto. Come sempre, qualcuna di queste patacche mi rimarrà addosso. Ma non importa: ho fretta e lei è l’unica in grado di attraversare tutta Roma, ignorando, con eleganza, il rosso dei semafori.
Facoltà:
50 volti che conosco: miei amici, colleghi di corso, tutti là per assistere. Man mano che mi avvicino, loro viso allegro diventa grande, enorme punto interrogativo. “Come cazzo ti sei vestita?”, “Che so ste cose viola e brutte che hai in faccia?”. Vado un attimo in bagno: guardo specchio, piango, ma na scarica breve, veloce, veloce.
Lato destro intravedo gruppo zie anziane grasse. Sono arrivate adesso e mi stramazzano di baci.
Arriva professore mio. Vede tutto sto casì. Intuisce che sono io. Mi chiama: “Renà, oh, la stanza è piccola. Tutta sta gente dove la mettià?”. Mi rivolgo a carnaio umano, con voce rigida ed imperiosa: “Non può entrare nessuno, con me, nella stanza. Aspettate qua”. E loro: “Sì, sì, tranquilla”. Nella loro risposta c’è una leggera venatura di scherno, qualcosa che, seriamente, dovrebbe indurmi a preoccuparmi.
Ma già mi chiamano:
no, non entro io. A cominciare dalle zie grasse, è tutto un parapiglia di gambe, di corpi, che corre nell’angusta stanza per occuparsi un posto. Commissione allibita. Molte persone in piedi. Entro per ultima ,mi guardo intorno, vorrei morì, poi dico cosa pietosa che fa incazzare tutti: “Gente del Sud, scusateci”. Mi siedo e lo sguardo mi cade sui calzettoni colorati e belli della professoressa Valentina Valentini, ma hanno un buco enorme, vagamente artistico. “Ahahahhahahahhahahahhahahahahhahahhahha”: comincio a ridere, na cosa urgente, irrefrenabile. Voci pietose, accanto a me, sussurrano piano: “ Poverina, la tensione, bisogna capì”.
Poi apro bocca e parlo, non ci capisco un cazzo e parlo, la testa scoppia e parlo, i bubboni bruciano, mi gratto e parlo, so sfinita, ma continuo a parlà. Qualcuno mi trascina fuori, dicono: “è finita”, ed io, inesorabile, continuo a parlà.
Fiori:
di tutti i tipi, me li riversano addosso senza pietà, mentre mi baciano. Vedo solo occhi mio padre orgogliosi e lucidi. Non so chi sono, cazz ci faccio qua, qualcuno mi prende e mi porta in un ufficio per firmare carte. Io, madonna laureata, e tuttiifiori.
Al ritorno, nel corridoio facoltà, non c’è più nessuno. Spariti tutti. Realizzo che se ne
sono andati e mi hanno scordata là.
Me viene na sensazione di gioia, urgente, improvvisa, comincio a correre, ad urlare: “Finalmente, solaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Fuori, cammino, cammino, cammino e regalo fiori e rido e mi sento leggera come il vento.
C’è solo questa cosa nuova, una piccola laurea, da trasportà.
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